Icona_Motore-di-ricercaMotori di Ricerca Banche dati
  Biblioteche Meteo
 

132Il film. Introduzione ed essenza di un’arte nuova
Béla Balázs
Der Film. Werden und Wesen einer neuen Kunst, traduzione di Grazia e Fernaldo Di Gianmatteo, Il film. Introduzione ed essenza di un’arte nuova, introduzione di Marco Vallora, Einaudi.

Ripensare il già pensato Il cinema è l’unica arte databile. L’unica, cioè, della quale si conosce con esattezza la data di nascita. Esso, però, non nacque in Francia dagli esperimenti dei fratelli Lumiere, ma anzi in America successivamente. Da questo assunto partono le riflessioni del teorico e pensatore ungherese Béla Balázs. Dal fatto che il cinema sia inequivocabilmente un prodotto industriale, definitosi tale per motivazioni commerciali tanto se non più importanti di quelle artistiche, e uno studio onesto su di esso non può prescindere da ciò. In questo volume, nel compendiare, aggiornandole, le conclusioni degli altri suoi due libri, Der sichtbare Mensch oder Die Kultur des Films (1924) e Der Geist des Films (1931), e dei numerosissimi scritti elaborati durante i trent’anni della sua feconda attività, Balázs dunque ritorna sui temi cardine del suo pensiero, analizzando ogni componente che contribuisce a rendere il cinema un’arte nuova, dal primo piano ai movimenti di macchina, fino ai rapporti tra immagine e sceneggiatura (Balázs, fu anche sceneggiatore: Narkose di Abel, 1929 e Dreigroschenoper di Pabst, 1931). Ritorna sul problema del colore, il cui corretto utilizzo si limita al suo uso in modo dinamico; sulla severa analisi del montaggio, definito ‘architettura mobile’; sullo sviluppo del film sonoro, che egli spera di veder diventare, nonostante le pessimistiche profezie di molti, una grande “arte nuova”. Il film è, per la densità e la profondità delle sue riflessioni, un testo fondamentale per chi sia interessato a comprendere i meccanismi della macchina-cinema. «E chi – come sottolinea Marco Vallora nella sua introduzione […] – avrà “la ventura di imbattersi in questo grandioso viaggio dell’intelligenza dentro la questione-cinema, non potrà più assistere a qualsivoglia film con gli stessi occhi, ovvero, con la stessa disarmata inavvertenza tecnica. Perfino chi già possiede i primi rudimenti di un’estetica cinematografica, un reincontro organico ed esaustivo con Il film non può che significare una stimolante occasione di ripensamento teorico, di riesame critico, di benefiche interrogazioni».

In viaggio dentro il cinema Il distico in apertura anticipa e avvalora quanto viene espresso nel corso del volume. Si tratta di una citazione dal Diario di Béla Balázs: «Non darmi più nuove visioni, o Signore, ma dammi degli occhi nuovi. Non condurmi più lungo la via di suoni, ma apri un nuovo orecchio nella mia anima, Signore!». Il film è quello che Vallora considera ‘monumento’ di estetica cinematografica, in cui «ogni anfratto di prosa, ogni sussulto dell’intelligenza» del teorico e pensatore ungherese è degno di nota. Vallora definisce Balázs un ‘viandante della cultura’. Questa considerazione suggerisce l’immagine di un uomo perennemente insoddisfatto, non pago, come il suonatore di ghironda del Winterreise schubertiano, che procede senza sosta. Se, però, il viandante schubertiano prosegue il suo peregrinare incessante alla ricerca di una conoscenza che appaghi la sua condizione di estraneità, il viaggio di Balázs all’interno del cinema mantiene sempre vigile l’obiettivo dell’estrapolazione di ogni possibile interpretazione. Eliminando semplicistiche riduzioni, rinnegando facili scelte, si assume la responsabilità della pretesa di capovolgere i meccanismi e i criteri di analisi per vedere ciò che non si era visto e sentire ciò che non si era pronti a sentire. Gli studi di Balázs si sviluppano in questa direzione. E in questo senso offrono degli strumenti indispensabili per chi voglia essere educato allo studio critico del cinema. Lo stesso linguaggio ricco di metafore e paragoni utilizzato dal teorico, definito ‘en artist’, alimenta una ‘logica in progress’, che si interroga continuamente. Da qui la sua concezione del cinema come ‘tecnica che si fa arte’ ma arte che provoca e determina la tecnica (il contenuto ha creato la forma, ma è la stessa forma che modella il contenuto). L’obiettivo di Balázs, dunque, che differenzia il suo errare da quello senza meta del viandante schubertiano, si rintraccia nell’individuazione del momento in cui la realtà si trasforma in arte. Catalizzatore di questo momento apice è, nel cinema, il montaggio, riconosciuto come la vera rivoluzione dell’arte cinematografica. Nell’individuare l’attrito fra realtà e finzione propria del cinema, da cui bisogna partire anziché nasconderla, Balázs rintraccia i tre fondamentali capisaldi del cinema: il primo piano, capace di smascherare l’apparenza attraverso un’attenzione alla microfisionomia e alla micromimica; l’inquadratura variabile, in grado cioè di oscillare tra l’oggetto ripreso e lo stato d’animo del soggetto che dietro esso si cela; il montaggio, appunto, quale punto d’arrivo del processo creativo.

