Marta Dell'Angelo, Ludovica Lumer
Laterza, 2009, 110 pp., 14 euro
Accurato, accattivante e divertente come dovrebbe essere un saggio scientifico per bambini, C’è da perderci la testa è un bel libro anche se qualche pecca pure la presenta. Gli aspetti positivi sono quelli della fruibilità e sinteticità della trattazione; i fondamenti delle neuroscienze di base e cognitive sono illustrati con chiarezza precisione, e qualunque argomento – dalla struttura dei neuroni e delle sinapsi alla localizzazione della funzioni corticali superiori – viene proposto in modo facilmente comprensibile e senza che venga trascurato alcun dettaglio utile al lettore per farsi un’idea precisa dei misteri del cervello. Il metodo espositivo è sicuramente bizzarro ma, proprio per questo, capace di catturare l’attenzione dei giovani lettori a cui il libro è destinato.
Certo, un po’ dispiace l’impostazione grafica che alterna pagine in bianco e nero a pagine a colori, quasi si fosse voluto risparmiare; tuttavia, ci si può attendere che i lettori a cui è destinato non se ne avranno a male.
Inoltre, le metafore e gli esempi impiegati dalle autrici per veicolare i concetti sono molto, molto divertenti anche per il lettore esperto: ad esempio, la doccia sinaptica di pagina 33 è rappresentata come una vera e propria doccia, e le vignette umoristiche che a pagina 94 illustrano i diversi tipi di afasia ben figurerebbero sulle pagine della Settimana Enigmistica.
Venendo ai difetti del libro, se proprio vogliamo trovargliene qualcuno, si può sottolineare quella che sembrerebbe una sorta di distorsione sistematica nell’approccio filosofico alla base del libro: e cioè, che lo studio del funzionamento del cervello, dalla sinapsi fino alla plasticità neuronale e i neuroni specchio, sia necessario e sufficiente per spiegare anche la formazione della mente e della personalità, ovvero di quell’universo di significati che rende me diverso da te e tutti diversi da tutti.
A dire il vero, questo approccio è lo stesso di tanta parte della ricerca neuroscientifica di sempre, e non un limite in sé di questo libro.
Ma proprio perché i giovani lettori potrebbero considerare le nozioni in esso contenute come una visione univoca e indiscutibile (diciamo “ufficiale”) di come funziona il cervello, il rischio è che vengano sottovalutati decenni di ricerche di psicologia sperimentale che descrivono “chi siamo” molto meglio di quanto possano farlo le neuroscienze.
Senza volere con questo rivangare sterili polemiche sui rapporti tra mente e cervello, è un fatto difficilmente trascurabile che ciò che ciascun individuo considera una percezione (per esempio, un fiore) non sia nient’affatto riducibile alla semplice attivazione di grandi popolazioni di neuroni nella cortecce occipitali e temporali, ma consista – ben oltre questo – in un’attribuzione di significato personale ai percetti organizzati dai recettori sensoriali e dal cervello.
Un’occasione in tal senso sprecata dalle autrici è quella di non aver approfondito le implicazioni psicologiche del test di Rorchach alle pagine 58-59: perché non spiegare la differenza (non da poco!) tra percezione e appercezione?.
Un altro famosissimo libro per bambini (o per adulti?), Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, ci aiuta molto bene a meditare se una rosa sia soltanto quel fiore rosso, profumato e con i petali soffici che il protagonista della fiaba incontra in gran numero nel suo viaggio sulla Terra, o sia piuttosto quello specifico fiore a cui egli aveva dedicato amorevoli cure sul suo pianetino, ed al quale era legato da una relazione cognitiva e affettiva tanto complessa (l’”addomesticamento”) da renderlo unico e insostituibile per lui.
Un neuroscienziato, dopo avere sottoposto il Principe a una PET o a dei potenziali evocati, non farebbe differenza alcuna tra i due percetti, non trovando nel cervello suo soggetto alcuna traccia del costrutto di attaccamento affettivo; uno psicologo invece sì, e dopo qualche colloquio mirante a far emergere le emozioni e le esperienze intercorse tra il Piccolo Principe e il suo fiore, spiegherebbe tale differenza di vissuto quasi con le stesse parole usate dalla Volpe nel capitolo XXI: “È il tempo che hai perduto per la tua rosa che la rende così importante”. Quando le neuroscienze saranno in grado di individuare nel cervello la sede del “significato soggettivo” delle cose, avranno compiuto una vera rivoluzione.
Marco Aversano
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