La Gran Bretagna (e in particolare l’Inghilterra), fu il proscenio sul quale, a cavallo tra Sette e Ottocento, si manifestò per la prima volta in modo massiccio quel grande movimento di trasformazione che avrebbe caratterizzato le moderne società industriali dell’Occidente e del Novecento.
Le precondizioni di questo processo sono in un insieme di elementi diversi che si svilupparono fino a determinare l’evoluzione tipica del capitalismo moderno: una ricerca scientifica avanzata che applicava nuove tecnologie ai processi produttivi (nel Settecento erano state introdotte la filatrice multipla, il telaio meccanico idraulico e, soprattutto, la macchina a vapore), un vasto settore di agricoltura capitalistica con elevate capacità d’investimento, un elevato tasso di urbanizzazione, un ampio mercato interno e internazionale (costituito dall’impero coloniale britannico) in grado di assorbire sempre nuovi prodotti.
In quest’ambito, la meccanizzazione investì massicciamente le aziende a conduzione capitalistica, a partire dai settori tessili, minerari, siderurgici e meccanici, mentre, di pari passo, l’introduzione del vaporetto, delle prime linee ferroviarie e del telegrafo permise di costruire una nuova e potentissima rete per il trasporto delle merci e delle persone e per la comunicazione.
Fu il sistema di fabbrica il cuore pulsante di quella che si delineava progressivamente come la nuova organizzazione della società e del lavoro. L’applicazione su vasta scala della tecnologia alla produzione portò sempre più a concentrare masse di lavoratori in fabbriche organizzate secondo criteri razionali, con funzioni, orari, ritmi definiti in base alle esigenze della divisione del lavoro. Sul piano sociale ciò determinava l’emergere di due figure tipiche: da un lato i padroni – proprietari del capitale necessario agli investimenti in macchine e al pagamento dei salari degli addetti al loro funzionamento – e dall’altro gli operai che vendevano la loro forza lavoro.
A motivo del vasto esercito di manodopera a buon mercato, gli operai ricevevano bassi salari e ancora inferiori erano le retribuzioni delle donne e dei bambini, impiegati su vasta scala. I lavoratori, in generale, non potevano fare affidamento su un impiego stabile poiché ogni fase sfavorevole del ciclo produttivo causava ondate di disoccupazione senza che essi potessero contare su alcuna forma di protezione sociale. Gli orari di lavoro erano mediamente da 13 a 15 ore giornaliere. I ragazzi con più di 6 anni erano impiegati in larga misura in fabbrica; e con essi persino bambini di 5 o addirittura di 4 anni.
Nel complesso, la rivoluzione industriale provocò un immenso aumento della ricchezza, anche se ne beneficiarono principalmente la borghesia capitalistica e le classi più elevate, ma generò altresì la moderna lotta di classe.
Le pesantissime condizioni delle masse operaie furono denunciate da intellettuali e politici di tendenze liberali o socialiste, ma furono i lavoratori stessi a organizzare movimenti di protesta: superate le forme estreme e disperate del luddismo (che consisteva nella distruzione delle macchine per la produzione), questi movimenti si espressero negli scioperi, nella costituzione di leghe di lavoratori, di società di mutuo soccorso e infine di sindacati e di partiti socialisti. Dinanzi alla gravità di quella che si configurava come una grande questione sociale, le classi dirigenti tennero a lungo un atteggiamento di chiusura. Le prime moderate riforme ad opera dello Stato ebbero luogo in Inghilterra dopo il 1830. Nel 1831 la giornata lavorativa per i ragazzi sotto i 10 anni fu ridotta a 10 ore; nel 1833 venne limitato il lavoro notturno; nel 1847 fu stabilita la giornata lavorativa di 10 ore anche per le donne.
Per circa un secolo, la rivoluzione industriale rimase circoscritta all’Inghilterra, al Belgio, a parte della Francia e a zone ristrette della Germania. Tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, l’industrializzazione si estese e si intensificò in Germania, nell'Italia settentrionale, in regioni dell’Impero austro-ungarico e di quello russo, in Giappone e negli Stati Uniti, ma rinnovò profondamente le sue basi energetiche e tecnologiche in un quadro che vide l’Inghilterra cedere progressivamente il primato.
Pubblicato il 23/02/2012
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