di Francesco Zippel*
Spesso si sente dire che William Shakespeare sia da considerare il più grande e prolifico sceneggiatore mai esistito. Nessun dubbio può essere avanzato di fronte a questa affermazione. Da Laurence Olivier a Kenneth Branagh, passando per Orson Welles, sono innumerevoli le prove di come il genio del Bardo sia riuscito costantemente a offrire materiale prezioso capace di nutrire la creatività di alcune delle menti più brillanti del cinema dell’ultimo secolo. Un senso innato della messinscena teatrale, ambiente da cui provengono tutti i maggiori ‘adattatori’ cinematografici di Shakespeare, una profonda comprensione della psicologia e dei rapporti interpersonali non hanno fatto altro che rendere l’opera shakespeariana una sorta di fonte inesauribile a disposizione di ogni artista di genio.
C’è però un altro autore nei confronti del quale la storia del cinema può ritenersi fortemente debitrice. Uno sceneggiatore ‘silenzioso’ come Shakespeare capace di annoverare negli annuari ufficiali ben 325 riduzioni delle proprie opere al cinema e in televisione. Il suo nome è Charles Dickens, nel 2012 cadono i duecento anni della sua nascita, e la sua scomparsa precede di ‘soli’ 25 anni l’invenzione del cinema. Sono numeri interessanti quelli che avvicinano il barbuto scrittore di Portsmouth alla gloria del Bardo, il record man assoluto degli adattamenti, ben 879. Ma l’arte non è necessariamente riconducibile ai numeri e ci deve essere senza tema di smentita qualcosa di più profondo che, come nel caso di Shakespeare, ha avvicinato così tanto Dickens all’arte cinematografica. Se si osserva da vicino il corpus sterminato dell’opera dickensiana è possibile infatti scorgere un tratto distintivo che lo ha reso assai seducente per tutti coloro che, sin dal 1901, hanno deciso di prenderne a prestito degli elementi per poter comporre le proprie opere cinematografiche. Fin dai suoi esordi nella carta stampata, Dickens aveva infatti dimostrato di possedere una notevole capacità fotografica che gli consentiva di descrivere con arguzia e precisione le situazioni e i protagonisti dei suoi pezzi. Iniziata la sua carriera letteraria, Dickens non ha fatto altro che trasferire questo suo talento in un contesto di più ampio respiro. Il circolo Pickwick come Oliver Twist dimostrano una sublime capacità di cesello nel delineare luoghi, caratteri e momenti storici. Proprio quelle doti che Indro Montanelli riteneva, possedendole in prima persona, alla base di un certo modo nitido e niente affatto paludato di far giornalismo. L’‘occhio’ di Dickens pertanto ha consentito all’autore inglese di costruire una serie fortunatissima di articoli, racconti e infine romanzi di finissimo dettaglio narrativo e di grande respiro storico.
Il cinema si sa, è da sempre alla ricerca di qualche fonte miracolosa dalla quale attingere. In assenza di geni assoluti come Fellini, per altro in origine fumettista e senza dubbio sensibile alle minuziose descrizioni dickensiane, il cinema ha fatto ricorso senza scrupoli all’universo senza tempo di Charles Dickens. Fellini stesso, in una celebre intervista degli anni Settanta, dichiarò di non aver mai voluto girare un film in America perché non sapeva per esperienza diretta come parlavano gli abitanti di quei luoghi, cosa facevano la domenica mattina, come si abbigliavano, in quale caffè erano soliti andare. Ebbene, basta aprire una pagina di Oliver Twist o di Nicholas Nickleby per cogliere immediatamente dettagli di questo tipo e sentirli pulsare nello scorrere delle pagine. I tratti universali di un personaggio come Ebezener Scrooge, figura cartoonesca dalle sfumature noir, non potevano non ispirare ogni genere di riduzione cinematografica, da quelle tradizionali a quelle ‘animate in 3D’ dello sperimentatore Robert Zemeckis passando per il cinismo dei Muppets.
Non è, altresì, casuale che un regista come Roman Polanski, reduce dalla soffertissima prova de Il Pianista, opera dai tratti dichiaratamente autobiografici, abbia deciso di concedersi subito dopo ‘una parentesi’ apparentemente più tradizionale per raccontare la sua versione di Oliver Twist. Le strade di Londra del suo film infatti, sin dalle prime inquadrature non sembrano discotarsi troppo da quelle della sua Cracovia tratteggiate in maniera commovente nel Pianista.
Un filo rosso le lega ed è proprio quello della pietas dickensiana, un tratto che Polanski deve aver riconosciuto subito rileggendo a distanza di moltissimi anni quello che era stato un classico anche della sua gioventù. Ecco, classico, una parola che viene inserita in ogni trailer delle opere tratte da Dickens. Senza dubbio un classico è quell’opera letta da milioni di persone in tutto il mondo che è al tempo stesso stata capace di suggerire sentimenti e generare affezione come nel caso di quelle di Shakesperare. Dickens però sembra possedere qualcosa in più. La sua unicità è da rintracciare proprio in quel gusto neorealistico che i suoi romanzi, soprattutto quelli ‘sociali’, hanno mostrato di possedere. Un gusto mescolato con sapienza alla classicità della tessitura delle storie da lui raccontate.
Un bene preziosissimo, una fonte pressoché inesauribile per un’arte come quella cinematografica che mostra di avere una necessità incredibile di suggestioni con le quali potersi misurare.
Un equilibrio perfetto tra realismo fotografico e immortalità dei temi e dei personaggi che porterà l’eredità di Charles Dickens a diventare sempre più patrimonio della settima arte anche nei decenni a venire.
*Autore e regista di documentari, ha lavorato tra l'altro per la Rai e per Mediaset. Con il suo lavoro Quelli di via Fani - La scorta di Moro ha vinto nel 2007 il premio Agave di Cristallo per il miglior documentario storico dell'anno. Dal 2000 è collaboratore dell'Istituto Treccani, ove, in particolare, è stato redattore dell'Enciclopedia del Cinema. Dal 2006 al 2010 ha insegnato Tecniche della comunicazione cinematografica presso l’Università del Salento dove tiene tuttora seminari sulla storia del cinema.
Pubblicato il 23/02/2012
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