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221I Draghi locopei
Stefano Bartezzaghi
presentazione di Umberto Eco, postfazione di Stefano Bartezzaghi, Torino, Einaudi, 2007, pp. 164, euro 10,80.

Esce in una nuova edizione un libro ormai classico: I Draghi locopei di Ersilia Zamponi. L’autrice, docente di Lettere presso la Scuola media “Gianni Rodari” di Crusinallo (vicino Omegna, in provincia di Verbania), vi aveva raccolto, ormai una ventina d’anni fa (la prima uscita del volume risale al 1986), i materiali relativi alle attività da lei realizzate con i suoi studenti in alcuni corsi pomeridiani di “giochi di parole” (il titolo dell’opera è appunto anagramma dell’espressione “giochi di parole”; “locopei” è aggettivo inventato). Le tipologie dei testi offerti sono molte. Dagli anagrammi con nomi e cognomi (ad esempio “Paolo Ripamonti” diventa “Parla, topolino mio!”) a quelli con i proverbi (“chi tace acconsente”: “chi c’è accanto sente”), dalle parole ‘bifronti’ (“asso”: “ossa”; “erede”: “edere”; “arco”: “ocra”) ai ‘colmi’ (“Qual è il colmo per un gallo di montagna? Raggiungere la cresta”), dalle ‘catene di parole’, quelle che iniziano via via con l’ultima sillaba della parola precedente (“La nebbia bianca cavalca case segrete”), ai ‘testi rivoltati’. Come, per fare un caso, quello dell’inno nazionale di Goffredo Mameli: “Fratelli d’Italia, / l’Italia s’è desta; / dell’elmo di Scipio / s’è cinta la testa; / dov’è la vittoria? / Le porge la chioma, / ché schiava di Roma / Iddio la creò”. Ecco la trascrizione ‘rivoltata’: “Sorelle di Francia, / la Francia va a letto / col piede infilato / in una ciabatta. / È stata sconfitta: / le chiome si strappa, / regina in soffitta /ormai morirà”. Testi che, inviati a suo tempo a Umberto Eco, furono assai apprezzati dall’illustre semiologo. La professoressa Zamponi, nel mandare il materiale a Eco, lo rassicurava che quelle attività erano state organizzate “oltre il normale programma”. “Si rassicuri, signora”, le rispondeva l’autore del Nome della rosa, “questi esercizi potrebbe benissimo farli ‘invece’ del programma”. E proseguiva: “Infatti se l’insegnante fa rovesciare il senso di una poesia, siamo ben al di là del gioco: perché per rovesciare il senso, occorre prima capirlo, e poi esplorare il vocabolario, ed esercitare il buon senso... Non vedo a che cosa altro debba servire la scuola”. Umberto Eco ha ragione da vendere, poiché è a tutti evidente l’utilità didattica di questo metodo, che parte da una dimensione ludica del lavoro sulla lingua per sviluppare una riflessione sempre più consapevole su lessico, sintassi, ritmo e artifici retorici. I giochi di parole di Ersilia Zamponi – la quale dichiara con umilità di essersi ispirata a maestri come Gianni Rodari, Raymond Queneau e Giampaolo Dossena, a lungo titolare di una rubrica di giochi su “Tuttolibri”, il supplemento del sabato del quotidiano torinese “La Stampa”, ma che poi in realtà ha aggiunto molto di suo – sono riproducibili in diversi contesti scolastici, per sollecitare la creatività degli studenti. L’autrice afferma che non è detto che i ragazzi preferiscano quelli più facili a quelli più difficili. Anzi, al contrario, i giochi che presentano un maggiore grado di difficoltà finiscono per sollecitare di più l’intelletto e la fantasia dei giovani, che si sentono quindi stimolati a impegnare la loro fantasia nella soluzione degli enigmi e nell’escogitazione di ulteriori piste. Quanto al rilievo didattico della proposta, spiega Ersilia Zamponi: “Credo che giocare con le parole sia un’attività importante per certi aspetti dell’educazione linguistica che, nell’ambito disciplinare, di solito restano un poco in ombra; in particolare per alcune abilità connesse con l’uso creativo della lingua”. Inoltre, “il gioco di parole è un’attività che distrae il linguaggio verbale dal suo ruolo utilitario e ne infrange gli automatismi”, insomma “valorizza alcuni elementi propri della funzione estetica della lingua”. Infine, “giocando con le parole, i ragazzi arricchiscono il lessico; imparano ad apprezzare il vocabolario, che diventa potente alleato di gioco; colgono il valore della regola, la quale offre il principio di organizzazione e suggerisce la forma, in cui poi essi trovano la soddisfazione del risultato”.

Roberto Carnero

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