di Maria Grazia Rigoni*
Bene hanno fatto i curatori del programma Fahrenheit di Radio 3 in onore del bicentenario della nascita di Charles Dickens ad intitolarlo “Grandi speranze per tempi difficili”, non hanno infatti solo sapientemente unito i titoli di due dei suoi migliori romanzi, ma contemporaneamente descritto il periodo in cui Dickens visse e, per così dire, la sua posizione esistenziale.
Il momento storico
Dickens nacque appunto nel 1812 agli inizi del Periodo Vittoriano, quando cominciavano a farsi sentire appieno gli effetti della Rivoluzione Industriale. Erano anni di grandi fermenti e speranze. Non mancavano però le difficoltà che questi cambiamenti comportavano specie per le classi sociali più povere, costrette per lavoro a smembrare le famiglie o a lasciare le campagne per trasferirsi nelle vicinanze delle miniere di carbone, in agglomerati abitativi squallidi e igienicamente più che deplorevoli, con orari di lavoro massacranti e nessuna tutela per donne e bambini.
Lo scrittore e l’esperienza personale
Pur non provenendo da questa realtà di degrado, Dickens l’aveva conosciuta suo malgrado dopo l’arresto del padre (impiegato della Marina) per debiti e ne fu così traumatizzato da farne in seguito il centro di tutti i suoi 14 romanzi. Conobbe quindi più ambienti sociali e non solo seppe descriverli con cognizione di causa ma, quando iniziò a lavorare come giornalista, ciò gli consentì di conoscere i gusti e attrarre l’attenzione di diversi tipi di lettori. Il suo pubblico fu fondamentalmente quello della media e bassa borghesia inglese, ma non esclusivamente, a giudicare dal successo che ebbero sin dall’inizio i suoi sketches e i romanzi che pubblicava a puntate.
Persone e tipi
L’abilità a dipingere con la penna i tipi umani dell’epoca e ad evidenziarne i lati ridicoli e grotteschi emerge da subito come uno dei tratti distintivi della sua prosa. Prima di lui altri si erano ben cimentati nella descrizione realistica di ambienti che caratterizza la nascita del romanzo inglese del ‘700, basti pensare a Defoe; altri avevano satireggiato sui costumi assurdi dell’epoca, pensiamo a Swift in questo caso; altri avevano parlato delle avventure di poveri trovatelli come ad esempio Henry Fielding in Tom Jones, ma nessuno aveva mai creato dei personaggi così completi e credibili. Certo Dickens fu autore cosi prolifico (tenendo conto dello spessore di ciascun romanzo) e così orientato alla descrizione di fatti e persone e alla tessitura della trama che l’analisi psicologica dei personaggi è solo abbozzata (per averne una intensa ed accurata dobbiamo rivolgerci ad una sua contemporanea Mary Ann Evans, in arte George Eliot), pur rimanendo coerente e indimenticabile: chi non ricorda la prima reazione di Scrooge alla vista del fantasma dell’amico Marley quando si dice che di sicuro quella visione era legata alla cattiva digestione di un pezzo di manzo? Anche i personaggi identificati da un nome allegorico che sembra “congelarli” in un tipo umano (Murderstone, Gradgrind, Fagging) hanno una loro individualità, un loro linguaggio personale, una loro giustificata presenza.
Caricatura e critica
Presumibilmente fu proprio la presenza di personaggi così grotteschi che gli consentì di mantenere vivo l’interesse del pubblico, anche di quel pubblico che sottilmente veniva deriso sotto tali esagerazioni, e nel contempo gli permise di far passare la sua critica sociale a gran parte degli aspetti della vita vittoriana contemporanea: dallo sfruttamento di donne e bambini all’impoverimento delle campagne, dalla durezza dei metodi d’insegnamento all’inconsistenza delle società benefiche, dal sistema giuridico alle istituzioni religiose alle teorie filosofiche correnti.
