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176L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940
Lea Vergine
Il Saggiatore, 2005, pag. 404, 49,00 euro.

A pag. 17 Illibate no, non lo erano, giacché furono partigiane. Allogene e meteche, sì. Molte di esse ebree, altre omosessuali, altre ancora non estranee al mondo della pazzia per aver attraversato la pazzia del mondo: tutte le devianze insieme hanno fruttato una somma di eccellenti eversioni. Qui non c’è posto per stucchevoli madrigali o per leziose semplicerie di collegio; qui è palese una forza squassante, ragione di schianti e di esaltazioni. Il che sta a significare il vigore di una posizione rivoluzionaria e non rivoltosa che ha innovato, con pienezza di autocoscienza.

L’idea Le fitte pagine scritte da Lea Vergine, studiosa d’arte contemporanea e curatrice indipendente, fissano – quasi volendoli esorcizzare - i sentimenti di dolente malinconia provati, le impressioni, gli episodi e gli incontri dell’autrice avvenuti durante il lungo e articolato lavoro in giro per l’Europa, tra vecchie dimore parigine e case di riposo ovattate dallo scorrere del tempo, durante l’organizzazione e il recupero dei materiali in vista de L’altra metà dell’avanguardia, la mostra tenutasi a Palazzo Reale di Milano nel 1980. Questa ristampa, aggiornata nelle singole schede delle artiste pittrici, scultrici, illustratrici è divisa in sezioni concettuali. Si inizia da Der Blaue Reiter con Gabriele Munter, sintetica interprete dei “tasti di colore” del compagno Kandiskij, per scorrere attraverso le femminee punte di Cubismo, Futurismo, Dadaismo, Bauhaus, Astrattismo, Nuova Oggettività, Surrealismo, Valori Plastici fino al meno indagato Vorticismo, con Vera Idelson, Florence Henri e Marcelle Cahn. Emerge pertanto un interessante quadro di un’epoca di primo Novecento, fissata entro i termini del 1940, densa di novità in campo concettuale, rivoluzionaria nel modo di concepire l’arte, la donna, la libertà d’espressione individuale, ma che col tempo si è invece rivelata sessista. Come afferma Lea Vergine, nel momento in cui le poetiche alle quali queste artiste appartenevano “riscuotevano credibilità sociale, esse venivano lentamente emarginate, accantonate, epurate”.

Il commento Le Avanguardie, sostantivo femminile plurale. Caratteristica spesso dimenticata dalla critica che si è occupata e promuove tutt’ora le cosiddette avanguardie storiche. Periodo di grande fermento quello tra il 1910 e il 1940, in cui sorgono diverse correnti artistiche, rivoluzionarie nei concetti e nella tecnica esecutiva delle opere d’arte, fautrici di un valore - la libertà d’espressione -, difeso in un momento complesso attraversato da due guerre mondiali. Primi semi di un germogliare che in taluni casi vedrà la sua luce ancora all’indomani del conflitto globale, continuando la ricerca estetica come Carol Rama, che per la sua prima antologica a Milano ha dovuto attendere il 1985. Questa ristampa quindi è ancora adesso il passaggio più aggiornato per conoscere opere e destini di alcune donne, spesso compagne di nomi divenuti più famosi, che giunsero a risultati qualitativamente alti, come Marthe Tour – Donas prima pittrice astratta del ‘900, e Regina, classe 1894, autrice di leggere aereosculture futuriste in latta e plexiglas. Nel prendere in esame la produzione complessiva l’autrice sostiene che non vi sia una diversità qualitativa rispetto alle opere maschili, anzi “alcune terribilmente eccentriche, altre si sono autoemarginate a favore dei loro compagni”, valga ed esempio Edita, moglie di Mario Broglio, direttore della rivista Valori Plastici, che per sminuire la propria professionalità riguardo il marito, firma le proprie opere con lo pseudonimo di Rocco Canea.

Irene Tedesco

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