La scienza raccontata dalle riviste divulgative italiane

di Enrica Battifoglia* 

Non sono state poche le riviste italiane dedicate alla diffusione della conoscenza scientifica: oltre 80 testate, dalla fine del Settecento a oggi. Di queste, solo pochissime hanno avuto successo e sono vissute a lungo; la maggior parte ha avuto una vita difficile, tormentata da problemi economici e per questo brevissima, anche se interessante e intensa. È stato così fin dall’inizio. 

I tentativi pioneristici del XVIII secolo
Esordisce la Biblioteca fisica d’Europa pubblicata a Milano dal 1788 al 1791 da Luigi Valentino Brugnatelli (1761-1818), medico, chimico, naturalista, nonché uno dei più stretti collaboratori di Alessandro Volta. La rivista nasce per “far conoscere al pubblico italiano le principali memorie degli scienziati d’oltralpe” e i suoi articoli si basano sulle corrispondenze con scienziati, italiani ed europei, che riferiscono le novità e le scoperte più recenti,  come le “idee e conghietture meteorologiche del Sig. Beniamino Franklin”.
Sono pubblicati anche numerosi estratti delle lettere che Volta scrive a Brugnatelli e le corrispondenze da molti scienziati illustri dell’università di Pavia, fra i quali Lazzaro Spallanzani.
Nel 1792 si tenta un esperimento analogo nel Sud, quando un piccolo industriale (ma anche valente chimico e naturalista) di Teramo, Vincenzo Comi, decide che è il momento di far conoscere a tanti altri imprenditori come lui le novità scientifiche che circolano in Europa, prime fra tutte le teorie chimiche di Antoine Laurant Lavoisier. Dopo un intenso e stimolante periodo di studi trascorso a Napoli, e dopo i numerosi contatti avviati con scienziati di livello internazionale, Comi decide di pubblicare a sue spese la rivista Commercio scientifico d’Europa con il Regno delle Due Sicilie. In essa traduce e sintetizza le memorie di scienziati europei, rielaborandole per renderle comprensibili al suo pubblico di industriali e imprenditori agricoli sensibili all’importanza della tecnologia. È un’avventura di appena un anno, costretta a chiudere per mancanza di fondi.

 

La divulgazione scientifica nel XIX secolo tra cronaca e racconto
Dalla fine del XVIII secolo alla prima metà dell’Ottocento le nuove testate divulgative sono rare. La situazione cambia profondamente negli anni Sessanta del XIX secolo, quando in piena Rivoluzione industriale si cominciano a pubblicare numerose riviste scientifiche rivolte a un pubblico di non specialisti e che adottano un linguaggio semplice. La maggior parte riesce a vivere appena uno o due anni e solo un terzo oltre dieci anni.
Alcune hanno un intento dichiaratamente educativo e teso a combattere pregiudizi e superstizioni, come La Natura, pubblicata nel 1884 dal patologo Paolo Mantegazza. Altre partecipano attivamente al dibattito sull’evoluzionismo, altre ancora fanno della scienza “la religione dell’avvenire”. Molte di esse prediligono la circolazione di brevi notizie dedicate alla tecnologia, con una grande attenzione ai brevetti, e riservano uno spazio niente affatto secondario agli avvisi commerciali: è una strategia vincente, come dimostra il grande successo di alcune testate, come Il Progresso (1873-1902) e la Rivista scientifico-industriale (1869-1909).
Queste riviste adottano il linguaggio giornalistico per parlare della scienza, traducendo in notizie le informazioni sulle novità in ogni campo della ricerca. In notizie molto brevi raccontano fatti di cronaca e novità italiane e internazionali relative alla scienza, all’industria e alla tecnologia, dalle inaugurazioni di linee di tram e ferrovie alla realizzazione di nuovi impianti di illuminazione elettrica.
Una scelta vincente, almeno a giudicare dai suoi 65 anni di vita, è quella de La Scienza per tutti (1879-1943). La sua formula riesce a soddisfare i gusti più eterogenei, proponendo una combinazione nella quale, accanto a informazione tecnica, cronaca scientifica e consigli pratici, trova spazio il racconto. Pubblica, per esempio, estratti di libri divulgativi di successo che arrivano dalla Francia, come l’Astronomia popolare di Camille Flammarion. La Scienza per tutti è anche l’unica rivista divulgativa italiana che riesce ad attraversare le due guerre mondiali, adattando contenuti, linguaggio e grafica. La guerra impone la tecnologia come tema di primo piano, asciuga il linguaggio, privilegia la cronaca e La Scienza per tutti asseconda tutte queste esigenze.

