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223L'Eneide di Virgilio
Vittorio Sermonti
Rizzoli, Milano 2007, pagg. 718, euro 24,00.

Parliamo di guerra. Non delle troppe, mai finite e virulente guerre che ci assediano e rivelano che nella realtà «ciò che chiamiamo pace / ha solo il breve sollievo della tregua» (A. Anedda, Notti di pace occidentale, Roma 1999, p. 10), ma della guerra di Troia, che è, però, il canone delle guerre (e del loro indelebile orrore), e appare catalogata in ambito letterario (magari limitarsi solo a questo, dato l’argomento!) come una metafora, anche della dimensione cruenta, dell’evento bellico. La traccia è offerta dalla recente pubblicazione di una nuova traduzione italiana dell’Eneide di Virgilio, opera che, nell’evocare le sorti del mitico Enea – che deve raggiungere le coste laziali perché si possa poi arrivare a narrare di Roma –, pone come punto iniziale l’esito di quella interminabile battaglia, la fine della stessa Troia. Vittorio Sermonti è il traduttore: fornisce una serie di chiarimenti sulla nuova versione del poema virgiliano, sulle licenze che si è concesso affrontando questa impresa, con un’esposizione disinibita dei criteri adottati, sul piano linguistico, ma non solo. Specifica e sottolinea, tra l’altro, che i dodici libri del poeta sono stati suddivisi in ventiquattro capitoli, corrispondenti alle lettere dell’alfabeto greco, e rivela la fondante motivazione che ha reso necessaria questa soluzione: nell’intento di Sermonti questa Eneide è nata per essere declamata da un’unica voce e per essere ascoltata pubblicamente (dall’autunno del 2006 egli la legge in pubblico, perseverando per altri versi in un costume già rodato) e, dunque, una lunghezza maggiore, come quella originale dei libri, avrebbe compromesso «l’attenzione dell’uditorio e il fiato del parlante» (p. 12). È un segno, questo, tra i migliori dei nostri tempi e soprattutto l’unico uso tollerabile dell’argomento guerra, cioè il solo parlarne. Vien da pensare al « […] bacino del Mediterraneo […] tracciato da esuli sconfitti e braccati alla ricerca di una patria appena abbandonata in macerie e perpetuamente promessa, di un’identità profonda che non mette radici se non nel futuro, e non si purifica se non contaminandosi», come suggerisce Vittorio stesso (p. 16), quel mare, universale per tempi e luoghi, attraversato da Ulisse ed Enea. Compulsivamente, per la curiosità di un confronto, si scruta negli scaffali della libreria di casa alla ricerca del classico in questione. Solo due esemplari: un volume con la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti affiancata al testo latino (Oscar Mondadori, 1976); ma anche un altro, L’Eneide nella traduzione di Annnibal Caro (La Scuola Editrice, 1962), all’interno del quale, tra le pagine del Libro nono, è ancora presente la minuta, in pessima grafia, di un tema a commento dell’episodio della morte di Eurialo e Niso. Alla fine del 1981, in occasione del bimillenario della morte di Virgilio, venne presentata in Roma una mostra (Enea nel Lazio. Archeologia e mito) sui nessi esistenti tra la figura di Enea, il Lazio e Roma in particolare, nel tentativo di comprendere la dell’eroe troiano e dei suoi seguaci, precisando connessioni (convergenze, ma anche divergenze) tra il mito e l’archeologia, vale a dire nel tentativo di rintracciare la storia. Successivamente, nuove scoperte hanno consentito di formulare sull’argomento ulteriori congetture e nuovi spunti di studio e confronto tra i maggiori specialisti dell’antichità classica. Ma certezze è difficile averne, perfino in discipline che si presume possano darne, mi viene sovente ricordato da qualche amico medico...

Daniela Cavallo

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