I Greci e Leopardi

di Flavio Santi* 

 
 “Leggete i veri poeti e scrittori, particolarmente i greci” recita un passaggio programmatico tratto dallo Zibaldone. La civiltà e la letteratura greca e latina sono le fonti primarie della formazione della poesia e del pensiero di Leopardi che seppe reinterpretarne temi e forme alla luce di una sensibilità e un carattere moderni.
 
 Sette anni di studio matto e disperatissimo
In Leopardi si riconoscono una serie di fasi ben precise, da lui stesso registrate e interiorizzate, e alla fine interscambiabili: prima si forma il filologo, poi il poeta e infine il pensatore. Ciascuna di queste fasi è caratterizzata da testi e contesti precisi e ben connotati. Il primo incontro con i Greci avviene durante la prima fase, quella filologica, molto precoce, e ha come scenario la biblioteca paterna di Recanati con i suoi sedicimila volumi e i celebri “sette anni di studio matto e disperatissimo”. In un clima dominato dalla figura del padre Monaldo e dal forte desiderio di compiacerlo, Leopardi impara il greco da autodidatta (suscitando l’ammirazione paterna) e si applica in dotte esercitazioni “della erudizione più pellegrina e recondita” su autori perlopiù rari e semisconosciuti (Esichio Milesio, Porfirio); tra i diciassette e i diciannove anni traduce e stampa sulla rivista milanese “Lo Spettatore” gli Idilli di Mosco e il poemetto pseudomerico Batracomiomachia, il primo libro dell’Odissea, la Titanomachia di Esiodo, i frammenti delle Antichità romane di Dionigi d’Alicarnasso. Si tratta di “pura e secca filologia” (Zib. 29 luglio 1820): in questi anni, per sua stessa ammissione, nutre un sostanziale disprezzo nei confronti della poesia e l’interesse è concentrato su neutre questioni riguardanti il testo e i manoscritti. La letteratura greca, dunque, è vista come la disciplina preziosa e scelta dove esercitare il proprio raziocinio filologico e illuministico. Tuttavia, alla luce dei moderni studi di traduttologia possiamo sostenere che le prove di traduzione tradiscono già un laboratorio poetico, la volontà di affinare i propri strumenti espressivi; riprova ne sia il fatto, ad es., che la Batracomiomachia conosce ben tre versioni che si sviluppano negli anni e che l’ultima verrà inclusa nell’edizione bolognese dei Versi del 1826: dunque un testo tradotto è considerato alla stregua di un testo proprio.
 
