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Lettere sulla religioneJoseph Eugene Stiglitz
Il prezzo della disuguaglianza
Einaudi 2013
pp. 476
€ 23,00


 

Joseph Stiglitz  è un economista che viene classificato dai media come “economista eterodosso” ed è per questo che molti si stupirono quando gli fu assegnato il “Premio Nobel per l’economia” nel 2001. Bisogna sapere che il “Premio Nobel per l’economia” non è fra i premi Nobel classici, bensì è una “usurpazione” del nome di Nobel (contrastata dalla stessa famiglia Nobel) da parte della Banca Centrale di Svezia che nulla ha a che fare con il meccanismo dei veri Nobel (cfr. l’articolo di Francesco Sylos Labini “Il premio Nobel per l’economia è un furto”) . Le Banche Centrali dei singoli Stati europei, e quella svedese non fa eccezione, come anche la Banca Centrale Europea sono gestite in modo quasi esclusivo da economisti la cui preparazione culturale e ideologica si rifà al liberismo e alla cultura economica “ortodossa”, cioè quella neoclassica, che, come vedremo, è ben lontana se non addirittura opposta al pensiero di Stiglitz. Quindi difficile capire che cosa portò a dare tale premio a Stiglitz, salvo il fatto che gli fu conferito ex aequo con altri due economisti ortodossi.

Certamente il ricevere questo premio portò Stiglitz a essere maggiormente conosciuto, non tanto nell’accademia europea, quanto dai mass media europei, come economista che rappresentava le idee
di coloro che si opponevano alle politiche liberiste nazionali e internazionali.
Il libro di cui parliamo è un testo incentrato sulla realtà statunitense ma essa, rappresentando un esempio estremo di come si è andato strutturando il sistema capitalistico, può essere di aiuto per analizzare la realtà europea e italiana, che per certi aspetti passivamente si adegua a quanto avviene negli Stati Uniti. Il tema del libro è dei più importanti e discussi sin dalla nascita dell’economia politica nel ‘700: la disuguaglianza è un fenomeno che aumenta o diminuisce la capacità di crescita del sistema capitalistico? Le risposte a questo quesito sono state di tre differenti tipi:

a)      la disuguaglianza è un indispensabile stimolo alla crescita economica in quanto comporta un processo di concorrenza e rincorsa sia individuale che collettiva: indispensabile è pertanto l’esistenza di un mercato, interno e internazionale, completamente libero e con una ridottissima dimensione dell’intervento statale;
b)     la disuguaglianza è insita nel sistema capitalistico e indispensabile al suo funzionamento, ma nello stesso tempo è destinata, attraverso lo sviluppo di contraddizioni insanabili, a provocarne il superamento verso una società, al contrario, basata sull’uguaglianza sostanziale;
c)      la disuguaglianza, almeno a livelli elevati, contrasta la possibilità di crescita del sistema: politiche pubbliche per una sua riduzione potrebbero avvantaggiare, attraverso la crescita, sia coloro che dalla disuguaglianza sono colpiti, sia addirittura coloro che ne traggono un beneficio immediato.

La posizione di Stiglitz, ampiamente sviluppata in questo volume, è la terza, che si rifà ampiamente e in modo diretto al pensiero economico di Keynes e al pensiero politico socialdemocratico. Nel libro in questione questa linea di pensiero è sviluppata analizzando i numerosi aspetti nei quali la disuguaglianza cresce in modo talmente elevato da rappresentare un grave elemento di turbativa nel funzionamento stesso della società statunitense. I primi capitoli analizzano come e quali siano le cause dei processi che negli Stati Uniti negli ultimi anni hanno portato a un aggravamento molto rilevante della struttura della disuguaglianza a favore dei redditi più elevati. Questo aumento eccessivo e spropositato della disuguaglianza nel libro viene analizzato nei suoi effetti negativi non solo per la possibilità di crescita dell’economia statunitense, ma anche per la sua tenuta democratica del paesee per lo Stato di diritto. Il punto chiave sta naturalmente nel ruolo che lo Stato e la Banca Centrale devono avere nel loro intervento sull’economia: qui Stiglitz riprende decisamente la teoria keynesiana, quando affronta nell’ottavo capitolo il problema della gestione del deficit pubblico che, invece dell’auspicata funzione anticiclica, ha aggravato la crisi stessa. Alla stessa conclusione egli giunge, nel capitolo successivo, riguardo alla politica monetaria della Banca Centrale e al suo ruolo istituzionale e politico.

Il testo di Stiglitz rimane quasi del tutto entro i limiti della critica alla gestione economica e politica degli avvenimenti economici degli ultimi anni; soltanto nell’ultimo capitolo si accenna brevemente alla possibilità di un cambiamento della politica e dei suoi obiettivi. Questo fatto non stupisce: anche se l’analisi critica e controcorrente delle politiche sinora seguite e non esente, talvolta, da un tono dispregiativo, non è facile ricavarne indicazioni di politica economica se non in negativo, fare cioè l’opposto di quanto è stato fatto. Ma riuscire a capire chi e perché dovrebbe farlo è molto difficile, specialmente in una situazione politica come quella statunitense in cui ogni cambiamento è stato gestito e diretto da un coacervo di interessi economici, politici, militari e ideologici ben lontani da una aperto confronto democratico.

È utile quest’analisi anche per una comprensione delle cause e degli effetti dell’aggravamento della crisi economica in Europa e in Italia? Benché molte cose siano comprensibili solo se riferite alla situazione politica e sociale statunitense, credo che alcuni rilievi critici possano essere efficaci anche per la nostra realtà. In particolare mi riferisco a due aspetti: alla guida ideologica liberista che ha caratterizzato la politica europea gestita quasi esclusivamente dalla Banca Centrale Europea, e alla gestione della spesa e deficit pubblico che in Italia ha portato la follia dei liberisti di tutte le forze politiche a inserire l’obbligo del pareggio di bilancio addirittura nella Costituzione.

Infine, un’ultima notazione: sebbene il libro abbia un linguaggio un po’ tecnico e tratti argomenti complessi di carattere economico che si sviluppano per quasi 500 pagine, nel testo non è riportata alcuna tabella o grafico. Anche se si fa ampio riferimento ad altri studi che dati e tabelle riportano e discutono, questo fatto sorprenderà non poco, specialmente il lettore più specializzato, ma forse potrà sorprendere anche il lettore “generico”. In effetti, a mio avviso, l’idea che grafici e numeri allontanino lettori e che sia possibile con parole semplici illustrare problemi complessi potrebbe avere l’effetto opposto e indurre a considerare come libro prevalentemente politico e ideologico quello che invece utilizza un’analisi approfondita e accurata per esprimere le proprie idee.


Paolo Palazzi
 


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