di Roberto Carnero*
A lungo la figura di Carlo Emilio Gadda (1893-1973) ha occupato un proprio specifico posto nella storia della letteratura italiana soprattutto in virtù dello stile delle sue opere. Plurilinguismo, pluristilismo, mescolanza di gerghi e registri, pastiche sono le categorie maggiormente applicate a questo autore, che per il critico Gianfranco Contini sarebbe stato uno degli ultimi anelli della catena della celebre “funzione lombarda”. Insomma, la grandezza di Gadda è stata a lungo vista soprattutto come quella di un abilissimo e raffinatissimo funambolo della parola.
Gadda scrittore realista
In tempi più recenti, tuttavia, si è posto l’accento anche su un altro aspetto del suo lavoro e Gadda ha incominciato a profilarsi altresì come un interessantissimo scrittore realista. Si è compreso, cioè, come spesso certa critica, abbagliata dalla forma, avesse un po’ trascurato il contenuto.
Letto in quest’ottica, Gadda appare come uno straordinario scrittore realista, notevole pittore della borghesia: lombarda prima (all’altezza del primo, sorprendente romanzo, La meccanica, risalente agli anni tra il 1924 e il ’28, ma edito soltanto nel 1970; de La cognizione del dolore, 1963, ma già pubblicato in parte su “Letteratura” negli anni dal 1938 al 1941; e dei racconti della raccolta L’Adalgisa. Disegni milanesi, 1944) e romana poi (nel romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, sempre su “Letteratura” nel 1946-47 e poi in volume nel 1957).
In questi testi Gadda da un lato scava nelle proprie personali nevrosi, dall’altro non rinuncia a un’approfondita analisi della realtà sociale. In tal modo riesce a essere uno scrittore sia tragico che comico, ingegnere (su questo torneremo tra poco) e letterato.
Per capire la sua peculiare posizione, letteraria e ideologica, è necessario ricordare rapidamente quali furono i tempi in cui mosse i primi passi come narratore. Gadda era nato nel 1893 e dunque da adolescente aveva avuto modo di percepire la crescita vorticosa, convulsa della sua città, Milano, in quegli anni in preda a un rapido processo di industrializzazione e modernizzazione. Diplomatosi al liceo classico Parini, per compiacere la madre, si iscrive alla facoltà di Ingegneria. Nel 1915 interrompe gli studi perché viene richiamato alle armi. Dopo la guerra, nel 1919, si iscrive a Filosofia, che poi però abbandonerà per laurearsi in Ingegneria industriale nel 1920.
Come ingenere lavorerà in Sardegna, in Argentina, e poi in numerose altre località italiane e straniere, dirigendo, per conto di una società romana, la costruzione di impianti chimici. Sarà in seguito direttore dei Servizi tecnici del Vaticano, incarico da cui si dimetterà nel 1934. Parallelamente si dedica alla scrittura letteraria, che diventerà sempre più la sua principale e poi unica attività.
L’impossibile oggettività scientifica del narratore
Ma in che modo la sua formazione e la sua attività di ingegnere hanno influenzato il lavoro letterario di Gadda? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo provare a collocare lo scrittore nel contesto del suo tempo, e in particolare in quello dei primi decenni della sua attività artistica, che coincidono con il ventennio mussoliniano.
L’ordine apparente del fascismo contrasta con il suo sostanziale disordine. Ed è per questo che Gadda non ama affatto quel periodo. Perché egli è, nell’intima sua essenza, soprattutto un uomo d’ordine. Paradossalmente anche sul piano stilistico. La sua frustrazione nasce dal fatto che intorno a sé vede una realtà estremamente disordinata. Da qui la rabbia di chi è costretto a rappresentare il caos, pur volendo, di suo, offrire una raffigurazione ben più precisa. E se il mondo è “barocco”, la scrittura dovrà adeguarsi ai barocchismi di ciò che va a raccontare.
In realtà, una volta Gadda ebbe modo di definirsi “minimo Zoluzzo di Lombardia”, alludendo allo scrittore francese Émile Zola, spiegando però subito dopo: “È irridente allusione dell’autore a se medesimo, non certo all’ingegno, all’arte, allo spirito veridico, al valore documentario, alla immane fatica di Emilio Zola”. Del quale, tuttavia, Gadda, in qualche modo, avrebbe voluto proseguire il lavoro di rappresentazione scientifica del reale.
Questa attitudine di Gadda all’oggettività deriva anche, oltre ovviamente che da una consapevole scelta di poetica, dalla sua formazione tecnico-scientifica, legata alla laurea in Ingegneria. Tuttavia è impossibile essere uno scrittore realista se la realtà, appare, il più delle volte, “irreale”. O meglio, se la realtà è delirante, la fotografia che da buon post-naturalista egli vuole scattare non potrà che essere mossa, sfuocata.
I difficili rapporti dell’Ingegnere lombardo con il Neorealismo
Insomma, la formazione tecnica di Gadda trapela dalla sua concezione dello scrittore, il cui scopo è cogliere i rapporti che uniscono le cose: la realtà, infatti, non è che una confusa e ininterrotta concatenazione di eventi; e così la letteratura stessa, che si rivela incompiuta. Gadda presenta una concezione relativistica ed empirica della realtà; ingegneristica è la sua volontà di coordinare i caotici referti di una realtà magmatica; ingegneristica è anche la sua concezione combinatoria del linguaggio (e infatti, per Gadda, si parla di pastiche, mosaico ecc.). Può essere anche interessante notare come dinanzi alle storture della realtà, il tecnico-materialista Gadda rifiuti la figura umanistica dell'intellettuale sacerdote, vate, profeta e virtuoso artista dei buoni sentimenti.
Va detto però chiaramente che Gadda non ebbe mai a mitizzare i fatti in quanto tali, anche quando l’attenzione alla fattualità, alla concretezza degli eventi, colti nella dimensione storica e sociali, andava per la maggiore, come negli anni del Neorealismo.
Nel rispondere a un’inchiesta di Carlo Bo su questa corrente letteraria, Gadda non manca di sottolineare come non ami troppo quei suoi colleghi che basano la propria poetica sull’idolatria degli eventi: “Cose, oggetti, eventi, non mi valgono per sé, chiusi nell’involucro di una loro pelle individua, sfericamente contornati nei loro apparenti confini (Spinoza direbbe modi): mi valgono in una aspettazione, in un’attesa di ciò che seguirà, o in un richiamo di quanto li ha preceduti e determinati. Nella ‘poetica del neorealismo’, quale mi si è rivelata da alcuni esempi, direi che ogni fatto, ogni quadro è (cioè riesce ad essere) nudo nocciolo, è (cioè riesce ad essere) grano di un rosario dove tutti i grani sono giustapposti ed eguali di fronte all’urgenza espressiva”. E aggiunge poco oltre: “Vorrei, dunque, che la poetica dei neorealisti si integrasse di una dimensione noumenica, che in alcuni casi da me considerati sembra alquanto difettarle”. Insomma, ingegnere sì, ma fino a un certo punto.
* È ordinario di Lettere italiane e latine al Liceo “Enrico Fermi” di Arona, Novara
Pubblicato il 6/12/2011
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