Franz Kafka, Il processo

di Fiammetta Lozzi Gallo

La vicenda editoriale
Il processo (Der Prozess, 1925) è un romanzo dello scrittore ebreo praghese Franz Kafka scritto tra il 1914 e il ’15 e lasciato incompiuto dall’autore. L’anno successivo alla morte di Kafka, Max Brod, che fu il suo esecutore testamentario, lo pubblicò nonostante la chiara indicazione dell’autore che tutti i suoi romanzi incompiuti fossero distrutti. Brod, scrittore anch’egli e amico di Kafka fin dai tempi dell’università, curò l'edizione postuma di tutta la produzione kafkiana e scrisse una dettagliata biografia dell’amico (Franz Kafka, Eine Biographie, 1937).
Del Processo Kafka aveva lasciato, in realtà, alcuni capitoli o parti di capitoli, frammenti di descrizioni, riflessioni. Nel pubblicare l’opera, dunque, e per renderla un romanzo strutturato e coeso, Brod sottopose il testo a un profondo lavoro di revisione e interpolazione.

La trama
Josef K., procuratore di banca, viene processato e condannato per un’accusa che non sarà mai chiarita. Sarà ucciso senza aver mai potuto conoscere appieno il proprio capo d’imputazione e senza essersi mai potuto difendere.

Una mattina, due uomini si presentano alla porta di K. per arrestarlo. K. viene informato di essere imputato in un processo, ma non gli viene data alcuna indicazione sul suo capo d’accusa.
Celeberrimo, l’incipit del romanzo:

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”.
In poche, semplici parole si delinea l’inizio della tragedia umana di K.
A tutta prima, il protagonista pensa a un errore oppure a uno scherzo di pessimo gusto da parte dei colleghi. Dopotutto, vive in uno stato di diritto, dappertutto regna la pace, tutte le leggi sono in vigore.
Egli considera, dunque, impossibile che quanto gli viene comunicato possa essere vero.
Esemplare lo scambio di battute surreale tra K. e le guardie:
“‘Lei è in arresto’. ‘Come posso essere in arresto? In questo modo, poi’. ‘Non ricominci adesso’, disse la guardia e intinse una fetta di pane imburrata nel vasetto del miele. ‘A queste domande non rispondiamo’. ‘Dovrà rispondere’, disse K. ‘Ecco i miei documenti d'identità, fatemi vedere ora i vostri e soprattutto il mandato di arresto’. ‘Santo cielo!’, disse la guardia, ‘possibile che lei non riesca a rassegnarsi alla sua situazione e per giunta sembri mettercela tutta per irritarci inutilmente, noi che adesso le siamo forse più vicini di qualsiasi altro essere umano!’”.
L’ispettore, che più tardi notifica l’arresto, avverte K. che potrà ancora agire da uomo libero, lavorare e mantenere le proprie abitudini.
“Come posso andare in banca, se sono in arresto?’. ‘Vedo che lei mi ha frainteso’, disse l'ispettore, che già era vicino alla porta. ‘Lei è in arresto, certo, ma questo non deve impedirle di svolgere la sua professione. E nemmeno di mantenere le sue abitudini’. ‘Allora lo stato d'arresto non è poi così male’, disse K. avvicinandosi all'ispettore. ‘Non ho mai voluto dire altro’, fece quello. ‘Ma allora, nemmeno capisco la necessità di notificarmi l'arresto’, disse K., e si avvicinò ancora di più. Anche gli altri si erano avvicinati. Ora erano tutti radunati in uno spazio ristretto vicino alla porta. ‘Era mio dovere’, disse l'ispettore. ‘Un dovere stupido’, fece K. inflessibile. ‘Può darsi’, rispose l'ispettore”.
Si chiarisce sempre più il diverso codice di comportamento e di pensiero tra K., che pensa e ragiona secondo razionalità e con lucidità, e l’ispettore che, come ogni oscuro ingranaggio dell’ottusa macchina della giustizia, esegue ordini che sembrano seguire ragioni insondabili secondo meccanismi inarrestabili.
Un'atmosfera sospesa e sempre oscuramente minacciosa manterrà la tensione quasi insopportabile per il lettore fino all'ultima pagina.
Eppure, Kafka racconta di essersi divertito a leggere il proprio romanzo agli amici e che questi avevano riso di gusto nell’ascoltare le disavventure di K.

