George Steiner
I libri che non ho scritto
Milano, Garzanti, 2008, pp.232, euro 16,00
Un libro mai scritto è più di un vuoto. Accompagna l’opera che si è compiuta come un’ombra fattiva, insieme ironica e dolente. È una delle vite che non abbiamo potuto vivere, uno dei viaggi che non abbiamo intrapreso. La filosofia insegna che la negazione può essere determinante”.
Così George Steiner spiega il significato del titolo di questo suo ultimo volume, I libri che non ho scritto. Nato a Parigi da una famiglia di ebrei praghesi e poi emigrato in America nel 1940, docente in varie università del mondo (tra le altre, Cambridge, Harvard, Chicago, Ginevra), autore di fortunati saggi (Tolstoj o Dostoevskij, La morte della tragedia, Dopo Babele, Grammatiche della creazione, in Italia pubblicati da Garzanti), ma anche di romanzi di successo come Il correttore, Steiner è una voce fuori dal coro tra i critici e gli studiosi di letteratura.
Polemico, com’è, nei confronti delle mode culturali (non solo in campo letterario): dalla psicanalisi al femminismo, dal formalismo al postmoderno, fino ai miti del ‘politicamente corretto’. In questa sua ultima opera l’autore ci racconta una serie di “libri non scritti” capaci di sfidare convenzioni e tabù: l’invidia per l’autentica genialità, l’amore per gli animali (che può essere più intenso di quello verso gli esseri umani), il complesso rapporto tra intellettuali e ideologia, l’identità ebraica dopo la Shoà.
Uno dei capitoli più interessanti riguarda la scuola e l’educazione. Steiner propone l’idea di un moderno quadrivium che possa unire gli studenti di tutto il mondo. E intanto avanza una proposta forse di più facile realizzazione: un’Olimpiade internazionale di “cultura generale” sulla falsariga delle ormai celebri Olimpiadi della matematica.
Roberto Carnero
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