Luciano Canfora
Il mondo di Atene
Laterza, Roma-Bari, 2011, 518 pp., 22 euro
In due parole: intelligente, opportuno. Così è il libro di Luciano Canfora dedicato al mito e alla storia di Atene. Mentre le cancellerie europee discutono se Atene possa ancora stare in Europa e a quale prezzo, l’ultimo lavoro di Canfora, pur non proponendosi di intervenire sulla questione, contribuisce a indirizzare il lettore verso una riflessione più meditata, fondata su un terreno più solido.
Cosa rappresenta per noi Atene? Una pagina della storia, della letteratura, della filosofia, senza la quale noi non saremmo quel che siamo. Ma Atene era realmente così? Noi conosciamo Atene o ciò che Atene – le parti politiche di Atene – hanno voluto che noi conoscessimo? Lo studioso esordisce, infatti, col porre in questione il “mito di Atene”, elaborato dagli stessi ateniesi nell’antichità e poi trasmessosi fino a noi di epoca in epoca. Canfora puntualmente ricostruisce ogni passaggio di questa complessa costruzione retorica mettendo in scena tutti gli attori, antichi e moderni, che hanno partecipato alla rappresentazione del Mito. Sullo sfondo di una crisi epocale – dalla fine della tirannide di Pisistrato alle conseguenze della battaglia di Cheronea – Atene ha avocato a sé la parte di “capitale del mondo libero” contrapponendosi al Gran Re persiano o al militarismo di Sparta. Ma tale pretesa cela gli ambigui rapporti che segnano la Grecia di questo periodo: la Persia funge da “regista occulto” e Atene e Sparta dopo aver respinto insieme l’esercito di Serse si lasciano tentare dal gioco di servirsi di un potente alleato, l’ex nemico orientale, per annientare l’avversaria di sempre nella lotta per l’egemonia sull’Ellade.
Canfora conosce ogni piega di questa vicenda ed è abile nel disporre tutti gli elementi necessari per comprendere il ruolo recitato da ognuno: da Pericle, per esempio, che intende legittimare l’impero ateniese quale forma di giusta ricompensa per avere salvato la Grecia a Maratona; oppure da Tucidide, che, provenendo da una parte politica avversa, denuncia l’ideologia periclea che ammanta con la bella veste della democrazia una forma sostanziale di principato; o ancora da Socrate, restituito ad una dimensione politicamente centrale di interprete di quella che oggi si chiamerebbe “antipolitica”, tesa a evidenziare l’inconsistenza dei nuovi governanti democratici succeduti all’esperienza degli oligarchi filo-spartani dei Trenta Tiranni. Insieme a loro molti ancora sono i protagonisti del dramma ateniese, a partire da Sofocle, Euripide, Platone, Senofonte e Isocrate ciascuno è parte in causa, appartiene ad un clan o ad una costellazione di potere e ne rappresenta la voce corale di fondo.
Atene ha parlato attraverso questi suoi attori al proprio pubblico, ma avendo scelto la forma della tragedia, della storia e della filosofia ha parlato al mondo. In effetti, il mondo di Atene siamo anche noi moderni, che attraverso una concatenazione di approcci interpretativi abbiamo scelto di quella città ora un’immagine ora un’altra, ora un’innamorata idealizzazione ora una altrettanto antistorica feroce demonizzazione. Atene è diventata un’idea e il suo grande lascito è stato la democrazia, l’intuizione di Clistene – come scrive Canfora - «che il patto tra signori e popolo, sperimentato da Pisistrato, poteva gestirsi in modo diverso, non più paternalistico e familistico – come da parte di Pisistrato – ma in modo aperto e liberamente competitivo e conflittuale». Ma la “democrazia”, come Canfora ha spiegato in un altro suo lavoro (La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza 2004), ad Atene è un concetto quanto mai complesso, che contrappone i privilegi dei cittadini per nascita a quelli di schiavi e stranieri, che dagli ateniesi è ritenuto perfettamente compatibile con le denunce anonime o con comportamenti “barbari” nei confronti dei nemici in guerra o con l’infrangere patti: «la democrazia e l’impero – scrive acutamente l’autore - erano nati insieme. Temistocle che porta Atene alla vittoria, a Salamina, genera l’una e l’altro». Soprattutto in un momento nel quale il cosiddetto Occidente, che si proclama erede del retaggio classico, assiste allo sfarinamento del proprio modello democratico e le crisi politiche o economiche pongono in evidenza laceranti contraddizioni e debolezze che rischiano di aprire varchi a vecchi o nuovi mostri, è intelligente e opportuno ricordare la differenza tra Mito e Storia, tra idealizzazione e realismo.
Se vogliamo che la nostra democrazia meriti di essere giudicata un giorno meglio di quanto Max Weber definisse il sistema politico ateniese: “una gilda che si spartisce il bottino”.
Roberto Lolli
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