Unione Europea, nuove istituzioni per nuove sfide

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di Stefano Polli*

La strada delle riforme europee è giunta allo snodo decisivo. Da qui alla fine del 2009 si costruisce la nuova Europa che dovrà gestire le sfide del nuovo millennio. Dopo una lunga crisi durata troppi anni, dopo numerosi passi indietro, dopo esser stata più di una volta sull’orlo del fallimento totale, l’Unione Europea ha adesso l’occasione di uscire fuori dal tunnel.
In pochi mesi potrà avere le regole che cerca da tempo, i meccanismi decisionali che le permetteranno, forse, di essere presente in tempi accettabili negli scenari globali. Avrà anche un nuovo Parlamento e una nuova Commissione. Avrà di fronte a sé, cinque anni (la durata della legislatura europea) che potranno essere più vivi e più fruttuosi di quelli della legislatura, grigia e malinconica, appena conclusa.
Ci sono tutte le potenzialità affinché ciò accada, anche se, alla fine, dipenderà, come sempre, dalla volontà dei leader europei e dalla loro voglia di pensare e lavorare anche per il bene comune dei 27 oltre che degli interessi nazionali.
Ma l’alibi della mancanza delle riforme sta per finire, anche se le nuove istituzioni non saranno quelle pensate dalla lungimirante Convenzione presieduta da Valery Giscard D’Estaing. La Costituzione europea – disegnata proprio dalla Convenzione – è stata affondata dai referendum francese e olandese della primavera del 2005. Da allora, di compromesso in compromesso si è arrivati all’attuale Trattato di Lisbona, un trattato di riforme minimo ma che comunque potrà dare nuovo slancio a un’Europa perennemente in crisi, continuamente in assenza di ossigeno.

Il fallimento elettorale, l’ennesimo campanello d’allarme
In poche settimane, l’Europa ha assistito a una serie di avvenimenti che potranno dare un’accelerazione decisiva all’uscita dalla sua lunga crisi.
Prima di tutto le elezioni europee che hanno confermato la disaffezione forte dei cittadini europei verso le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo. È stato toccato il minimo storico di affluenza alle urne (43%) e c’è stato un successo significativo delle formazioni xenofobe ed euroscettiche.
Tra i grandi partiti, il Pse è andato clamorosamente male mentre il Ppe ha invece tenuto e mantiene il suo tradizionale ruolo di primo partito dell’assise europea.
È andata come cinque anni fa, quando poche settimane dopo la festa di Dublino (1° maggio 2004) per l’allargamento dell’UE da 15 a 25 Paesi membri con l’ingresso storico dei Paesi dell’Est e dell’ex impero sovietico, le prime elezioni a 25 furono un fallimento imprevisto.
Anche queste elezioni hanno ribadito la lontananza dei cittadini europei dalle loro istituzioni. Da un lato c’è un disinteresse molto forte per i temi europei, la paura del futuro e del nuovo, il tentativo di rifugiarsi dentro i propri confini di fronte alla più grande crisi economica dal ’29 a oggi.
Dall’altro c’è una reale incapacità da parte dei leader europei di spiegare quelli che sono i vantaggi dell’essere cittadini dell’Europa a 27, di essere vicini ai loro elettori, di capire i loro problemi, le loro angosce, le loro speranze.
Eppure, questo segnale ripetuto a cinque anni di distanza non può che essere un momento di ripartenza per le istituzioni europee. I prossimi cinque anni dovranno necessariamente essere diversi. “Vivacchiare” così non è più possibile oltre che non tollerabile. Vorrebbe dire scrivere definitivamente la parola fine sotto le speranza di una rinascita europea.
 

