Chi ha paura di Thomas Hobbes?

Fotogramma del film "L’onda" di Dennis Gansel (2008). Immagine tratta da: http://itpworld.files.wordpress.com

di Roberto Lolli*

Il nesso colto da Thomas Hobbes tra paura e potere è un elemento di grande modernità: la paura è al centro del suo pensiero politico sia come paura reciproca tra gli uomini, secondo la formula ‘homo homini lupus’, sia come paura dei sudditi nei confronti del sovrano, raffigurato sotto la forma del mostruoso, biblico Leviatano.

‘Gemello della paura’
Così narrava Hobbes la propria nascita: “E mia madre mise al mondo due gemelli: me stesso e la paura”. Era il 1588, l’Armada Invencible spagnola si stava avvicinando alle coste per l’invasione dell’Inghilterra e il terrore attraversava la nazione. Il filosofo fu sempre accompagnato dall’inquietante gemella, che di nuovo si presentò a lui nella forma della guerra civile (1641-1651), nei dieci anni che sconvolsero il regno inglese, condussero Carlo I al patibolo e Cromwell al titolo di Lord Protettore del Commonwealth, uomo forte e, di fatto, dittatore della nuova Repubblica. Sono questi gli anni della sua riflessione politica, dal De Cive (1643) al Leviatano (1651). Una terza grande paura, infine, lo afferrò per le accuse di eresia e ateismo che dopo il 1666 furono rivolte a lui e a studiosi a lui vicini.
Un elemento accomuna le grandi paure di Hobbes, ossia il fatto che esse non siano generate dalle catastrofi naturali o dalla religione, ma dagli uomini: “È altrettanto vero che l’uomo è per il suo simile un dio, quanto che esso è per il suo simile un lupo” (De Cive, Lettera dedicatoria). Di fronte alle preoccupazioni naturali l’uomo, infatti, non può nulla, poiché la natura, secondo Hobbes, sfugge a ogni controllo, è un dominio a parte e nemmeno può la nostra mente interamente e completamente conoscerla; così, pure, di fronte ai timori metafisici poco si può fare e la morte, stando alle sue ultime parole riportate, è solo ‘un gran salto nel buio’.
Diverso è il discorso che concerne la paura nei confronti degli uomini, poiché quanto riguarda gli uomini è nel loro stesso potere definire e modificare: Hobbes dedicò la propria riflessione proprio a questo, esorcizzare e neutralizzare il timore dell’Altro, inteso come ‘lupo’.

Scienza e politica
Il punto di partenza di Hobbes è che la scienza, edificata su premesse gnoseologiche empiriste e meccaniciste, si fondi su convenzioni umane. Costruisce quindi un modello di scienza dell’uomo, sia del corpo naturale sia del corpo politico che lo rappresenta in relazione agli altri uomini. Nell’etica, i due moti fondamentali da cui si costituisce il campo dell’agire sono il desiderio – moto verso una cosa o una situazione – e il timore – moto di fuga da una cosa o una situazione. Il timore più radicale è quello che si configura nel campo politico, ove la presenza in natura delle leggi, che tenderebbero a garantire razionalmente la conservazione della comunità, non è garantita da nessun potere che possa soffocare l’impulso individuale di esercitare l’illimitato diritto di tutti a tutto. Da ciò deriva che nella finzione intellettuale – laboratoriale – dello stato di natura a nessuno, neppure a Golia, il più forte degli uomini, è garantita la vita. Lungi da rappresentare ciò che nelle utopie arcadiche seicentesche era il regno di pace, eros e armonia, lo stato di natura si presenta come il Regno del Terrore, dove vige la guerra di tutti contro tutti.

‘Dalla sua bocca partono vampate, sprizzano scintille di fuoco’
Cosa e chi potranno salvare l’umanità dalla distruzione? Il timore reciproco, che obbliga gli uomini a stipulare un patto per rinunciare al diritto di tutti a tutto e il Sovrano, unico individuo od organismo che non dovrà deporre i suoi diritti e acquisirà, in virtù del contratto tra i sudditi, ogni potere, incluso quello religioso.
Da questa analisi, contenuta nel De Cive, emergerà otto anni dopo la creatura terrificante descritta nel Leviatano. Essa è raffigurata sul frontespizio della prima edizione del 1651 come un uomo immenso che contiene al proprio interno i tratti di tutti i sudditi e detiene sia la spada del potere temporale che il pastorale del potere spirituale. Il Leviatano altro non è che lo Stato: assoluto è il suo potere, indivisibile, irrevocabile. Può apparire spaventoso ma secondo Hobbes il suo ruolo è di scacciare il terrore assoluto con un terrore relativo. Il Sovrano-Leviatano impone l’ordine, impedisce alle forze disgregatrici della società di agire, previene la guerra civile che può nascere o dalla discordia politica o dal competitive behaviour del mercato o dai dissidi religiosi. Egli comanda sulla terra e tutti obbediscono. Per quanto fatale e formidabile, tuttavia il Leviatano ha un limite al suo potere: non può sottrarre arbitrariamente la vita al suddito e non invade la sfera del pensiero e del privato.

Hobbes, una figura controversa
Può essere molto interessante affrontare in classe la questione del dibattito sul pensiero politico di Hobbes, a partire dalla considerazione che il filosofo fu trascurato e sostanzialmente ignorato per circa due secoli. Teorico dell’assolutismo, come si suol dire, ma scomodo per i sovrani assoluti che preferivano piuttosto legittimare il proprio potere sulle premesse tradizionaliste, teologiche e patriarcali di Filmer o di De Maistre. Il Leviatano di Hobbes è sempre una creatura umana, nasce da un contratto. La sua riscoperta comincia all’inizio del Novecento quando, con la crisi dei regimi parlamentari e con l’avvento delle dittature totalitarie, l’interpretazione di Hobbes divenne un campo di scontro. Carl Schmitt, per esempio, vide in lui il corifeo del moderno stato-macchina e del regime totalitario del quale il Leviatano rappresenta in metafora l’aspetto tecnologico e burocratico. Per Leo Strauss, invece, Hobbes non è per nulla uno scienziato, come pretende di essere, ma un moralista. Non deve stupire che Schmitt, filosofo vicino al nazionalsocialismo, e Strauss, ebreo trasferitosi negli Usa, vedano le cose in modo tanto diverso. Norberto Bobbio, in seguito, ha riconosciuto in Hobbes non solo i caratteri dello scienziato della politica, ma anche la difesa di principi quali la legalità del diritto penale (il Leviatano non può togliere ad arbitrio la vita ai suoi sudditi) e del diritto di resistenza che comunque fanno sì che il Sovrano abbia dei limiti. A questi si aggiunge il disinteresse del Sovrano per il controllo della sfera privata dell’individuo. Così si smorza l’immagine ‘demoniaca’ del Leviatano: per quanto sia creato – per contratto – per ispirare paura, nei totalitarismi del Novecento l’ambizione di dominio si è spinta ben oltre i limiti hobbesiani, nel tentativo di controllare le menti e conquistare i cuori, cancellando ogni spazio privato.


*Insegna Filosofia e Storia presso il Liceo scientifico 'A. Roiti' di Ferrara. Ha curato con P. Salandini l'opera di storia della filosofia Filosofie nel Tempo, diretta da Giorgio Penzo, 4 voll., Roma, SpazioTre, 2000-2006.



Pubblicato il 16/03/2010

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