Maurizio Dardano
Leggere i romanzi
Roma, Carocci, 2008, 23,30 euro.
Il volume di Maurizio Dardano ripercorre le vicende della narrativa italiana, dagli ultimi decenni dell’Ottocento a oggi, assumendo un’originale prospettiva che privilegia soprattutto i fenomeni legati alla sintassi e alla testualità. Non si tratta, però, di un’analisi centrata unicamente sugli aspetti formali: coniugando il punto di vista del linguista a quello del critico e dello storico della letteratura, l’autore riesce infatti a cogliere le complesse interrelazioni che legano le tecniche narrative e i fenomeni sintattici, in particolar modo per quanto riguarda la sintassi del periodo. Prima di concentrarsi sui singoli romanzieri, il volume illustra in modo diacronicamente e sincronicamente trasversale i principali nodi che l’analisi linguistica del moderno romanzo italiano deve affrontare: per citare solo alcuni dei nuclei più importanti, si richiama l’attenzione sull’importanza del rapporto tra testo, paratesto e parti della narrazione, sull’uso delle modalità discorsive, sul legame tra stile nominale e formazione delle parole, sulla ricerca di una punteggiatura più vicina alle esigenze della testualità e sui più recenti sviluppi del plurilinguismo. Nel Mastro don Gesualdo di Verga lo stile nominale conosce un’ampia varietà di applicazioni. Prevalente è la funzione descrittiva, le cui costanti principali sono la scomposizione del tema in segmenti, il contrasto “breve-lungo” e la tendenza a variare la tipologia sintattica dei componenti; in altri casi, questa struttura assume una funzione giudicante, espressa in particolare attraverso un’apposizione breve che si svolge da una frase verbale. Infine, nelle implacature più complesse il confine dello stile nominale è reso mobile dal gioco delle riprese e dal mutamento prospettico, spesso in concomitanza con l’uso del discorso indiretto libero. La sintassi del Fu Mattia Pascal di Pirandello è dominata dai tratti tipici del parlato, come le frasi segmentate, le dislocazioni e i segnali discorsivi, che coinvolgono anche il discorso dell’io narrante e che si estendono addirittura al paratesto. Come controparte della frase breve e franta si possono trovare costrutti che realizzano un assetto ordinato (ad es. infinitive, gerundive, participiali); anche in essi, tuttavia, la collocazione dei componenti mostra un’estrema mobilità, riconducibile alla continua ricerca di dinamismo interno della frase che caratterizza il romanzo. L’analisi della sintassi sveviana mostra un netto contrasto tra la complessità di alcuni periodi, sviluppati mediante moduli binari e appesantiti da connettivi antiquati, e l’immediatezza delle esclamazioni, delle frasi nominali e degli incisi; inoltre, i collegamenti interperiodali sono spesso fondati sulla tecnica delle riprese verbali, che contribuisce alla continua accelerezione e decelerazione del ritmo e del tempo della narrazione. Tali fenomeni non sembrano riconducibili tanto a una cosciente cernita linguistica quanto all’adeguamento della scrittura a una nuova forma del contenuto. L’ibridismo della scrittura di Tozzi nasce da un’opposizione tra due tendenze, ben visibili nella novella In campagna: la ricerca del frammento e la costruzione di una storia. Ciò si traduce, sul piano sintattico, nel continuo frangimento delle frasi, sottolineato dalla fitta punteggiatura ma controbilanciato dalla continuità di alcune immagini e simboli che ricorrono lungo l’intera novella. Nella prosa di Landolfi, alle sofisticate scelte lessicali – che accostano, in un raffinato gioco verbale, aulicismi, colloquialismi, dialettalismi e tecnicismi – si contrappone un profilo sintattico prevalentemente lineare, nel quale prevalgono i rapporti di coordinazione e il flusso narrativo procede attraverso la ripetizione di parole e di immagini. Com’è noto, nei romanzi italiani dell’ultimo decennio è difficile individuare correnti e filoni. Tuttavia, “se non è dato scrivere una storia della nostra narrativa contemporanea, sembra comunque possibile scrivere una storia delle sue forme” (p. 211). La fusione di sequenze tipologicamente diverse è un tratto che accomuna, seppure in modi molto differenziati, alcuni romanzieri: la prosa di Tabucchi si segnala per un uso originale del discorso indiretto libero, che si mescola con la narrazione e col discorso diretto in un continuum enunciativo indifferenziato; tipica delle prose di Mazzucco e Veronesi è invece la molteplicità dei modi enunciativi, realizzata attraverso l’immissione di voci fuori campo o il montaggio parallelo di due testi; anche Del Giudice sviluppa narrazioni basate sull’intersezione tra tipi testuali diversi. Infine, quella di Baricco è una scrittura mobile, immersa nelle situazioni: tra le tecniche narrative più rilevanti si segnalano la ripetizione di parole o blocchi frastici, il particolare uso dell’apposizione e il potenziamento della funzione tonale e ritmica attribuita alla punteggiatura.
Emiliano Picchiorri
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