Il realismo descrittivo
Ben poco sfuggì al suo sguardo disincantato, e questo realismo descrittivo costituisce l’altro grande aspetto di novità dell’opera dickensiana. D’altro canto le luci e le ombre della situazione sociale si inserivano in un contesto di contraddittorietà di fondo che un uomo dallo sguardo sottile come il suo non poteva non notare e far notare. I grandi valori dell’età vittoriana in realtà presentavano un rovescio della medaglia davvero inquietante da un lato il perbenismo familiare dall’altro il proliferare di bordelli e bambini abbandonati, le lotte contro la schiavitù e la contemporanea schiavizzazione di donne e bambini, l’ideale del ruolo civilizzatore dell’Inghilterra come giustificazione dell’Impero britannico e la contraddittoria lotta contro altri europei “civilizzatori” per il predominio in zone ricche di materie prime ( Il Sudafrica in primis). La posizione più frequente era quella di chi appunto preferiva ipo-criticamente fingere di non vedere per non dover andar contro l’establishment e la mentalità comune. Mentre nella creazione dei suoi personaggi Dickens unì grande immaginazione ad elementi realistici, per descrivere lo sfondo delle sue storie – ovvero la Londra in cui queste contraddizioni erano più esplicite – non aveva bisogno di inventare nulla: tutto era a disposizione del suo occhio attento e delle sue lunghe passeggiate.
Denuncia e happy ending: una contraddizione?
Dickens non scrisse mai romanzi per diffondere idee politiche di rottura e lasciò al mutamento del cuore dei suoi personaggi e ad un happy (a volte) ending sentimentale la chiusura del singolo romanzo, riprendendo un filone che nel teatro e nel romanzo del 700 aveva avuto successo. Tuttavia quando la notorietà e la sicurezza economica degli ultimi anni glielo consentirono divenne sempre più generoso con le persone bisognose e sferzante con gli ipocriti e i violenti che sembrano farla da padroni. Fu invece nei suoi articoli di politica e di commento sociale, in qualità di giornalista e direttore di riviste, che espresse in modo più esplicito e organico il suo pensiero politico riformista.
Il romanzo dickensiano
Dickens non è molto innovativo nella strutturazione dei romanzi: il narratore è per lo più in terza persona, esterno, onnisciente e perciò in grado di descrivere sia le azioni che i pensieri dei personaggi, anche se a volte è il protagonista stesso di quelle mille complicazioni che l’autore inventa per creare attesa nei lettori delle sue puntate. In entrambi i casi gli eventi e i personaggi sono filtrati da uno sguardo abbastanza discreto, ma la cui presenza è avvertibile anche solo nel tono delle descrizioni. I dettagli evidenziati, la sequenza di aggettivi, e le frequenti ripetizioni di parole, brevi frasi o strutture, non chiedono al lettore alcuno sforzo interpretativo, ma solo di essere godute. Non ci si annoia però in questa sorta di passività, perché lo scrittore tiene vivo l’interesse non solo grazie all’intreccio, bensì anche con la giustapposizione di elementi tragici e comici, la vivida descrizione dei luoghi in tutte le loro componenti sensoriali (si pensi al pranzo di Natale di Scrooge), similitudini geniali e appropriate, semplici simbologie che vanno ad arricchire l’atmosfera generale. È al suo amore per il teatro che dobbiamo invece il tono melodrammatico che lo ha reso famoso al tempo suo, mentre l’ha forse allontanato un po’ dal lettore moderno, i colpi di scena ed alcuni indimenticabili dialoghi tra i personaggi.
Questo stile inconfondibile lo ha reso celebre ai suoi tempi anche oltre oceano e ancor oggi suscita interesse in attori, registi, e scrittori anche molto diversi, a conferma di come egli abbia saputo offrirci una panoramica della ricchezza e della complessità umana che può essere letta ed apprezzata a livelli, tempi e latitudini diversi. La nostra tendenza odierna a fruire anche delle opere d’arte in modo veloce ha portato a valorizzarne di più la costruzione della trama e i dettagli visivi più facilmente trasferibili in riduzioni sceniche a scapito di certi toni o di altre immagini sensoriali, così che anche a Dickens come ad ogni altro autore del passato capita che lo si tenga vivo ed incontrabile ma qualcosa del suo mondo si perda.
*Laureata in Lingue e letterature straniere presso l’università Cà Foscari di Venezia e in Scienze e tecniche dell’interculturalità presso l’università di Trieste, è attualmente docente di inglese nel liceo Giulio Cesare di Rimini.
Pubblicato il 23/02/2012
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