“Innamorato della poesia greca”. La fase poetica e filosofica
Non a caso il celebre passaggio dall’erudizione al bello si compie anche attraverso un componimento proprio, diffuso come traduzione dal greco: l’Inno a Nettuno, scritto in uno stato d’animo così riassunto nella lettera del 30 maggio 1817 all’amico Giordani: “Innamorato della poesia greca”. Dunque dallo studio e dall’erudizione come parole chiave si passa a un atteggiamento di maggiore coinvolgimento personale e soggettivo: è l’apertura all’esperienza del bello.
La consapevolezza, però, che i tempi sono mutati e una mera imitazione – come avrebbe suggerito la fase filologica – è impossibile pone a Leopardi il problema che è di ogni poeta e scrittore: costruirsi un proprio sistema poetico (e dunque stilistico) ed estetico (e dunque filosofico). A differenza del tedesco Hölderin, dunque, per Leopardi la letteratura greca non può porsi in continuità diretta con l’età moderna, con il rischio di un estetismo di maniera, ma deve essere reinterpretata e reintegrata in un quadro nuovo: la “poesia immaginativa” dell’antichità viene piegata alle esigenze della “poesia sentimentale” – filosofica e ragionativa – dei moderni. La presenza dei Greci è costante in tutta l’opera, dai Canti alle Operette morali, ma spesso più che manifestarsi in citazioni puntuali (ben più nutrite quelle da Virgilio, Petrarca o Tasso) incide sul piano strutturale e complessivo del pensiero e della poetica.
Caso esemplare è l’idea di idillio, applicata all’Infinito e agli altri componimenti tradizionalmente sotto tale nome: la prima traccia si rinviene nella traduzione giovanile degli Idilli di Mosco (oltre alla lettura di quelli di Teocrito), ma l’antica idea di rappresentazione descrittiva di ambiente agreste e cittadino, tipica del genere greco, viene meno per dare vita ad “avventure storiche del mio animo”, assumendo dunque una sfumatura prettamente sentimentale. Un altro esempio sono i Paralipomeni alla Batracomiomachia, mirabile riscrittura in chiave politica moderna del poemetto pseudomerico, su cui per altro si era già esercitato nella fase filologica. Il movimento, dunque, è sempre da un originale immaginativo a una rielaborazione sentimentale.
A livello di paratesti, dunque di zone tradizionalmente adibite a dichiarazioni di poetica, non è un caso che su un totale, molto esiguo e a maggior ragione significativo, di tre epigrafi presenti nei Canti due siano in greco, accompagnate da una traduzione di proprio pugno: l’epigrafe di Amore e morte da Menandro (“Muor giovane colui ch’al cielo è caro”) e quella della Ginestra da Giovanni l’Evangelista (“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”).
Si è visto come per elaborare un nuovo genere di scrittura Leopardi parta spesso da un’occasione retorica preesistente di stampo descrittivo e immaginativo e la sviluppi secondo la propria sensibilità di uomo moderno. Così per arrivare a plasmare l’originalissima prosa delle Operette morali traduce orazioni di Isocrate, frammenti dai Caratteri di Teofrasto, ma soprattutto il Manuale di Epitteto, oltre a leggere e rileggere intensamente Luciano di Samosata e i paradossografi alessandrini: ecco, dunque, che torna la traduzione come laboratorio creativo imprescindibile.
Più sfumato, invece, il ricorso a personaggi storici o mitologici: il caso tipico è la Saffo dell’Ultimo canto di Saffo. Essa proviene più dal romanzo di Alessandro Verri Le avventure di Saffo o dall’Eroide di Ovidio che dai frammenti stessi della poetessa, letti soprattutto nel trattato Del sublime. Si tratta, perlopiù, di personaggi funzionali a un’idea soggettiva del poeta, e non strettamente aderenti alla dimensione storica. Altro caso è Aspasia dell’omonima poesia: il personaggio storico dell’etera di Pericle è un mero pretesto per sviluppare un discorso del tutto personale e contemporaneo. Da menzionare, infine, le figure convocate nelle Operette morali: dai nomi “parlanti” Timandro (colui che stima gli uomini) ed Eleandro (colui che ha compassione degli uomini), ai filosofi Plotino e Porfirio (studiati da giovane), al falso costruito ad arte (Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco).
 
Un po’ di bibliografia ragionata e qualche suggerimento
Sull’argomento esiste lo studio ormai classico di Sebastiano Timpanaro, La filologia di Giacomo Leopardi, Bari, Laterza, 1997 (III ed.); quello altrettanto fondamentale di Emilio Peruzzi, Leopardi e i Greci, Firenze, Olschki, 1979; gli studi promossi dal Centro nazionale di studi leopardiani: Leopardi e il mondo antico (V Convegno, 22-25 sett. 1980), Firenze, Olschki, 1982 e Claudia Carella, “Umana cosa picciol tempo dura”: Leopardi, Saffo e il mondo greco, Roma, UniversItalia, 2010. Inoltre l’edizione, a cura di Franco D’Intino, delle traduzioni: Poeti greci e latini, Roma, Salerno, 1999.
Usando queste fonti e altri strumenti più moderni (come le banche dati di testi in CD della LIZ – Letteratura italiana Zanichelli – e del TLG – Thesaurus Linguae Grecae –) si possono costruire percorsi di approfondimento da gestire anche con i docenti di altre materie (greco, filosofia, ma anche scienze, fisica o matematica) che possano essere stimolanti per gli studenti. Ne proponiamo qualcuno a titolo esemplificativo: Leopardi e Omero; Leopardi e i lirici greci; Leopardi e gli stoici; Leopardi e Luciano; Leopardi e l’astronomia antica; Leopardi e la matematica greca.

*Romanziere, poeta, traduttore e critico; professore di Lingua italiana all’Università dell’Insubria di Como e di Traduzione allo IULM di Milano.


Pubblicato il 13/12/2010

UN LIBRO

CORSI ESTIVI