L’ottusità della burocrazia giudiziaria
K., a tutta prima, potendo agire da uomo libero, cerca dunque di darsi da fare per risolvere la questione con razionalità e pragmatismo, ma inizia subito a scontrarsi con quella macchina processuale complessa e irrazionale che non riuscirà mai a capire e con la quale non potrà comunicare in alcun modo fino alla fine, nonostante tutti i suoi sforzi.
Non riuscirà neanche a conoscere tempi e modalità del processo. Durante la prima udienza, in un’aula di giustizia anonima di un edificio anonimo di un anonimo quartiere, incontra il giudice istruttore, che mostra di non avere neanche idea di chi sia l’imputato. K. fa un’accorata arringa contro la burocrazia giudiziaria, davanti a una sala piena di gente che ora applaude, ora ride, come davanti a uno spettacolo, non a un tragico destino. Sembra, come sempre nel romanzo, che qualcuno lo stia a sentire ma, in realtà, le sue parole non faranno mai breccia su nessun uomo di giustizia.
Del resto, tutti i personaggi che K. incontrerà e ai quali parlerà del proprio caso reagiranno con la stessa rassegnazione, parlando di quanto capitato a K. come di qualcosa che può capitare. La passiva accettazione dell’ineluttabilità del meccanismo di una giustizia che trascende l’umano è totale. Tra questi, il pittore Titorelli, che abita nel solaio di un edificio del tribunale, risponde semplicemente a K. che quando il tribunale viene avviato difficilmente recede dalle accuse mosse all'imputato. Lo dice come si potrebbe spiegare un fenomeno fisico.
Neanche l’avvocato Huld, “difensore dei poveri” da K. incaricato della difesa, sarà mai chiaro sulle proprie azioni volte a risolvere questa situazione. Si limita a rassicurare K. genericamente sull’impegno che profonde nel proprio lavoro. E K. finirà per licenziare l’avvocato, rinunciando definitivamente alla difesa e andando incontro alla condanna a morte.
Alla vigilia del suo trentunesimo compleanno, due signori si presentano a casa di K. e lo portano via. Lo trascinano vicino a una cava, dove lo accoltellano al cuore, come macellai.
Insomma: il tribunale, inarrivabile, ha emesso una sentenza di condanna, secondo logiche autoreferenziali e insondabili.
Le ultime parole del romanzo sono strazianti.
“Dov'era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov'era l'alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le dita.
Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre l'altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. ‘Come un cane!’, disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere”.
Da non dimenticare è che Kafka era avvocato; aveva studiato legge spinto dal padre che sperava potesse curare i commerci di famiglia. Poi, a causa della sua salute cagionevole e del suo carattere schivo, era finito come impiegato in un’agenzia di assicurazione. In effetti, i caratteri più inquietanti di questa Legge insondabile e questo Tribunale inarrivabile descritti da Kafka nel romanzo sottolineano anche aspetti del diritto esistenti allora, come il ritardo nella comunicazione dei capi d’accusa all’imputato, e che sono stati via via corretti nel tempo.

Lo stile
Dalla tessitura narrativa kafkiana emergono le cifre sociali e culturali dello scrittore, dalle atmosfere magiche e surreali boeme all’angoscia della persecuzione propria della componente ebraica. In quegli anni, nella Mittleuropa esplodeva feroce l’antisemitismo: basti pensare alla diffusione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion a opera della polizia segreta russa.
La forza della scrittura di Kafka sta nel descrivere come ordinarie situazioni che sono invece surreali e inquietanti o, al contrario, nel partire da situazioni quotidiane e banali per risalire, tramite la potenza di un linguaggio allusivo, ai grandi temi del conflitto, presente in ogni individuo, tra il vivere quotidiano e l’aspirazione all’universale.
L'angoscia dell'uomo che, senza difese, si affaccia sugli abissi del nulla, affrontata pochi decenni prima da Kierkegaard, è rivissuta da Kafka senza più termini religiosi e una struttura teorica di riferimento, e la dimensione fantastica crea, attraverso una rappresentazione paradossale e grottesca, un’oscura tensione senza luce in cui K. è simbolo poetico dell'infinita distanza tra l'uomo e Dio.
“Kafkiano” è diventato un aggettivo di uso comune per indicare una situazione, un’atmosfera inquieta, angosciosa, desolante, o paradossale, allucinante, assurda.
Come scrisse Primo Levi nella nota finale alla sua traduzione del Processo (Einaudi, 1983): “La lettura del Processo, libro saturo di infelicità e di poesia, lascia mutati: più tristi e più consapevoli di prima”. 

Fonti e risorse on line Treccani

KAFKA, Franz, Enciclopedie on line

NARRATIVA, di Claudio Magris, Enciclopedia del Novecento, 1979

ROMANZO, Enciclopedie on line, cap. “I fondatori del romanzo moderno”

DIRITTO E LETTERATURA, di Richard H. Weisberg, Enciclopedia delle Scienze Sociali, 1993, cap. 2. “Il diritto nella letteratura”

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Altre Risorse on line

Siti

The Kafka Project

Il processo, testo integrale

I grandi autori della letteratura mondiale

 

Articoli

Franco D’Arco, Il processo

Gabriele Scaramuzza, Il processo e la colpa file .pdf

Giuseppe Salzano, Il processo

 

Video

Orson Welles, Il Processo (1962), la scena finale. Tratto dal romanzo di Kafka: l'imputato Joseph K (Anthony Perkins) incontra per l'ultima volta l'avvocato Hastler (Orson Welles).

Lettura di Roberto Pedicini delle prime pagine del Processo per la trasmissione radiofonica “Ad alta voce”.

 

Libri

Jean-Michel Rey, Qualcuno danza i nomi di Kafka, Introduzione di Roberto Racinaro, Guida Editori, 1990

Franz Kafka, I capolavori, Garzanti, Introduzione di Enrico De Angelis

Aldo Carotenuto, La chiamata del daimon: Gli orizzonti della verità e dell'amore in Kafka, Tascabili Bompiani, Introduzione e cap. I “La parabola dell’arresto”

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