Lo stato di natura in Hobbes

J.M. Wright, "Ritratto di Thomas Hobbes". Immagine tratta da: www.d.umn.edu

di Anna Lisa Schino*


Il modello hobbesiano ha dominato, per la sua semplicità e per il suo rigore, su tutta la filosofia politica del Sei-Settecento, anche quando è stato polemicamente respinto. Hobbes parte dallo stato di natura considerato come uno stato di guerra universale e perpetua, che condurrà all’autodistruzione del genere umano. In quanto tale, è una condizione da cui l’umanità deve necessariamente uscire, e per uscirne ‘pax est quaerenda’ (bisogna cercare la pace). Gli uomini sono quindi disposti a cedere l’illimitata libertà e il diritto su tutte le cose di cui godono nello stato di natura, e a sottomettersi al potere assoluto del sovrano nella società civile, pur di conseguire l’obiettivo della coesistenza pacifica, altrimenti irraggiungibile. Tale scambio, per quanto comporti l’alienazione di tutti i diritti naturali fuorché uno (il diritto alla vita) e la promessa di un’obbedienza assoluta al sovrano, sarà sempre vantaggioso perché garantisce all’individuo la sicurezza della vita, suo sommo bene.

Stato di individualismo conflittuale
Alla descrizione dello stato di natura Hobbes dedica importanti sezioni delle sue due opere principali, il De cive (parte I, La libertà, capp. 1-4) e il Leviatano (parte I, Dell’uomo, capp. 13 -16). Lo stato di natura è la condizione in cui gli uomini vivono prima di vincolarsi con un qualsiasi patto di associazione e di sottomissione. Esso si definisce come lo stato in cui, in assenza di leggi scritte e di istituzioni giuridico-politiche, vige soltanto lo ‘ius in omnia’ (diritto di tutti a tutto); rappresenta quindi la condizione in cui tutto è lecito al fine di conservare la propria vita e i propri beni, e in cui gli uomini seguono liberamente le loro passioni egoistiche. Di conseguenza, questo stato è contraddistinto da una totale assenza di obbligazioni, sia positive sia negative: è lo stato della libertà assoluta o, come dice Hobbes, “lo stato in cui non c’è né governo, né governati”. A causa dell’uguaglianza naturale tra gli uomini, che Hobbes intende come uguale possibilità per ciascuno di arrecare all’altro il massimo dei mali, la morte, e a causa della naturale tendenza dell’uomo a entrare con gli altri in rapporti di competizione e di aggressione (‘homo homini lupus’, l’uomo è lupo per l’altro uomo), questo stato di libertà assoluta diventa immediatamente anarchia e stato di guerra. Proprio l’uguaglianza naturale rende tale stato una guerra senza confini e senza soluzione (‘bellum omnium contra omnes’, guerra di tutti contro tutti), perché nessun vincitore sarà mai tanto più forte degli altri da non temere di essere a sua volta ucciso con la forza o con l’inganno. Inoltre, tale guerra impedisce di fruire realmente dell’enorme libertà di cui l’uomo potrebbe godere; si tratta quindi di uno stato di libertà inutile, e lo stesso diritto naturale, come diritto di tutti a tutto, è inutilizzabile e rimane lettera morta dal momento che, se io mi impossesso di una cosa appellandomi al diritto naturale, chiunque altro può togliermela in nome dello stesso diritto. Dunque, nello stato di natura non è possibile un possesso stabile ed esclusivo neppure di una quantità limitata di beni. Non solo non è possibile la proprietà e il dominio, ma le condizioni di precarietà e di violenza continue impediscono nello stato naturale qualsiasi forma di agricoltura, di industria, di commercio, in una parola qualsiasi forma di civiltà. Nello stato di natura, infine, poiché non ci sono leggi, non c’è neppure il giusto e l’ingiusto, ed è possibile rubare, uccidere, compiere atti immorali senza che questo sia considerato illecito: in guerra, infatti, qualsiasi cosa è considerata lecita, e qualsiasi mezzo è consentito.

La necessità di uscire dallo stato di natura
La società civile nasce con l’uscita da questo stato di povertà e di paura. Ma per fondare la società sarà necessario cambiare tutto: gli uomini devono darsi nuove regole di condotta morale e sociale senza assumere nient’altro che l’uguaglianza e l’antagonismo di partenza; non hanno nulla da portarsi fuori dallo stato di natura; non ci sono, per esempio, diritti innati variamente definiti che poi la società politica sarà chiamata a rispettare, perché nello stato di natura esiste solo lo ‘ius in omnia’, causa di guerra. Si impone così la necessità di istituire una realtà di convivenza totalmente nuova (la società civile), la cui legittimazione è costituita da un patto di unione liberamente sottoscritto sulla base di un calcolo razionale e di finalità soggettive, prima tra tutte la garanzia della vita.

Stato ipotetico o storico?
Lo stato di natura è un’ipotesi logica avanzata per ragioni argomentative: Hobbes intende dimostrare che ‘se’ gli uomini vivessero senza leggi e senza un potere che li tiene a freno, sarebbero continuamente in guerra tra loro. Tuttavia tale ipotesi trova una conferma empirica nell’osservazione dei costumi delle popolazioni ancora selvagge, per esempio degli Indiani d’America (De cive, cap. 1, § 13). Altri esempi concreti di stato di natura sono dati dalla guerra civile (durante la quale si rompe il patto di unione e gli individui ritornano a uno stato prepolitico) e dai rapporti internazionali, campo nel quale sovrani e Stati si fronteggiano minacciosamente uno contro l’altro (Leviatano, cap. 13). L’allusione ai selvaggi d’America porta a considerare la suggestione che sulla descrizione hobbesiana dello stato di natura possono aver esercitato i resoconti dei viaggiatori e dei missionari dell’epoca sulla vita delle popolazioni extra-europee. In effetti l’insistenza di Hobbes sulla guerra come condizione perpetua dello stato naturale trova un preciso riscontro nei racconti delle faide e degli scontri che caratterizzano la vita delle tribù, così come la miseria dell’uomo precivile è il riflesso della povertà della vita fuori dall’Europa colta e civilizzata. La novità è che ora Hobbes non presenta tali condizioni di vita come tipiche del selvaggio che vive allo stato bestiale e senza Dio, bensì come la dimensione naturale del genere umano. Fuori dalla società politica organizzata – spiega Hobbes – l’uomo è un lupo errante, e questo vale tanto per i bravi cittadini inglesi che vivono nelle città quanto per i Pellirosse della lontana America.

*Insegna Storia delle idee presso la Facoltà di Filosofia della Sapienza Università di Roma. Ha condotto ricerche sul ‘libertinage érudit’ della prima metà del Seicento e sul pensiero politico di Hobbes e di Pufendorf. Sta attualmente lavorando al progetto di una storia del giusnaturalismo nel Seicento.



Pubblicato il 16/03/2010

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