La firma del Trattatto di Lisbona. Immagine tratta dal sito: www.europa.euDa dove si riparte?
Intanto si deve ripartire con un nuovo Parlamento e una nuova Commissione. Le due istituzioni non hanno dato una grande prova nella passata legislatura, ma adesso è il tempo di rimboccarsi le maniche e di trovare nuovo slancio e nuovi stimoli, nuove idee e obiettivi concreti e chiari.
Le grandi manovre sono già cominciate, subito dopo la fine del Consiglio europeo di Bruxelles del 18-19 giugno 2009 che ha segnato il passaggio di consegne della presidenza semestrale dalla Repubblica Ceca alla Svezia.
Questo vertice ha segnato, di fatto, l'avvio della ricerca dei nuovi equilibri politici e istituzionali necessari ad affrontare i prossimi appuntamenti: il rinnovo della Commissione europea, la nomina del presidente (o dei presidenti) del Parlamento, sempre considerando che – se il trattato di Lisbona entrerà in vigore nel 2010 (dopo il nuovo possibile referendum irlandese) – si dovranno più in là nominare anche il presidente permanente del Consiglio europeo (2 anni e mezzo di mandato) e il ministro degli Esteri Ue.
L'operazione, nel suo insieme, è più complessa che mai. L’Europa non si è mai trovata di fronte a un ingorgo istituzionale di questo tipo. Non solo perché si tratta di un’operazione condotta a 27, ma anche e soprattutto per la scansione temporale degli appuntamenti. Su tutto il processo pende, infatti, l'incognita dell'entrata in vigore di Lisbona e quindi il numero e l'importanza delle poltrone in gioco.
È una partita che al momento sembra avere due arbitri principali legati da un rapporto consolidato e collaudato, nonché, almeno in un caso, da un solido consenso politico: il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy. Entrambi appartenenti alla famiglia politica europea del Ppe, uscita vincente dalla consultazione elettorale.
In questa fase di attesa per “Lisbona sì-Lisbona no”, l'istituzione che sta consolidando il suo potere e la sua forza è il Parlamento europeo. Nel suo complesso, perché i numeri usciti dalle elezioni, pur avendo segnato la vittoria del Ppe, non hanno consegnato ai popolari la maggioranza assoluta dell'assemblea.
L’elezione del nuovo presidente – con il polacco Jerzy Buzek in pole position – risentirà di divergenze interne allo stesso Ppe e della mancanza di una solida e precostituita maggioranza all’interno dell’euro-assemblea. La stessa conferma di José Manuel Durão Barroso alla guida della Commissione, anche se scontata (è paradossalmente l’unico candidato a succedere a se stesso), é abbastanza controversa e non così lineare come dovrebbe essere in caso di unico candidato.
Al summit di Bruxelles, Barroso, che sperava di ottenere subito la designazione ufficiale, si è dovuto accontentare di un sostegno politico finalizzato a non contrariare un Parlamento dove il gioco delle alleanze è molto complicato e ancora da realizzare fino in fondo. 
 

Jerzy Buzek, ex primo ministro della Polonia, membro del Partito Popolare Europeo (Ppe), considerato dai più candidato vincente alla presidenza del Parlamento europeo. Immagine tratta dal sito: www.eppgroup.eu.Parlamento e Commissione, una partenza in sordina
Tutto sommato, quindi, dopo lo schiaffo elettorale delle europee, l'Europa è ripartita, al momento in ordine sparso, tra qualche rinvio e qualche balbettio di troppo. Comunque senza slanci e senza entusiasmi.
I leader europei non sono riusciti a trovare un definitivo punto di equilibrio sulla questione strategica delle riforme e del Trattato di Lisbona e si sono divisi sulla nomina del nuovo presidente del Parlamento europeo. Sono riusciti anche a discutere sulla conferma di José Manuel Durão Barroso alla presidenza della Commissione, un esercizio tutto sommato sorprendente e malinconico visto che, come detto, nessuno è riuscito a proporre, in questi mesi, una concreta alternativa al politico portoghese dopo cinque anni di presidenza tutto sommato grigia e troppo prudente.
Alla dimostrazione di malessere e disinteresse delle elezioni europee, i leader dell’UE hanno risposto con l'apatia che ormai da troppo tempo contraddistingue le loro riunioni, dilungandosi in difesa dei diversi interessi nazionali e dimenticando sistematicamente la
visione di insieme dell'Europa.
Il Ppe si è diviso nella diatriba tra l'italiano Mario Mauro e il polacco Jerzy Buzek per la poltrona di presidente dell'euroassemblea, costringendo gli eurodeputati a una conta interna.
E un'altra conta dei voti verrà fatta per la conferma di Barroso a dimostrazione del fatto che il presidente della Commissione non ha fatto e non fa battere i cuori dei leader europei.
Non importa, la partenza è stata lenta, ma l’importante è che adesso si proceda con la consapevolezza di dover sistemare velocemente tutte le tessere del grande puzzle europeo.

