La guerra civile nell'ex-Jugoslavia (1991-95)

Di Daniela Caravaggi*

Lo Stato jugoslavo nasce nel 1918 e nel 1945, in seguito alla guerra di liberazione dal nazifascismo guidata dal comunista Josip Broz, 'Tito', diviene una Repubblica federale formata dalle sei repubbliche di Serbia, Montenegro, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Croazia e Macedonia, oltre alle province autonome del Kosovo e della Vojvodina. Dopo la scomparsa di Tito (maggio 1980), che per circa 40 anni aveva garantito la coesione pacifica di una realtà fortemente eterogenea dal punto di vista etnico, politico, religioso e culturale, si apre una fase di instabilità determinata da un'inflazione crescente, da un forte indebitamento estero e da un farraginoso sistema decisionale legato alla rappresentanza etnica. Nel 1990 si dissolve la Lega dei comunisti, il partito unico, dal 1945 punto di riferimento della Federazione. Da allora cominciano a manifestarsi interessi economici divergenti, contrasti politici e forti spinte nazionaliste.
Nel 1992 la Slovenia e la Croazia dichiarano la loro indipendenza mentre la minoranza serba presente nella Croazia si dichiara a sua volta indipendente con l'appoggio militare della Serbia, scatenando il conflitto serbo-croato (1991-92), che vede il cessate il foco grazie a un intervento dei caschi blu dell'ONU nel febbraio 1992. La Serbia, alla guida del comunista-nazionalista Milosevic, è lo Stato più potente dell'area, difende le sue prerogative politico-economiche e, con l'obiettivo di una 'Grande Serbia', vuole tutelare i 2 milioni di serbi che vivono al di fuori della repubblica. Così nel 1992 il fronte si sposta in Bosnia-Erzegovina (con la popolazione per il 44% musulmana, per il 31% serba, per il 17% croata) dove i serbi si oppongono all'indipendenza voluta dai musulmani e dai croati. I serbo-bosniaci e l'esercito federale occupano il 70% della Bosnia, bombardano la capitale Sarajevo, effettuano operazioni di pulizia etnica e religiosa, stuprano le donne bosniache. La comunità internazionale dimostra sostanzialmente la sua impotenza di fronte al conflitto che è terminato nel 1995 grazie all'imponente intervento armato della Nato, con un bilancio di 250.000 morti ed oltre 2 milioni di profughi. Gli accordi di Dayton (Usa) firmati il 21 novembre 1995 da Milosevic per i serbi, da Tudjman per i croati e da Izetbegovic per i bosniaci stabiliscono che la Bosnia è un unico stato composto però da due diverse entità: una Federazione musulmano-croata ed una repubblica serbo-bosniaca.

Pubblicato il 14/06/2006

 

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