Poesie d'amore dei trovatori
Dan O. Cepraga, Zeno Verlato (a cura di)
Salerno, Roma, 2007, pp. 552, euro 22.
Autentico nodo della letteratura contemporanea, il movimento poetico dei trovatori viene proposto ai lettori in un formato piacevole e suggestivo, che ricorda letture di altri tempi, nella collana tascabile "I diamanti" di Salerno editrice. Con una rilettura del fenomeno che tiene conto degli studi precedenti, ma contribuisce con qualche interessante considerazione nuova, a cura di uno studioso e uno scrittore, Dan O. Cepraga e Zeno Verlato, che hanno lavorato in "stretta e amichevole collaborazione". I curatori richiamano l'attenzione sul carattere 'sociale' e collettivo del 'grande canto cortese', e questa non è una novità. Ma mettono in luce aspetti interessanti, come il fatto che la tematica d'amore avesse rilievo e conseguenze concrete, "pragmatiche", come dicono, nella vita personale di ciascuno, quindi non fosse un semplice, teorico, esercizio poetico, ma un mezzo concreto per ottenere approvazione in una comunità elitaria, quella classe feudale che dominava la scena politica nei secoli XI e XII. Inoltre, sottolineano come la lirica dei trovatori sia stata la prima grande prova letteraria della nuova lingua d'Europa, il volgare, e come abbia rappresentato un'occasione unica per questi autori, che quindi sono dei privilegiati, in quanto poterono esercitare le loro potenzialità per così dire di filosofi morali dalla posizione di letterati, e nel contempo dare dignità letteraria alla lingua che fino a poco tempo prima era stata quella della comunicazione orale. E l'oralità, il serbatoio della lingua volgare, ha sempre grande importanza nel rito trobadorico: nate per essere messe in musica e cantate nelle corti, per un pubblico raffinato e selezionato, queste poesie ci sono giunte per così dire con il solo scheletro. Infine, Cepraga e Verlato mettono in evidenza come l'aspetto sociale non fosse solo legato al sistema feudale, da cui indubbiamente trae origine sia nella realtà sia nelle raffigurazioni simboliche del rapporto poeta-donna amata, ma fosse fonte di possibilità concrete di trasgressioni e cambiamenti, in alcuni casi di ascesa sociale vera e propria. Così un signore, come Guglielmo d'Aquitania, poteva farsi poeta e in quanto poeta a volte cantore delle proprie liriche, suscitando scandalo, come per contro un membro di una famiglia decaduta e povera, come l'italiano Sordello, grazie alla sua maestria di trovatore poteva assumere considerazione e conseguente prestigio sociale. La novità dirompente del movimento è confermata anche dalla presenza di scrittrici, sia pure in numero esiguo, che sono tra le prime della storia della letteratura occidentale. Qui sono scelti alcuni testi di Azalais de Porcairagues e della Comtessa de Dia, tanto più interessanti in quanto ancora poco note. E a testimoniare l'influenza che poté esercitare su molta parte della produzione letteraria futura in Occidente, sta il seme dell'individualità: pur essendo variazioni sul tema, a volte "sottili quanto una vena nera su di un marmo", queste liriche lasciano scorgere personalità poetiche che si distinguono per la voce singolare e per la prima timida apparizione del concetto di 'originalità'. Con questa ricchezza espressiva, sociale e culturale all'origine, non c'è da stupirsi se la poesia dei trovatori abbia avuto una tale forza di espansione, passando dalla società feudale a quella borghese del XIII e XIV secolo, per arrivare fino agli "atti della nostra borghese cavalleria, i nostri pur modesti corteggiamenti, le nostre affabili cortesie mimate ed esteriori" verso le dame di oggi, le donne del nostro tempo.
Bianca Maria Garavelli
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