Don Giovanni di Da Ponte e Mozart

Il dipinto Das Champagnerlied di Max Slevogt  che ritrae il cantante Francisco d’Andrade nel ruolo di Don Giovanni.

di Emanuele d'Angelo*

Nato dalla penna del drammaturgo spagnolo Tirso de Molina, autore della commedia L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra (1630), il personaggio di don Giovanni è il protagonista di una numerosissima e inesauribile serie di testi dei più diversi generi letterari e artistici (poemi, romanzi, commedie, melodrammi, opere cinematografiche ecc.), tra i quali spiccano la commedia Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière (1665), e il dramma giocoso Il dissoluto punito o sia Il Don Giovanni (1787), composto da Wolfgang Amadeus Mozart su libretto dell’abate Lorenzo Da Ponte.

Don Giovanni nella Spagna del ‘600
Don Juan Tenorio, nobile libertino, seduttore e ingannatore, è il più importante mito della modernità. La sue storia è semplice: dopo aver ucciso il padre di una sua conquista, l’aristocratico don Giovanni, infaticabile seduttore di donne, per burla invita a cena la statua sepolcrale ritraente la vittima, la qual statua, vivente, accetta l’invito e lo trascina nelle fiamme dell’inferno.
La commedia di Tirso de Molina, pubblicata nel 1630, è costruita su un evidente impianto moralistico (lampante già nel titolo: da un lato colui che inganna, il burlador, dall’altro il giustiziere che stringendo la mano di don Juan lo arde e uccide). In essa il protagonista, più che sedurre le donne per piacere erotico, ama ingannarle per piacere mentale. Tirso dipinge un personaggio complesso e incoerente: coraggioso a intermittenza, forte coi deboli e debole coi forti, il suo don Giovanni è un antieroe che non è neppure dotato di un fascino irresistibile, dal momento che, per sedurre due signore, deve indossare i panni dei loro rispettivi innamorati; ed è un uomo che, pur sprezzando il soprannaturale, di fronte alla sua fine chiede – inutilmente – confessione e assoluzione per non morire dannato (è convinto, sbagliando, che c’è sempre tempo per pentirsi). Insomma, quella ideata da Tirso è figura tragicamente contraddittoria inevitabilmente punita per la sua depravazione morale e religiosa.

Originale del cartellone della prima dell’opera Don Giovanni di Mozart tenutasi a Vienna nel 1788.
Don Giovanni nella Francia del ‘600

La commedia Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière, rappresentata la prima volta nel 1665, riplasma invece il burlador nel segno di un libertinismo ateo venato di intelligente e acuta perfidia. Ne viene fuori un eroe moderno, aristocratico sulfureo e trasgressore, dannato e dannatore, intellettuale coraggioso e risoluto, che sfida tutto e tutti in una lotta senza quartiere alla morale dominante. E ugualmente viene fuori, con un’energia di senso tutta nuova, il contraltare diretto di don Giovanni, il suo servo Sganarello (il Catalinón di Tirso). Questi, ovviamente in versione modesta, si dimostra all’altezza – cinica ed egocentrica – del suo signore, come quando, di fronte al fulmineo tragico epilogo, disperato se la prende col Cielo giustiziere perché la morte del libertino soddisfa sì tutti gli offesi (leggi violate, fanciulle sedotte, famiglie disonorate, genitori oltraggiati ecc.) ma lascia lui senza paga.
 
Don Giovanni a Praga nella musica di Mozart (1787)
Agli inizi del 1787, dopo il trionfo delle Nozze di Figaro, il Nationaltheater di Praga commissionò a Wolfgang Amadeus Mozart la composizione di una nuova opera, il cui soggetto fu scelto verosimilmente sull’onda del recentissimo successo di Don Giovanni o sia Il convitato di pietra, opera di Giovanni Bertati e Giuseppe Gazzaniga andata in scena a Venezia il 5 febbraio 1787. Dramma giocoso in due atti, il Don Giovanni, su libretto di Da Ponte, nacque sul palcoscenico del Nationaltheater praghese il 29 ottobre 1787, ottenendo un consenso pari a quello delle Nozze. Fu ripreso al Burgtheater di Vienna il 7 maggio 1788 con varie modifiche, tra le quali la soppressione dell’ultima scena

