Libia e immigrazione: due sfide che dividono l'Europa

Un'immagine della recente guerra civile in Libia. Trattadal sito: http://static.fanpage.it

di Stefano Polli*


Parlare di un’Europa divisa ormai quasi non fa notizia. I 27 membri dell’UE sempre più raramente riescono a trovare una posizione comune di fronte alle grandi sfide internazionali di inizio millennio.
Nei grandi avvenimenti globali, i Paesi dell’UE tendono a rifugiarsi nelle posizioni delle loro politiche nazionali e l’Unione Europea stenta a presentarsi compatta sugli scenari mondiali.
Ma quello che è accaduto per la vicenda libica ha forse superato tutte le previsioni e tutti i precedenti. Francia e Gran Bretagna hanno, fin dall’inizio, agito per conto proprio ignorando le richieste dei Paesi alleati e lavorando su strade isolate.
Soprattutto il forcing francese per un duro confronto prima e un intervento militare poi verso Tripoli è stato malvisto e mal digerito da molti partner europei, tra i quali anche l’Italia. E ha anche creato un cortocircuito internazionale con polemiche forti sul comando delle operazioni militari e sull’interpretazione stessa della risoluzione dell’Onu 1973, che è alla base del mandato internazionale.

Il nodo del comando militare
Poche ore dopo l’approvazione della risoluzione 1973, i primi aerei francesi stavano già bombardando le forze di Gheddafi, ormai prossime a Bengasi, “capitale” degli insorti.
Va ricordato che la 1973 autorizza la comunità internazionale a usare tutti i mezzi possibili per proteggere le popolazioni civili, a esclusione dell’occupazione militare del Paese.
È una risoluzione che, oggettivamente, va un po’ al di là di una semplice “no fly zone” e che, secondo alcune interpretazioni, autorizza anche gli attacchi contro i convogli, i blindati, i carri armati, come fatto da francesi, britannici e americani.
Anche le operazioni delle forze speciali – di fatto già in atto da tempo – sarebbero autorizzate.
La coalizione si è trovata così composta da alcuni Paesi che intendevano far rispettare semplicemente la “no fly zone” e altri che invece aiutavano e aiutano i ribelli con azioni contro le forze del rais di Tripoli.
La polemica più forte però si e avuta sul comando delle operazioni.
La Francia ha tenuto un lungo braccio di ferro per evitare che il comando andasse alla Nato. Alla fine ha dovuto cedere e ormai la coalizione viene coordinata dal comando Nato di Napoli.

Il presidente francese Sarkozy discute con la cancelliera tedesca Merkel. Immagine tratta dal sito: http://www.lostato.it/

La strada solitaria di Sarkozy
Subito dopo l’accordo per dare il comando militare alla Nato, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha però ribadito che per la Francia il coordinamento della missione deve ''restare eminentemente politico''.
Dopo una settimana di consultazioni non-stop, che hanno registrato momenti altissimi di tensione al quartiere generale dell'Alleanza atlantica, la Francia ha insomma rilanciato cercando quella che ha definito una "cabina di regia politica" dell’intera operazione.
Non solo, Parigi ha cercato di tenere la Nato fuori dalle operazioni. Inoltre, si è completamente dimenticata dell’Europa.
L’accordo per il comando Nato, invece, è stato accolto con particolare soddisfazione dall'Italia, che si è battuta per imporre una catena di comando unico sotto l'ombrello della Nato. Tra l'altro, con il rientro sotto l'Alleanza del comando delle operazioni, è la base di Napoli a ospitare il quartiere generale della missione.
''Era esattamente quello che l'Italia chiedeva – è stato il commento italiano - il nostro giudizio è certamente positivo perché si tratta di un comando unico che evita una moltiplicazione di comandi''.

La voce debole dell’Unione Europea
L’Europa, come entità unica, è rimasta un passo indietro nei lunghi negoziati diplomatici per trovare un compromesso tra posizioni molto distanti.
L'UE è comunque pronta ad adottare nuove sanzioni per evitare che gli introiti da gas e petrolio finiscano nelle tasche di Gheddafi, vuole salvaguardare l'integrità territoriale della Libia, riconosce il ''contributo positivo'' dato dalle azioni militari intraprese dalla coalizione per la protezione dei civili e ribadisce che il colonnello ''deve andarsene immediatamente''. Questi sono alcuni dei passaggi principali delle conclusioni sulla Libia adottate oggi dal Consiglio Europeo di fine marzo.
L'Europa, insieme ai partner regionali, intensificherà gli sforzi per rispondere alla legittima domanda di democrazia del popolo libico e per avviare un dialogo con le parti tenendo conto della necessità di salvaguardare la sovranità e l'integrità territoriale della Libia.
Parallelamente, i 27 “sono pronti” ad adottare ulteriori sanzioni per impedire che gli introiti derivanti dalla vendita di gas e petrolio arrivino al regime di Gheddafi. In questa prospettiva i Paesi membri dell'UE presenteranno opportune proposte al Consiglio di sicurezza.
Ma l'UE si è impegnata a potenziare l'assistenza umanitaria, ricorrendo anche a mezzi navali, per una situazione che, specialmente in prossimità dei confini libici, resta motivo di ''grande preoccupazione''.
Sul fronte dell'assistenza economica, il vertice UE ha anche deciso di aumentare di un miliardo di euro il plafond delle operazioni della BEI (la Banca Europea per gli Investimenti produttivi, istituita nel 1958, che concede finanziamenti a lungo termine per validi progetti d’investimento) nei Paesi mediterranei che hanno intrapreso riforme politiche. E ha invitato gli 'azionisti' della BERS (la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, un organismo finanziario europeo che storicamente opera soprattutto verso i Paesi dell'Europa centrale e orientale) a considerare la possibilità di estendere il proprio campo d'azione anche ai Paesi vicini del Sud.
Si tratta di una posizione generosa ma di basso profilo politico. Come troppo spesso accade, le decisioni vere si prendono lontano da Bruxelles.

