di Filippo Agostini*
Con la “rivoluzione copernicana” dei “Nuovi Orientamenti per la scuola dell’Infanzia” del 1991, i maestri e i bambini hanno avuto splendidi strumenti per dare consistenza e spessore al loro modo di fare scuola.
La scuola d’infanzia, non più asilo, non più scuola materna, diventa un laboratorio del fare, del pensare, del costruire insieme, del collaborare, del trovare soluzioni possibili e/o alternative a problemi quotidiani o eccezionali.
I bambini non sono più considerati piccole creature da accudire e plasmare senza un autonomia di pensiero (come suggeriva la legge 444/1968 istitutiva della scuola materna statale), ma soggetti pensanti che, opportunamente tutorati, possono percorrere strade appassionanti per il loro sviluppo cognitivo sensoriale e psicologico.
L’aula diventa un atelier polifunzionale, capace di rinnovarsi, montarsi e smontarsi ogni volta di fronte alle iniziative che il team insegnante propone e organizza valorizzando le capacità, non importa quanto alte, di tutti i bambini.
Nella scuola Pinocchio di Borgo Santa Maria, piccola frazione di Montelibretti (Roma), scarna nella sua struttura edilizia e strutturale, ma generosa nel cuore dei suoi abitanti, i maestri hanno costantemente tenuto dei laboratori di alimentazione ‘alternativa’, sulla scia di un progetto regionale “Sapere i sapori” dedicato solo alla scuola primaria (ex elementare).
Con tempestività, sfruttando le festività, le ricorrenze, le tradizioni locali, le contaminazioni esterne, di volta in volta i maestri proponevano l’allestimento di un laboratorio dedicato al pane, alla pasta, ai biscotti, alle crostate, ai pop corn, ai dolci di Natale, ai prodotti dell’orto giungendo al prodotto finito attraverso i 10 passaggi obbligati e i 100.000 proposti dai bambini.
Il laboratorio del pane ha avuto un inizio interessante. Una nonna, un giorno, ha messo a disposizione della scuola il suo forno a legna, posizionato nel giardino di casa, e ha offerto una consulenza preziosa per l’infornamento e la cottura.
Da quel momento tutta la classe si è attivata per cuocere il pane più buono del mondo.
Convenientemente guidati e assecondati, i bambini hanno portato gli ingredienti necessari, insieme a tavole per la farina, le cosiddette spianatoie, gli stenderelli, i grembiuli (gli zinaletti) per non sporcarsi, e di fronte a una tavola gigantesca (tutti i banchi dell’aula combinati allo scopo) hanno cominciato a comprendere l’evoluzione di un procedimento semplice nella sua fattibilità e meraviglioso nella sua riuscita.
E allora si è parlato di farine, di lieviti, di sale, di combinazione di elementi, di impasti, di cotture, di fuoco per capire tutti insieme – e anche qualche maestro/a ha imparato qualcosa, soprattutto i cittadini – come le cose si possono trasformare cambiando di stato e di forma, di sapore e di consistenza, di bellezza e bontà. Si assaggia la farina cruda, si accende il fornelletto per scaldare l’acqua, si mescola il composto, si prova la differenza fra sale e zucchero, si cerca il gusto più appropriato.
Ogni bambino partecipa, escluso qualche riottoso che non manca mai per motivi imperscrutabili ma che non perde un solo minuto di tutto il procedimento, pur mostrando disinteresse e sufficienza.
Le mani di tutti allestiscono la fontana sulla spianatoia, colano l’acqua calda con il lievito in mezzo alla farina, impastano, aggiungono il sale, si toccano il naso, si strofinano le orecchie, ma alla fine riescono a dare consistenza di “panetto” a tutti i materiali a disposizione.
C’è chi guarda il vicino che ha fatto un impasto migliore, c’è chi cerca di ingrandirlo o rimpicciolirlo o di “attappare” i buchi, c’è chi sarebbe disposto a tirarlo al compagno per vedere che effetto fa; c’è chi, e sono spesso le bambine, dedica a questa pratica un’attenzione particolare che porta alla realizzazione di una “pagnottina” decisamente perfetta.
