Il ruolo della lingua amministrativa al momento dell’Unità

di Matteo Viale*

 
                                                                                                                                                                                    

Un esempio di linguaggio burocratico. Immagine tratta dal sito http://italo-germanico.blogspot.com/In un recente romanzo di Andrea Camilleri, La setta degli angeli, ambientato in un immaginario paese della Sicilia nei primi anni dell’Unità si trova descritta questa scena. Anche se frutto della fantasia dell’autore e raccontata col suo stile inconfondibile, la scena è per molti versi verosimile: il banditore, che rappresenta la voce ufficiale dello Stato, parla una lingua sconosciuta alla maggioranza dei cittadini a cui si rivolge e per farsi capire da tutta la popolazione è costretto a tradurre il messaggio dall’italiano al dialetto.


La pubblica amministrazione come veicolo della lingua
In effetti, il contesto linguistico in cui la pubblica amministrazione del Regno d’Italia si trovava a comunicare ai cittadini al momento dell’Unità non si discosta molto dalla situazione descritta: basti pensare ai dati proposti da Tullio De Mauro e Arrigo Castellani, secondo i quali la percentuale di cittadini italiani in grado di esprimersi e di capire la lingua italiana nel 1861 si attesta tra il 2,5% e il 9%.
In un simile contesto di diffuso analfabetismo, la pubblica amministrazione del nuovo Stato, che si rivolge ai cittadini per svolgere le sue funzioni ed erogare i suoi servizi ‒ come i censimenti, la leva obbligatoria, la raccolta di tributi, ecc. ‒ assume un ruolo importante nella graduale diffusione dell’italiano: sono molti i cittadini italiani che entrano in contatto per la prima volta con la lingua nazionale attraverso i testi della pubblica amministrazione, come, per esempio, i manifesti affissi nelle strade in ogni angolo della nazione e le lettere inviate dagli enti locali. Anche per quanto riguarda il confronto diretto con i cittadini attraverso il parlato, lo spostamento di funzionari da una parte all’altra dell’Italia contribuisce al ricorso all’italiano quale lingua di lavoro.
In mancanza di una lingua comune a tutta la popolazione, per la sua organizzazione interna e per le necessità di comunicazione ai nuovi cittadini del Regno, la pubblica amministrazione adotta l’italiano, lingua con una ricca tradizione letteraria, ma poco adatta alle necessità di comunicazione quotidiana degli uffici pubblici, eminentemente pratiche.

L’invenzione del linguaggio burocratico italiano
La pubblica amministrazione si trova così nella necessità di ‘inventare’ un linguaggio amministrativo per il nuovo Stato. Un primo punto di riferimento è dato dalle diverse tradizioni giuridiche e burocratiche preunitarie delle realtà amministrative che hanno formato il Regno d’Italia. Il nuovo stato unitario forgia la nuova lingua amministrativa attingendo a terminologie specialistiche legate alle tradizioni locali, ai dialetti, all’italiano letterario e talvolta anche a termini stranieri. Entrano per esempio nel lessico amministrativo parole legate al linguaggio amministrativo del periodo precedente all’unità, come disguido o incartamento (legate alla tradizione meridionale) o fedina e bolletta (voci lombarde). Ne nasce quella che gli studiosi hanno chiamato koiné burocratica postunitaria.
Questo processo, che si affianca a una vivace discussione sul modello di lingua da adottare per la nuova nazione, non è esente da critiche. Si prolungano nel nuovo Stato polemiche già vivaci nel periodo precedente all’Unità, quando il linguaggio della pubblica amministrazione era oggetto di disapprovazione e additato come esempio da non imitare da parte dei puristi e non solo. Celebre era stata, sessant’anni prima dell’Unità, l’invettiva lanciata da Vincenzo Monti, scrittore non certo legato a posizioni puristiche intransigenti, che ebbe modo di lamentare il cattivo uso che l’amministrazione faceva dell’italiano.

