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106Fotografia come letteratura
Giuseppe Marcenaro
Bruno Mondadori, 2004, pp. 184, euro 20,00.

A pagina 42 "Se si consente che la fotografia supplisca l'arte in alcune delle sue funzioni, in breve essa l'avrà soppiantata o completamente corrotta, in virtù della naturale alleanza che troverà nell'idiozia della massa. Occorre dunque che essa torni al suo vero compito, che è quello di essere l'ancella delle scienze e delle arti, ma ancella piena di umiltà, come la stampa e la stenografia, le quali non hanno né creato né sostituito la letteratura" (Charles Baudelaire).

L'idea La fotografia può essere elemento d'ispirazione per la letteratura. Questa, però, è solo una delle modalità possibili, quanto ai rapporti tra i due linguaggi, quello delle parole e quello delle immagini carpite dall'obiettivo. Il volume è dedicato a un'attenta disamina dei modi in cui gli scrittori si sono rapportati alla fotografia. Il primo dato che emerge è che non furono sempre rose e fiori. Infatti le valutazioni, soprattutto agli inizi, furono piuttosto negative. A Charles Baudelaire, per esempio, la fotografia dovette creare qualche problema. Soprattutto dinanzi alle pretese artistiche della nuova forma di espressione. In un saggio intitolato Il pubblico moderno e la fotografia l'autore dei Fiori del male scaglia la sua violenta requisitoria contro la dilagante passione, nel pubblico francese, per la fotografia. Era, allora, un'arte piuttosto nuova (ricordiamo che la nascita della fotografia data al 1839), ma a poco a poco gli scrittori si familiarizzeranno con essa.

Il commento Sono molti gli autori che Marcenaro passa in rassegna nel suo attento percorso. Per cominciare, i naturalisti francesi e i veristi italiani. Emile Zola sostiene la necessità, per il romanzo, di ricostruire fedelmente gli ambienti, di riportare con scrupolo gli elementi topografici e geografici degli scenari in cui si ambienta il racconto e, infine, di far scomparire l'autore dalla scena, in modo da ottenere dal testo la massima oggettività rappresentativa. Insomma, un romanzo concepito proprio come una fotografia. Non a caso lo scrittore francese parla, nel famoso scritto teorico Il romanzo sperimentale, di "rappresentazione fotografica" come del compito del romanziere. E agli strali lanciati da Baudelaire, fa da contrappeso l'entusiasmo di un altro poeta francese, Arthur Rimbaud. Tra gli altri scrittori considerati da Marcenaro, ancora, il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carroll, autore di Alice nel paese delle meraviglie e cultore di ritratti fotografici di giovani fanciulle. E poi Walter Benjamin, autore di una Piccola storia della fotografia, pubblicata in rivista nel 1931 e poi compresa nel volume. L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Insomma un itinerario suggestivo e interdisciplinare, in un territorio di confine come quello tra queste due arti, cioè tra parola e immagine.

Roberto Carnero

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