 

Il salto di qualità: Sapere e Le Scienze
Tuttavia, nel periodo fra le due guerre un’autentica ventata di novità arriva con la rivista Sapere. Pubblicata nel 1935 a Milano da Ulrico Hoepli e diretta da Raffaele Contu (già direttore dell’Unione sarda, appassionato di scienza e traduttore di Einstein), Sapere è in assoluto la più longeva delle riviste divulgative. Da tempo la redazione si è trasferita a Roma e dal 1983 la direzione è affidata al fisico Carlo Benardini. Anche la periodicità è cambiata nel tempo e oggi è bimestrale. Alla nascita Sapere è un quindicinale e punta immediatamente sul linguaggio più innovativo e all’avanguardia dei suoi tempi, quello della fotografia, che applicata alla scienza e alla microscopia riesce a dare risultati spettacolari, capaci di stupire e informare contemporaneamente. Il nuovo è anche nei contenuti, concentrati su quanto di più moderno e all’avanguardia offre la scienza italiana. Tra le firme dei primi numeri c’è quella di Enrico Fermi. Anche se con difficoltà, Sapere sopravvive alla guerra. Nel frattempo ha fatto scuola: nascono altre testate che, nonostante il taglio decisamente più popolare, sfruttano al massimo l’impatto delle immagini, fino a sperimentare strade inesplorate nella comunicazione scientifica, come il fotoromanzo e il fumetto. Lo fanno, per esempio, Scienza e vita (1949-1967) e La Scienza illustrata (1949-1956), ispirandosi spesso a modelli americani. Mentre negli anni Sessanta si afferma con successo questo taglio popolare dell’informazione scientifica e si sviluppa per tutti gli anni Settanta fino ai primi anni Ottanta, Sapere sceglie una via diversa, prima sotto la direzione del genetista Adriano Buzzati Traverso (1967) e dal 1974 sotto la guida del medico Giulio Maccacaro
Nello stesso periodo arriva dagli Stati Uniti un nuovo esempio di divulgazione: nel 1968 approda nelle edicole Le Scienze , edizione italiana di Scientific American.
Cronaca e curiosità fanno un passo indietro per lasciare la parola ai ricercatori, che direttamente traducono i loro risultati nel linguaggio quotidiano. L’idea nasce dalla collaborazione fra Arnoldo Mondadori e Felice Ippolito (ingegnere, già direttore del CNEN) e personaggi di primo piano del mondo scientifico italiano, come il fisico Edoardo Amaldi, il chimico Vincenzo Caglioti e il biologo Giuseppe Montalenti. Grazie a questo modello, Le Scienze conquista un’autorevolezza indiscussa nel quadro della divulgazione italiana, ma riesce anche a rinnovarsi e a lasciare gradualmente uno spazio sempre maggiore alla cronaca e al dibattito scientifico.
Questo processo, avviato sotto la direzione del fisico Enrico Bellone, si sta sviluppando ulteriormente grazie alla guida del fisico Marco Cattaneo, che ha saputo portare Le Scienze in una posizione di primo piano anche sul nuovo terreno della comunicazione on line, con i blog generati dalla stessa rivista e la presenza su Twitter.
È l’inizio di un fenomeno nuovo, nel quale una rivista divulgativa continua a essere un mensile nella versione cartacea, ma nella rete può diventare veloce come un quotidiano o un’agenzia di stampa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

  

*Giornalista scientifico. Lavora per l’Agenzia Ansa, dove si occupa di scienza. In precedenza, ha collaborato a quotidiani e a riviste scientifiche: in particolare, è stata corrispondente dall’Italia della rivista britannica Space e ha lavorato nella redazione di Sapere. Ha partecipato come giornalista a diverse campagne di ricerca quali la spedizione italiana in Antartide (2005-2006) e la spedizione (2007) al Laboratorio Piramide del CNR sul versante nepalese dell’Everest.

 

 

Pubblicato il 14/4/2011