Un linguaggio familiare ma sempre uguale a sé stesso
Nonostante queste limitazioni, la lingua della pubblica amministrazione si impone e diventa familiare a un gran numero di persone di ogni livello culturale. Molti sono quelli che fanno riferimento al linguaggio burocratico come modello di stile a cui ricorrere in situazioni formali, al punto che le formule stereotipate del “burocratese” affiorano persino nei testi di persone scarsamente scolarizzate e non abituate ad esprimersi attraverso la scrittura. Un esempio  aiuta a capire meglio il linguaggio amministrativo dell’epoca. Si tratta di un manifesto diffuso dopo l’annessione del Veneto, nel 1866, per uniformare il sistema fiscale del nuovo territorio italiano a quello del Regno d’Italia.
L’esempio mostra come molte delle caratteristiche che si possono osservare ancora oggi nel cosiddetto burocratese fossero all’epoca già presenti. Ad una lettura superficiale del testo, questo manifesto dei primi anni dell’Unità potrebbe essere facilmente scambiato per un testo scritto ai nostri giorni: è un fatto stupefacente, se si pensa che difficilmente ciò potrebbe avvenire con altri àmbiti, come la letteratura, il giornalismo o la scienza, che nel corso dell’ultimo secolo e mezzo hanno modificato radicalmente il loro linguaggio e il loro stile.
Nel manifesto del 1866 si ritrovano infatti molti dei tratti tipici del "burocratese" che sono ancora oggi vivi  e resistono nonostante i tentativi di semplificazione e aggiornamento del linguaggio amministrativo proposti da diversi decenni.  Si notano inoltre espressioni stereotipate ancora attuali come «in seguito a», «essere presentemente in mora», «in corso di termine prorogato», «andare esenti», «corrente mese» e inversioni nella posizione degli aggettivi, come «dovuto importo», «richiesti dati», «competente commissione», «perentorio termine».
Dal punto di vista della sintassi, ritroviamo la tendenza a frasi lunghe e cariche di informazioni, e l’abbondanza di costruzioni impersonali e di forme passive («vengono assolti»). Ad una lettura più attenta si nota l’uso di un termine tecnico come caposoldo, oggi non più usato, e alcune particolarità nell’uso dei tempi verbali che si differenziano dall’uso attuale per una generale evoluzione del sistema linguistico.
Il fatto che molti testi amministrativi dei nostri giorni conservino caratteristiche del tutto simili a quelle rilevate nel periodo postunitario è segno di una forte conservatività di questo linguaggio settoriale. Peculiarità linguistiche come quelle rilevate potevano avere una spiegazione nel contesto ottocentesco, quando non esisteva ancora un italiano colloquiale ‘medio’ al quale fare riferimento, ma non trovano giustificazione nel secolo successivo, che ha visto la nascita di un italiano quotidiano diffuso in tutti gli strati della popolazione, e meno che mai ai nostri giorni.


Un linguaggio non …all’uopo
Anziché adattarsi al modo in cui l’italiano è cambiato in questi 150 anni, il linguaggio burocratico è rimasto saldamente ancorato a un modello inutilmente aulico e lontano dalla comunicazione quotidiana e si è persino propagato ad altri campi istituzionali, come quello politico e quello della scuola. La resistenza al cambiamento è d’altro canto testimoniata anche dal fatto singolare che continuano a sopravvivere nel linguaggio amministrativo attuale espressioni scomparse dall’uso come il dimostrativo codesto o all’uopo.
Per il futuro non si può quindi che auspicare che questo cambiamento del linguaggio amministrativo abbia finalmente luogo e che il burocratese possa essere  finalmente superato. L’approdo dei testi burocratici a uno stile più semplice, chiaro ed efficace è un processo in corso, di cui si attendono i risultati. È una sfida da affrontare per dare all’amministrazione italiana un linguaggio più moderno e funzionale che le consenta di far fronte alle sfide poste dai tempi attuali.


*Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di romanistica dell’Università di Padova. Sull’argomento dell’articolo ha all’attivo numerose pubblicazioni tra le quali Studi e ricerche sul linguaggio amministrativo, Padova, Cluep, 2009

 Pubblicato il 14/12/2011

Approfondimenti


UN LIBRO

CORSI ESTIVI