Trattato di Lisbona e referendum irlandese, prova del fuoco per l’Europa
Dopo la nomina del nuovo presidente del Parlamento e la conferma di Barroso, il vero appuntamento per i 27 è quello con il Trattato di Lisbona, da troppi anni fermo ai blocchi di partenza per una serie infinita di incidenti di percorso. L’ultimo ostacolo per la sua entrata in vigore è la ratifica da parte dell’Irlanda, il Paese che un anno fa lo aveva bocciato attraverso un referendum popolare.
Affinché un Trattato europeo possa entrare in vigore è necessario che sia ratificato da tutti i Paesi membri. Per questo i leader europei hanno a lungo cercato il modo di far tornare i cittadini irlandesi alle urne sperando, questa volta, in un risultato positivo.
Il vertice di Bruxelles di giugno è andato incontro alle esigenze irlandesi. Per riproporre un referendum (per la legge irlandese non è possibile, in questo caso, una ratifica parlamentare) ai propri cittadini, i leader irlandesi avevano bisogno di qualche novità, di poter “strappare” qualcosa all’Europa, di far vedere che Dublino aveva ricevuto assicurazioni su temi importanti.
Ebbene, il summit è riuscito a partorire un compromesso accettabile per tutti.

 

Brian Cowen, il primo ministro irlandese. Immagine tratta dal sito: http://blog.irlandando.itL’Europa in mano ai cittadini irlandesi
Le paure che avevano indotto la maggioranza degli irlandesi a bocciare il Trattato di Lisbona nel referendum del 12 giugno 2008 hanno trovato dunque una risposta in un pacchetto di garanzie offerto all'Irlanda dai partner europei e il governo di Dublino ha annunciato che è pronto a convocare una nuova consultazione popolare che potrebbe tenersi indicativamente nella prima settimana di ottobre.
“Le garanzie legalmente vincolanti adottate oggi dai Ventisette rispondono alle preoccupazioni dei cittadini irlandesi in modo appropriato e adeguato”, ha dichiarato il premier irlandese Brian Cowen. “Con il risultato del Consiglio di oggi sono fiducioso di avere una base solida per andare dai cittadini e chiedere loro di ratificare il Trattato di Lisbona, rimettendo così l'Unione Europea in movimento ed eliminando le mistificazioni che sono circolate in occasione del referendum dell'anno scorso”, ha aggiunto il primo ministro.
Cowen torna a casa con un pacchetto di rassicurazioni “vincolanti” che garantiscono agli irlandesi che Bruxelles non deciderà al posto loro sui temi della politica fiscale, dell'aborto e del diritto di famiglia e della neutralità militare.
Il documento approvato, che diventerà un protocollo da allegare ai trattati europei in occasione del prossimo allargamento dell’Ue, probabilmente con l'ingresso della Croazia nell’UE previsto nel 2010, offre anche garanzie in materia di diritti sociali, incluso quelli dei lavoratori.
Per avere le 27 ratifiche sul Trattato di Lisbona, in realtà, oltre all'Irlanda, mancano anche le firme del presidente polacco, Lech Kaczyńsk, e quella del presidente ceco, l'euroscettico Vaclav Klaus, che nei giorni scorsi ha pure minacciato di chiedere un referendum interno sull'accordo con Dublino. C'è poi il tassello Germania che ancora deve andare al suo posto, perché la Corte costituzionale deve pronunciarsi sui dubbi sollevati da alcuni sulla presunta violazione dei diritti del Parlamento da parte di quanto contemplato nel nuovo trattato.
Ma questi problemi sembrano tutti superabili. Il vero ultimo scoglio rimane il referendum irlandese. Se vinceranno i “sì” l’Europa avrà finalmente nuove regole e meccanismi decisionali più agili ed efficienti con cui affrontare le sfide globali di inizio millennio.
Tra le riforme previste dal Trattato di Lisbona – concepito per fare funzionare un'Europa allargata – ci sono l'estensione del voto a maggioranza su una gamma molto ampia di temi e maggiori poteri per l'Europarlamento. Introduce, inoltre, il presidente stabile del Consiglio europeo al posto della presidenza a rotazione semestrale e il “ministro degli Esteri” dell’Ue.
Sarebbe un’Europa davvero diversa.
 

*Caporedattore Affari internazionali dell'agenzia ANSA


Pubblicato il 2/07/2009