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La lingua italiana nei 150 anni unitari
a cura di Andrea Turchi

Nell’Italia del 1861 pochissimi parlavano italiano: nella prima capitale del Regno, Torino, anche le classi colte comunicavano in dialetto. L’italiano era  preminente solo nella comunicazione scritta e nelle parole dell’allora unica realtà sovraregionale, ossia la Chiesa, nelle prediche e nel catechismo, perché la liturgia si svolgeva allora in latino. I nuovi legislatori erano consapevoli che per ‘fare gli italiani’ una strada maestra fosse l’unità linguistica. Il percorso per ottenerla fu complesso e tortuoso, frutto in parte di scelte consapevoli e in parte di nuove situazioni di fatto. Scelta consapevole fu quella che, sin dall’inizio, impegnò il mondo della scuola nell'introduzione e diffusione della lingua italiana, ovvero del fiorentino. Situazioni di fatto che favorirono enormemente l’affermazione dell’italiano furono l’esercito di leva, che metteva per la prima volta in contatto genti di ogni parte del Paese, e il linguaggio amministrativo, con il quale gli Italiani dovettero quotidianamente confrontarsi.  Altre  strade  resero l’italiano comune sulle bocche di tutti: tra queste, la canzone e il melodramma, che nella seconda metà dell’Ottocento erano parte importante del sentire popolare. Tuttavia, lingua e dialetto continuarono e continuano a coesistere, nell’incontro (e talvolta scontro) tra tensione verso un territorio culturale comune e identità locali, spesso di antica tradizione e di forte spessore culturale, come ben dimostra l’esempio del dialetto veneto. Il portato di questa storia linguistica lunga 150 anni è sotto i nostri occhi: l’italiano attuale, non lingua fissa ma mobile e vivace.  

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