quella in cui tutti i personaggi superstiti cantano la morale finale (taglio che diede adito, soprattutto nell’Ottocento, a inopportune letture romantiche dell’opera).
Senza volerlo, il delizioso e forbito libretto di Lorenzo Da Ponte, che tanto deve a quello – pur meno pregevole – di Bertati per Gazzaniga, dimostra quanto possa essere travolgente e decisivo il potere trasfigurante della musica. L’elegante librettista, avveduto e scaltrito, si era sforzato di ridurre il mito di don Giovanni nei binari rassicuranti e convenzionali di una poetica realistica di chiara derivazione goldoniana (nel 1736 Goldoni aveva scritto la commedia Don Giovanni Tenorio o Il dissoluto, di fatto purgando la storia molieriana), realizzando un’appianante e banalizzante semplificazione della vicenda, snellendo la struttura narrativa, smussando gli spigoli di contenuto e riducendo le crespe morali. Mozart, per contro, ha violentato il testo poetico fin quasi a capovolgerlo, non soltanto correggendo direttamente il libretto ma soprattutto rivestendo le parole dapontiane di sensi conflittuali, forzandole, creando anomalie e deviazioni, tanto da ricondurre prepotentemente il dramma giocoso nell’alveo della tradizione più problematica e sfaccettata del mito, quella magistralmente modellata da Molière.

Ritratto interrotto di Mozart a opera di Joseph Lange, cognato di Wolfgang. Immagine tratta dal sito: www.fulminiesaette.it

Don Giovanni, Da Ponte e Mozart
Certo, per ovvie ragioni Mozart ha potuto poco o nulla circa la struttura generale e il cartello dei personaggi (convenzionalmente distribuiti), ma Da Ponte, lungi dal porre insuperabili vincoli semantici mediante una precisa definizione psicologica, ha lasciato notevoli margini di precisione-revisione caratteriale, peraltro offrendo alla genialità del musicista la vivissima figura del servo Leporello




(da lepus, lepre o coniglio, animale simbolo di vigliaccheria) che, come Sganarello, è proprio l’altra faccia della medaglia su cui è effigiato don Giovanni. Interessato più che altro alla fluidità e alla chiarezza dell’ingranaggio narrativo, infatti, Da Ponte ha praticamente dato agio a Mozart di rivestire di musica i suoi docili versi, scritti a tinte pastello, fino alla sovrascrittura deformante, tanto che il protagonista, che alla semplice lettura del libretto appare non più che la silhouette di un mero furfante, un malandrino (tramutato in libertino dall’operista) che condivide coralmente la scena cogli altri personaggi, acquista nell’opera mozartiana una profondità tormentata e una filosofica grandezza che lo rendono eroico e indimenticabile, una figura assolutamente dominante che incombe su tutta l’opera, un uomo-prodigio, dalle inesauste pulsioni erotiche, che sfida l’ineluttabilità della morte abbrancando ansiosamente i piaceri della vita che fugge ora dopo ora. La musica di Mozart anima tutto il dramma dell’atmosfera tragica e sovrannaturale della penultima scena




quella della morte di don Giovanni, rendendo irresistibilmente sinistra e nera la sua fluttuante comicità e sbalzando, per contrasto, l’umanità delle figure quotidiane che lo popolano, le donne soprattutto, che per giunta, benché in diversa misura, appaiono sfuggenti ed enigmatiche, prestandosi a difficili interpretazioni psicologiche (Donna Anna in primis).
Il libretto, per quanto abilmente composto, è soltanto la piattaforma su cui tutto questo universo è costruito: raffinato ma coperto di patina linguistica quotidiana e quasi spontanea, fondamentalmente in linea colle convenzioni metriche del tempo, il Don Giovanni dapontiano aderisce a una visione del mondo schematica e netta, in cui il male e il bene sono inconfondibili e determinati in funzione morale e la società è inscatolata in cassetti di varia umanità verticalmente ordinati e più o meno armonizzati. Ma un libretto, di regola, resta pur sempre un pre-testo in attesa del suo perfezionamento musicale, e in questo il lavoro di Da Ponte, ben poco costrittivo, si rivela indubbiamente eccellente, permettendo a Mozart di contrapporsi liberamente alla sua semplicità e di riformularne radicalmente il messaggio. Ambiguità, chiaroscuri, sfumature, conflitti, trasformismi, scarti e inquietudini sono stati rovesciati a piene mani dall’operista sui versi dapontiani, colorandoli violentemente e dando vita a uno dei massimi capolavori del teatro musicale di ogni tempo, in cui – in bilico tra commedia e tragedia – non si discetta di meccaniche punizioni moralistiche (come farebbe credere il libretto) ma ci si interroga, senza giudizi e pregiudizi, sulla possibilità e liceità di un incondizionato soddisfacimento della gioia di vivere.

 

*Docente di Storia dello spettacolo e Storia della musca e del teatro musicale presso l'Accademia di Belle Arti di Bari. La librettistica italiana è al centro dei suoi interessi di studio.

Pubblicato il 15/7/2010

 

 

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