Eraldo Affinati
La città dei ragazzi
Milano, Mondadori, 2008, pp. 216, euro 17,00
Un po’ come aveva fatto nel suo romanzo precedente, Secoli di gioventù (Milano, Mondadori, 2004), ma qui con una dose di coinvolgimento autobiografico maggiore, Eraldo Affinati torna ad ambientare un libro nel mondo della scuola. E lo radica, questa volta, nell’esperienza concreta di docente alla “Città dei ragazzi”, una realtà comunitaria che sorge alla periferia di Roma. Al centro del libro, le storie dei suoi alunni ‘speciali’: ragazzi giunti in Italia da diversi Paesi esteri, con alle spalle vicende di guerre, sofferenze, abbandoni, per i quali finalmente nella scuola sembra aprirsi uno spiraglio, la possibilità di una salvezza e di un riscatto. Nelle loro vite è assente soprattutto una figura, quella del padre, con il dono di amore e di affetto che solo un vero genitore sa dare. E la voce narrante del libro (anzi, a essere precisi, la voce narrante principale, perché poi sono molte le voci che raccontano, in prima persona, le proprie storie), il professore del libro, diventa, prima di tutto, una figura paterna, una persona capace di assurgere a punto di riferimento. Non in maniera automatica e semplicistica, ma attraverso un percorso anche accidentato. Sullo sfondo scorre la vicenda privata del narratore, il proprio difficile rapporto con un padre assente e reticente. Quindi è come se Affinati, parlando di un rapporto tra generazioni che vede, come protagonisti, lui e i suoi studenti, finisse con il fare i conti anche con un vissuto personale forse per lungo tempo in qualche modo rimosso. Sono molte le storie raccontate, ma ogni caso è unico, è speciale. Scrive l’autore in una delle ultime pagine del libro: “Negli sguardi dei ragazzi riconosco la mia stessa commozione. Quello che accade in aula produce effetti indelebili. È la potenza dell’insegnamento”.
Roberto Carnero
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