1929, la grande crisi

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di Vincenzo Guanci*

La foto mostra una fila di disoccupati presso uno spaccio per la distribuzione gratuita di caffè e ciambelle duranti gli anni della Grande Depressione. Dall’abbigliamento le persone in coda sembrano essere più impiegati che non operai. In effetti la crisi che iniziò nel 1929 colpì pesantemente non solo operai e contadini ma anche esponenti della piccola e media borghesia. Immagine tratta dal sito www.leftcom.org

La foto mostra una fila di disoccupati presso uno spaccio per la distribuzione gratuita di caffè e ciambelle duranti gli anni della Grande Depressione.
Dall’abbigliamento le persone in coda sembrano essere più impiegati che non operai. In effetti la crisi che iniziò nel 1929 colpì pesantemente non solo operai e contadini ma anche esponenti della piccola e media borghesia. Immagine tratta dal sito www.leftcom.org
Giovedì 24 ottobre 1929 alla Borsa di New York, in Wall Street, una valanga di ordini di vendita a qualsiasi prezzo investe 13 milioni di titoli: è un vero e proprio crack dell’intera Borsa.
Nelle settimane e nei giorni precedenti c’erano state delle avvisaglie con il fallimento di qualche speculatore, anche di prim’ordine, ma non ci si aspettava una frana di quel genere.
Nei giorni immediatamente successivi, le banche tentano di frenare il crollo dei prezzi procedendo a massicci ordini di acquisto, ma già il 29 ottobre sono messi in vendita ben 10 milioni di titoli facendone abbassare il valore a meno della metà.
La finanza americana entra in una crisi profondissima che diventerà ben presto una crisi economica recessiva, innestando la depressione mondiale che attraverserà l’intero decennio successivo.
Le ripercussioni in Europa e nel mondo
Nei due anni successivi, infatti, passo dopo passo, la crisi investe prima le banche e le monete degli Stati dell’Europa centrale, poi Francia, Inghilterra e Italia.
Si può assumere come data simbolica il 21 settembre 1931, quando il governo inglese abbandona la parità aurea della sterlina, causando il crollo della struttura monetaria internazionale, di cui la sterlina era allora il cardine fondamentale.

Le premesse
Bisogna partire dalla traumatica rottura dell’equilibrio tra le grandi potenze avvenuta con la guerra mondiale 1914-1918 che devasta l’Europa socialmente ed economicamente, oltre che mutarne profondamente l’assetto geo-politico.
Nel decennio 1919-1929 l’economia mondiale vede sempre più la supremazia degli Stati Uniti d’America, la cui enorme produzione agricola e industriale non riesce a trovare un mercato adeguato sia per la scarsa liberalizzazione del commercio mondiale sia per la debolezza del potere d’acquisto delle popolazioni uscite dalla guerra.
Allo stato di sovrapproduzione si aggiunge in America il boom della finanza, con il fiorire delle speculazioni di borsa, non ostacolate dalle politiche governative, improntate a uno stretto liberismo economico.

Le conseguenze
Gli effetti furono catastrofici: caduta della produzione industriale e crollo del commercio mondiale, aggravamento della crisi agricola, aumento geometrico della disoccupazione e forte diminuzione dei salari.
La crisi finanziaria si trasformò in crisi economica e questa in vera e propria depressione.
Il decennio 1929-1939 mutò profondamente le strutture delle società occidentali, dagli Stati Uniti all’Europa.
Due esempi: negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione nelle industrie passò dal 5% nel 1929 al 38% nel 1933, mentre in Germania raggiunse il 50% e fu uno dei fattori che portò nel 1933 il nazismo al potere.
In ambito internazionale la crisi provocò un vero e proprio crollo del commercio. Si toccò il fondo nel 1932, con un calo delle esportazioni mondiali del 72% in valore e di circa il 60 in volume.

La depressione
La depressione degli anni Trenta ebbe forti e drammatiche ripercussioni sulla struttura della società impoverendo praticamente tutte le classi sociali e aggravando molto le diseguaglianze tra i cittadini.
I proprietari di grandi capitali subirono grosse perdite dal crollo in borsa del valore delle loro azioni, ma dopo due o tre anni il sistema riprese vigore pur a prezzo della chiusura di molte piccole e medie imprese.
Fu quest’ultima la principale causa dell’improvviso peggioramento delle condizioni di vita della classe media, comprendente artigiani, piccoli commercianti, piccoli e medi industriali, che da imprenditori autonomi diventarono spesso lavoratori dipendenti o restarono addirittura senza lavoro.
Anche la situazione dei liberi professionisti peggiorò con la diminuzione della clientela; la reazione corporativa delle associazioni di notai, farmacisti, avvocati ecc. rese peraltro difficilissimo ai giovani l’accesso alle professioni liberali.
In agricoltura la situazione diventò grave a causa del crollo dei prezzi, che rese la vita impossibile ai contadini poveri, privi sia della capacità finanziaria sufficiente ad acquistare i beni strumentali necessari ad accrescere la produzione, sia della forza contrattuale e organizzativa per commercializzare il loro prodotti su un mercato più vasto di quello interno.
Ma la condizione di gran lunga peggiore, ai limiti della sopravvivenza, fu quella degli operai delle industrie e dei braccianti agricoli. Il crollo del potere d’acquisto dei salari unito alla disoccupazione di massa mise la classe operaia nella completa impossibilità di contrattare con gli industriali salari e condizioni di lavoro, riducendoli spesso alla mendicità.

La reazione
Mentre in Europa, tranne Inghilterra e Francia, la crisi fu il fattore principale dell’avvento al potere di regimi autoritari e fascisti, a partire dall’Italia e dalla Germania, negli Stati Uniti la reazione positiva alla crisi è simboleggiata nella memoria storica dal New Deal del presidente degli U.S.A. Franklin D. Roosevelt che governò dal 1933 al 1945. É del giugno 1933 il National Recovery Act che introdusse nuove regole sulla produzione e sui prezzi industriali nonché una nuova normativa a tutela del lavoro.
Nella sostanza, dagli anni Trenta in avanti, la politica dei governi, di destra o di sinistra, fascisti o democratici, fu improntata all’intervento massiccio dello Stato in economia, capovolgendo la politica fino ad allora condotta, improntata a un liberismo puro fondato sulla convinzione che le leggi del mercato avrebbero da sole, di per sé, regolato e risolto le crisi economiche.

* Fa parte della segreteria nazionale di Clio ’92, Associazione di insegnanti e ricercatori sulla didattica della storia. Ha insegnato Storia e ricoperto il ruolo di dirigente scolastico nella scuola secondaria di II grado. Recentemente ha curato, assieme a Carla Santini, il volume Capire il Novecento, FrancoAngeli editore, Milano, 2008. Svolge attività di formazione, ricerca e aggiornamento sulla didattica della storia.

Pubblicato il 29/04/2010

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