La metafora Nella sua concezione di cinematografia antropomorfica, basata cioè sulla rappresentazione e sulla rivelazione dell’uomo, unico detentore del potere di trasformazione della realtà, Balázs fa della metafora il cardine del suo pensiero, caricandola di ogni responsabilità di creazione e variazione di significato. È interessante a questo proposito notare la spiegazione data da Vallora della differenza tra i procedimenti critici adottati da Ejzenštejn e Balázs; il primo mette in mostra la fase finale delle sue riflessioni, la loro elaborazione attraverso un’intelligenza costruttiva, il secondo invece la fase iniziale, svelando, con la sua intelligenza investigativa, la dialettica al lavoro. Le parole del cinema muto Combattendo con i sensi di colpa del critico impegnato a distruggere l’ingenuità e la purezza dello spettatore cinematografico, sviscerando di quell’arte i segreti di creazione di sé, Balázs dedica una parte consistente del suo volume alla puntualizzazione che il cinema sonoro non soltanto non è da intendersi quale proseguimento estetico o, peggio, compimento, del cinema muto, ma anzi esso è quasi da definirsi un’arte a sé. Il teorico ungherese non accetta un ‘parlato’ che si limiti, pedissequamente, a completare un’immagine che aveva già una sua autonomia. Combatte animatamente il teatro filmato, rinnega il doppiaggio. Paragona questa pretesa di evoluzione di linguaggi già compiuti a un aeroplano, che non può considerarsi un’automobile sbagliata soltanto perché non può correre su strada. E aggiunge, a favore del muto: «Una smorfia non può esprimere un sentimento che, a tradurlo in parole, si diluirebbe in una frase lunghissima». Nello studio degli strumenti adottati dal cinema muto per la veicolazione del messaggio, Balázs individua nella didascalia uno dei fondamentali mezzi attraverso i quali si canalizza il significato. Questa ‘dicitura informativa’, infatti, non ha solamente un valore introduttivo e preparatorio; il suo interesse risiede nella trasposizione metaforica e allegorica del suo contenuto. È vero anche, che la didascalia non è antecedente la rappresentazione; essa è già dentro l’immagine. La didascalia, quindi, non ha solo validità nell’ambito del complesso significante, ma ha una sua propria struttura semantica. Balázs ci offre ancora delle riflessioni illuminanti: «[…] i disegnatori delle didascalie erano collaboratori importanti della creazione cinematografica, ed esercitavano con il pennello una funzione simile a quella di un buon dicitore. Per indicare un pericolo, ad esempio, si usavano lettere che parevano precipitarsi verso lo spettatore, ingrandendosi rapidamente. Le lettere piombavano sullo spettatore e lo travolgevano con la stessa violenza con cui un grido acutissimo ferisce l’orecchio. Al contrario, una frase che svanisse a poco a poco nel buio suggeriva lugubri pensieri, e determinava una pausa significativa: come i puntini di sospensione alla fine di un periodo». In sostanza lo stesso effetto che nella parola parlata si ottiene con l’intonazione, in quella scritta può essere ottenuto mediante il peso delle immagini, il disegno delle lettere. Il cinema, dunque, ha una grande capacità didattica; aiuta a comprendere e vedere cose che nella realtà non si è in grado di percepire. Saper leggere ‘quello che non c’è’ è importante perché il suo valore è pari a ‘quello che c’è’.

Federica Pescatori

Ti aiuta a studiare e ti conduce velocemente al tuo obiettivo!
Puoi entrare in qualsiasi momento e ovunque tu sia, utilizzando i nostri materiali didattici e contattando i nostri docenti per seguire le Short Lesson o per accedere alle Ripetizioni on-line.
Entra subito

SCELTI NEL WEB

Scuola

La cultura in Rete secondo Treccani.

UN LIBRO

Lettere sulla religione Charles Darwin