Una volta ultimata la preparazione degli sfilatini, delle pagnottine, delle rosette, o di quello che è venuto fuori tutti i bambini, religiosamente e con devozione maniacale mettono le loro creazioni sul canovaccio preparato sul carrello della cucina che servirà da mezzo di trasporto per arrivare al forno.
Aspettiamo insieme che il pane lieviti e che sia pronto per quel momento.
I maestri hanno scattato qualche foto, ripreso delle immagini con la telecamera, captato qualche frammento di conversazione come quella fra il maestro e Kevin che, dopo aver provato e riprovato a dare al suo impasto una forma accettabile, dice: “a’ maè, so proprio uno sbajone!”.
Nei giorni a venire i bambini metteranno ”nero su bianco” la loro esperienza con disegni, cartelloni, animazioni, bricolage. Non rimarrà quest’esperienza un momento isolato.
Si pranza a mensa, ma col pensiero alla cottura del pane.
È l’ora e tutti insieme col carrello con i preziosi panetti disposti in “duplice filar”, spinto dai più volenterosi, ci si avvia verso il forno della nonna.
Arriviamo in corteo davanti a mezzo paese che si chiede se è una scuola questa o cosa, ma intrepidi si procede perché il pane non aspetta.
Giungiamo davanti al forno infuocato che, accudito dalla nonna, aspetta quell'impasto amorfo che lievita ogni momento di più.
Piano piano e con tutte le cautele ogni panetto viene infornato e sistemato al suo posto in attesa che si colori e si cuocia come si deve. La nonna racconta ai bambini quanto pane ha cotto da quando il forno è lì, quante pagnotte ha sfornato, quanto a volte era scarso quel pane, quante volte addirittura non c’era.
Il momento del rilascio dei panetti fumanti sopra il carrello emoziona tutti. Il profumo si spande intorno al forno e ogni bambino cerca di riconoscere il suo capolavoro pure se la cottura ne ha definitivamente modificato l’aspetto e vuole solamente quello che, a proprio insindacabile giudizio, è “il suo”.
Il loro pezzo di pane è unico in mezzo gli altri.
E tornano a casa con il proprio prelibato boccone appositamente incartato dentro la sua busta marroncina, tipica dei fornai.
Questa esperienza in altre forme è stata ripetuta numerose volte.
È difficile descrivere emozioni e situazioni sempre diverse, ma rimane una cosa indubitabile: la curiosità dei bambini di fronte alla semplicità e all’interesse delle proposte rimane inalterata ed è un vero antidoto al progressivo scollamento delle “attività manuali e pratiche” dal patrimonio personale e interiore dei bambini.
I laboratori della scuola Pinocchio hanno portato alla “costruzione” di alcuni kg di fettuccine, tutte impastate e tagliate dai bambini (poi cucinate e mangiate, tanto per capire che le cose si fanno sul serio), alla preparazione di biscotti e crostate, alla creazione dei pop-corn per il cinema, alla scoperta e alla realizzazione delle ricette tradizionali come il “pangiallo romano”, alla visita del “forno industriale” di Montelibretti (che ha dato ai bambini la possibilità di infornare – e poi mangiare – qualche metro di pizza bianca), alla possibilità di rispondere con semplici e antichi e misurati gesti alla frenesia e alla sbrigatività dei tempi moderni.
La mensa scolastica, dopo la proposizione dei laboratori alimentari, ha assunto un altro significato.
I maestri e i bambini, infatti, ragionano volentieri e insieme con competenza sui cibi e sulla loro provenienza, sulla cura che ci vuole per farli arrivare sulla tavola, su quanto lavoro e sacrifico è costato quel processo, su quanto impegno i genitori devono mettere per fornire ai loro figli una pasto sempre dignitoso e all’altezza.
Conoscenza e consapevolezza, comprensione e impegno siedono qualche volta tutti alla stessa tavola.
*Sabino, maestro di scuola d'infanzia, appassionato di cinema, musica e fumetti. Scrive filastrocche per bambini e brevi racconti per semplice divertimento. Abita a Toffia, piccolo paese in provincia di Rieti, in una casa del centro storico.