La condizione umana e l’agire politico
Hannah Arendt caratterizza l’uomo moderno come homo faber, emblema dell’operare; egli è colui che costruisce, è l’uomo tecnologico in grado di trasformare per sempre la faccia stessa della terra, in grado di creare un mondo artificiale di cose, nettamente distinto dall’ambiente naturale. In questa sfera, privata e prepolitica, la forza e la violenza sono giustificate perché sono i soli mezzi per avere ragione della necessità e diventare liberi.
Ma la vera azione, la sola attività che metta in rapporto gli uomini tra di loro in modo diretto senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo. Questa pluralità è la specifica condizione di ogni vita politica. Non a caso la Arendt parla di condizione e non di natura umana, in quanto l’uomo è un essere condizionato da vita (natalità e mortalità), mondanità, pluralità e terra. Ma l’uomo non si riduce alle condizioni che lo determinano e tra tutte le attività praticate nelle comunità umane già Aristotele riteneva che solo la praxis (azione) e la lexis (discorso) appartenessero alla più importante manifestazione della vita activa, ovvero l’agire politico. L’azione e il discorso sono considerate le attività più alte dell’uomo; per questo originariamente l’azione politica per eccellenza, in quanto rimane estranea alla sfera della violenza, si realizza nel discorso ritrovando le parole opportune al momento opportuno.
Uomini come impiegati e burocrati
Dalle ultime pagine dell’opera Vita activa, la condizione umana (1958) emerge una speranza determinata dalla vita attiva del pensiero di coloro che si dedicano all’arte. Questi, attraverso il linguaggio, colmano la frattura tra il mondo sensibile e il mondo razionale, aprendo all’uomo una via di fuga da quella passività e quel conformismo di massa che sono all’origine della banalità del male di uomini normali, impiegati e burocrati, parte di un sistema meccanicistico dove sono assenti il pensiero e la libertà di agire:“la politica ci consegna in modo ineluttabile alla società del lavoro e ci trasforma in impiegati, come se la vita individuale fosse stata sommersa dal processo vitale della specie e la sola decisione attiva ancora richiesta fosse di lasciar andare, di abbandonare la sua individualità, la fatica e la pena di vivere sentite ancora individualmente e adagiarsi in un attonito, “tranquillizzato”, tipo funzionale di comportamento”. (op. cit. p. 240)
La genesi del male
Ne è un esempio il quadro di Adolf Eichmann che la Arendt traccia nei resoconti del processo contro il criminale nazista svoltosi a Gerusalemme nel 1961, pubblicati dall’autrice in qualità di corrispondente del settimanale New Yorker. L’ufficiale delle SS, uno dei responsabili dell'esecuzione del piano di sterminio degli Ebrei di 18 paesi europei, appare come una persona qualunque: chiunque avrebbe potuto essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo, gli mancava la capacità di immaginare che cosa stesse facendo.
La Arendt si occupa della genesi del male: per un essere umano è male l'essere un inconsapevole volontario, prestarsi quale braccio inconsapevole di qualcun altro. È un comportamento estremamente comune e banale, che il potere può organizzare e utilizzare come crede.
The Reader – A voce alta (Stephen Daldry, 2008)
Il link sottostante apre al trailer del film The Reader – A voce alta, un film di Stephen Daldry, Germania 2008. Adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Bernhard Schlink. Una possibile chiave di lettura, diretta o indiretta, permette l'accostamento tra il film e il libro di Hannah Arendt, La banalità del male.
La visione completa del film può essere molto utile per visualizzare ed esemplificare il concetto della banalità del male con il quale la Arendt cerca di spiegare chi è il gerarca nazista, il burocrate nazista, l'operatore: nel caso illustrato dal film, la sorvegliante, analfabeta, che fa leggere a voce alta i libri alle prigioniere che lei seleziona all'interno dei campi di concentramento.
http://www.youtube.com/watch?v=yHbxp4qrbDc
Le domande che vengono poste alla sorvegliante durante l’interrogatorio in tribunale:
1. Lei lavorava alla Siemens prima, poi è entrata nelle SS di sua spontanea iniziativa?
2. Conosce quel libro? L’autrice è una prigioniera sopravvissuta, che descrive il processo di selezione delle prigioniere, lei ne ha fatto parte? Come avveniva lo smistamento?
3. Lei non si rendeva conto di mandare delle persone incontro alla morte?
4. Nel rapporto delle SS tutte voi sostenevate di non esservi accorte del fuoco, ma questo è falso, perché non avete aperto le porte?
5. Ha scritto lei il rapporto? Ho bisogno di esaminare la sua calligrafia
E le sue risposte:
1. Avevo sentito che le SS cercavano delle sorveglianti e io stessa feci richiesta per il posto.
2. Eravamo sei sorveglianti e ognuna di noi ne sceglieva dieci.
3. Sì, ma c’erano i nuovi arrivi, bisognava fare spazio alle nuove arrivate, non potevamo tenerle tutte non c’era lo spazio, lei che cosa avrebbe fatto? Non avrei dovuto lasciare il posto alla Siemens?
4. È ovvio, non era lecito, eravamo le sorveglianti, non era lecito farli scappare, con l’apertura delle porte sarebbe stato il caos. Come avremmo potuto ristabilire l’ordine? Non era lecito ne eravamo responsabili.
5. Non è necessario, ho scritto io il rapporto.
La spiegazione che il professore dà del rapporto morale-legge:
Le società pensano di operare secondo una cosa chiamata morale, mentre loro operano secondo la legge, non si è colpevoli solo perché si è lavorato ad Auschwitz, ottomila persone vi hanno lavorato e solo 19 sono le persone condannate, delle quali sei per omicidio, poiché per dimostrare che sia omicidio bisogna dimostrare l’intenzionalità in base alla leggi dell’epoca.
L’ultimo dialogo:
Prima del processo non ho mai pensato al passato, non importa che cosa provo o che cosa penso: i morti sono morti. Cosa ho imparato? Ho imparato a leggere.
Questi sono tutti spunti di riflessione che possono animare un dibattito in classe su questioni delicate come la responsabilità del singolo, della legge, su cosa sia la morale, il senso di colpa.