La Germania fuori dal gioco
In tutto questo va ricordato il ruolo di retroguardia assunto dalla Germania. Angela Merkel ha guardato alle dinamiche interne e alle difficoltà elettorali della sua coalizione.
Di fatto Berlino è sparita dalla scena.
Ha però avuto un ruolo importante dal punto di vista politico con la richiesta di sanzioni europee più dure da parte dell’UE.
Secondo la Merkel, contro la Libia serve un embargo petrolifero completo, oltre ad ampie restrizioni al commercio.
La Merkel vuole una posizione comune sull'embargo totale del petrolio, che però al momento stenta ad arrivare.
Dopo essersi astenuta sulla risoluzione Onu, dividendo il fronte europeo, e avere deciso di non partecipare ad alcuna azione militare, contribuendo alla crisi dell'Alleanza, la
Germania è dunque determinata a usare lo strumento delle sanzioni per esprimere la propria ferma contrarietà al regime di Gheddafi.
Il valore economico delle sanzioni operative e anche di un eventuale embargo petrolifero totale al momento non sarebbe rilevante. I combattimenti in corso hanno già fatto crollare il mercato petrolifero libico.

Immagine trattadal sito: http://www.tmnews.it/

Un consulto a quattro
Uno dei momenti di maggiore tensione si è avuto quando Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno deciso di effettuare un consulto a quattro per individuare le strade da seguire per una soluzione politica della vicenda.
Barack Obama, David Cameron, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel hanno effettuato un gran consulto a quattro per la Libia a poche ore dal vertice di Londra del Gruppo di Contatto.
Di fatto una sorta di direttorio che ha anticipato la riunione dei Paesi che fanno parte della coalizione internazionale per fare il punto sulle attività militari ma soprattutto per delineare un piano di soluzione politica, una ''exit strategy'' dalla crisi libica.
Nessuna delle due riunioni ha portato a conclusioni concrete, ma il consulto a quattro ha contribuito a scavare sempre più i solchi che dividono la comunità internazionale con idee diverse sulla catena di comando, differenze di interpretazioni sulla risoluzione 1973, vari livelli di impegno politico e militare, divergenze importanti su come provare a contribuire a costruire la Libia del futuro, sospetti di manovre per farsi trovare tra i primi interlocutori dei potenziali nuovi dirigenti libici del post-Gheddafi.

Immigrazione, l’Europa in ordine sparso
Una delle conseguenze dirette della totale mancanza di coordinamento europeo nell’azione militare e anche, in parte, in quella politica verso la Libia è l’aggravamento della mancanza di una politica comune dell’immigrazione.
I Paesi europei hanno risposto con scarsa solidarietà e poco calore alle richieste italiane di aiuto di fronte alle ondate di immigrati che dalla sponda sud si sono riversati a Lampedusa per fuggire da una situazione di guerra, povertà e mancanza di lavoro e prospettive.
L’Europa non ha ancora una politica condivisa su una delle più grandi sfide di questi anni e, soprattutto, non sembra aver molta voglia lavorare per arrivare a questo obiettivo.
Dopo il fallimento del processo di Barcellona, fortemente voluto dalla Spagna, anche l’Unione per il Mediterraneo, nata su ispirazione francese, segna il passo.
Mentre la sponda sud si infiamma e la storia accelera la sua corsa, l’Europa sembra indifferente ai cambiamenti che stanno travolgendo il Maghreb e il Vicino Oriente.
L’unica arma messa in campo dai 27 è l’agenzia Frontex, uno strumento che appare totalmente inadeguato di fronte alla potenza dei cambiamenti in corso e ai flussi migratori di questi tempi e prevedibili per il futuro.

Immagine tratta dal sito: http://it.euronews.net

Frontex, l’agenzia europea per la protezione delle frontiere
L’agenzia Frontex ha iniziato a essere pienamente operativa nell’ottobre del 2005. La sua sede è a Varsavia e può disporre di base di 272 esperti. Ha il compito di rafforzare il controllo delle frontiere esterne dell'Unione Europea, compito che spetta principalmente agli Stati membri.
Dovrebbe garantire il coordinamento degli Stati membri nelle azioni per l'attuazione delle misure comuni per la gestione delle frontiere e fornire assistenza in circostanze che richiedono una maggiore assistenza tecnica e operativa. Dovrebbe anche fornire, secondo il suo statuto, il sostegno necessario per organizzare operazioni di rimpatrio congiunte.
Tuttavia, il dispositivo messo in campo da Frontex per aiutare l’Italia si è dimostrato inadeguato, basato com’è su offerte volontarie dei Paesi membri e visti i tempi molto lenti dell’organizzazione complessiva.
Purtroppo, non è attraverso Frontex che l’Europa potrà costruire una vera cooperazione strutturata per l’immigrazione. Nè, tantomeno, una politica europea per il Mediterraneo.

*Caporedattore Affari internazionali dell'agenzia ANSA


Pubblicato il 7/04/2011