Dal Codice napoleonico al Codice Pisanelli: famiglia, diritti e patrimoni

Immagine tratta dal sito: http://rivista.ssef.it

di Stefania Bartoloni*

Il primo Codice civile italiano (il Codice Pisanelli, (1865) si è largamente ispirato al Code napoleonico. Un aspetto particolarmente interessante è quello relativo alla famiglia.

L’età napoleonica avvia un grande rinnovamento in diversi campi compreso quello del diritto; cambiamenti che non sono ripudiati dalle monarchie restaurate dopo il Congresso di Vienna e sono destinati a perdurare. In Francia il vecchio sistema del diritto di famiglia è rivisto fin dal 1789, mentre in Italia le Repubbliche giacobine rigettano gli ordinamenti civili degli antichi Stati ed elaborano proprie costituzioni.
In quei documenti vengono limitati i diritti personali dei membri delle case già regnanti, abolite le distinzioni di nascita, organizzato lo stato civile, i criteri di successione delle proprietà ed è ribadito il ruolo di educazione patriottica e democratica assegnato alla famiglia dallo Stato-nazione. In alcuni casi, come nell’ordinamento repubblicano per il Piemonte del 1796, compare la prima, quanto isolata, affermazione in favore del divorzio della storia italiana.

Il Code e la famiglia
Questi principi, fondamentali per l’edificazione di una nuova società, vengono ripresi dal Codice napoleonico del 1804 che diventa legge in tutta la penisola e in gran parte dell’Europa continentale. In tema di famiglia e di successioni il Codice rappresenta una rivoluzione con effetti di lungo periodo: l’idea cara a Napoleone è quella di una famiglia forte in un forte Stato e proprio all’imperatore si deve un decisivo rafforzamento della potestà paterna e maritale, anche se il modello di famiglia proposto è individualistico, ovvero, basato su una costellazione di persone che col divorzio e la maggiore età possono seguire ciascuna il proprio destino.
La nuova famiglia – laica e civile – stabilisce libertà nella scelta del coniuge, ma la figura del marito e del padre domina su tutte, tanto che la moglie non può fare donazioni, alienare, ipotecare e acquistare senza il consenso del coniuge. Ed è ancora a questo che la moglie deve obbedienza insieme all’obbligo di coabitare e seguire ovunque il marito fissi la sua residenza. Forte è anche il potere del padre sulla vita dei figli i quali non possono lasciare la casa paterna o viaggiare senza la sua autorizzazione: dotato di ampi poteri correttivo-repressivi il padre può percuotere, chiedere l’arresto e la detenzione dei figli in caso di cattiva condotta.
Il Codice napoleonico, che di fatto sacrifica i principi di eguaglianza e libertà proclamati dalla Rivoluzione, offre però diverse tutele in tema di rapporti patrimoniali quando, per esempio, decretando la fine del sistema dell’erede unico migliora la condizione successoria dei figli non primogeniti, siano essi maschi o femmine, o naturali purché riconosciuti.

Il Code napoleonico e il Codice Pisanelli
Pur provocando un urto nella società italiana, il Codice voluto da Napoleone rappresenta un modello, in alcuni casi una meta, per i giuristi italiani che, pensando a un ordinamento per il nuovo Stato unitario, ne riprendono i motivi di fondo e l’impostazione generale introducendo modifiche in senso liberale.
La società italiana, dunque, si stabilizza e si uniforma superando la frammentazione delle legislazioni in vigore negli Stati preunitari grazie al compromesso operato nel 1865 col Codice Pisanelli, vale a dire, la carta del nuovo ordine sociale instaurato nel giovanissimo Regno d’Italia.
Ma l’uniformità ha un costo e comporta alcune rinunce, in particolare per le donne lombarde che, trascorsi cinquant’anni di autonomia, con l’entrata in vigore del Codice Pisanelli sono nuovamente sottoposte all’autorità maritale. Ciononostante, la laicità del matrimonio è confermata, ma non viene prevista la sua dissolubilità, come confermata è la competenza dello Stato in tema di rapporti familiari.
In tali ambiti, pur ribadendo i reciproci doveri di fedeltà, coabitazione e assistenza, indubbia è la supremazia del marito rispetto a moglie e figli. Così, l’adulterio della donna viene giudicato e punito in modo diverso da quello del marito tanto che, in tal caso, egli può avanzare richiesta di separazione, mentre l’adulterio dell’uomo conduce allo scioglimento del vincolo solo nel caso in cui il marito tenga una concubina in casa o altrove.
Egualmente forte è l’intervento del marito sulle questioni economiche che interessano la moglie in virtù dell’autorizzazione maritale necessaria, a differenza del Codice napoleonico, nei soli atti di straordinaria amministrazione. Sta di fatto che al marito compete l’intera gestione del patrimonio costituito non solo dalla dote, ma anche dai beni personali della moglie e da quelli derivati dalla comunione dei beni sottintendendo un’idea allargata di proprietà per sé e per gli altri, per la scurezza propria e dell’intera famiglia.
Per quanto riguarda i figli la potestà spetta a entrambi i genitori, e anche in questo caso rispetto al codice francese quello italiano appare più liberale prevedendo una limitazione del potere paterno, ma in caso di disaccordo tra i coniugi, la preminenza del volere del padre su quello della madre appare indiscussa.
Nel Codice Pisanelli, riflesso della cultura liberale e di un progetto di rafforzamento della famiglia borghese alla base dello Stato unitario, si rintracciano un insieme di principi frutto delle aperture prodotte dalla Rivoluzione francese, come si evince dalle proposte di restaurazione avanzate nella fase successiva e dai timori di un eccessivo rivolgimento nei valori e nei modelli diffusi tra i suoi cittadini. Rimasto inalterato per circa cinquant’anni, il suo valore è dato anche dall’affermazione di una volontà politica che è espressione di una classe dirigente rigorosa, concreta, con a cuore un modello di famiglia tradizionale, ma ispirata a indiscussi principi di laicità.


*Ricercatrice di Storia contemporanea, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre.

Pubblicato il 26/1/2010

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