Movimenti e sindacati in Italia

di Roberto Bianchi*

"Biennio rosso": con questa espressione si è soliti indicare quella fase della storia d’Italia che fra il 1919 e il 1920 fu caratterizzata da uno straordinario susseguirsi di varie ondate di lotte operaie e contadine, tumulti urbani e rurali, conflitti sociali, movimenti sindacali e proteste politiche: un insieme di processi diversi e talvolta contrastanti, non coordinati tra loro e differenziati geograficamente.

Il Consiglio di Fabbrica nell'ufficio di Agnelli nel settembre 1920. Immagine tratta dal sito www.mymilitaria.it





















Un biennio multicolore
Sui significati e le interpretazioni di questo snodo storico molti studiosi hanno discusso appassionatamente, anche perché segnò il crollo del sistema liberale, la nascita e lo sviluppo di partiti e organizzazioni che avrebbero svolto ruoli importanti nella vita del Paese. Basti ricordare la crescita del Partito socialista e della Cgl, la fondazione dei Fasci di combattimento, del Partito popolare e del Partito comunista, in un contesto segnato dal “risveglio dei contadini” e dall’irruzione dei movimenti dei reduci, da una ridefinizione dei rapporti di genere e da un conflitto tra generazioni che avevano in vario modo vissuto la guerra: combattendo nelle trincee o diventando adulti nelle città lontano dal fronte.
Il 1919-1920, più che solo “rosso”, fu un biennio multiforme e multicolore, più segnato dal rosso dei socialisti e dei principali sindacati, ma tinteggiato anche dal bianco delle leghe contadine legate al Ppi, dal nero dei Fasci, dal rossonero degli anarchici e dai diversi colori delle associazioni di reduci, delle milizie che seguirono D’Annunzio a Fiume o di quelle fedeli alla Corona, dei gruppi che prepararono attentati contro Nitti, degli organismi di donne che quasi riuscirono a ottenere l’introduzione del suffragio universale. Un biennio che continuiamo a chiamare “rosso” pur conoscendo i limiti di una definizione che può generare fraintendimenti, appiattisce e tende a sottovalutare la complessità dei conflitti che segnarono un dopoguerra tanto grande e lacerante quanto grande e brutale era stata la guerra.
Ripensare a quegli anni significa interrogarsi su un periodo caratterizzato da slanci ideali e dall’apparizione di nuove solidarietà, dalla diffusione di grandi speranze e grandi paure, dal fallimento di ipotesi riformiste e socialiste rivoluzionarie in Italia, dalla scesa nell’arena politica di ampie masse di popolazione, con la comparsa di nuove forme di lotta e di organizzazione della società civile, con la diffusione di aspirazioni rivoluzionarie che la Russia bolscevica contribuiva a far apparire come di possibile – e, per alcuni, auspicabile – realizzazione.

Per le otto ore, per il lavoro
La fine della guerra, la disordinata smobilitazione industriale e il ritorno a una liberalizzazione dei prezzi con lo smantellamento della “nuova economia morale” costruita durante il conflitto per contenere le proteste, insieme al ritorno dei reduci dal fronte e alla disoccupazione, coincisero con l’avvio di rivendicazioni sindacali e una crescita di consensi verso i sindacati e il Partito socialista, che ora poteva rivendicare la propria non adesione a una guerra che, nonostante la vittoria, non aveva portato i frutti promessi. La terra non era stata concessa ai contadini, pur vittoriosi al fronte, e i prezzi continuavano a crescere.
Richieste di aumenti salariali e rivendicazioni per la giornata lavorativa di otto ore accompagnarono scioperi che vedevano protagonisti nuovi settori sociali accanto alle tradizionali categorie più sindacalizzate. Furono spesso gli “avventizi”, giovani uomini e donne già mobilitati nell’industria bellica e ora espulsi dal lavoro, a trascinare gli operai più anziani. Ma le lotte nelle fabbriche erano solo la punta di un’ondata di mobilitazioni scandita da lotte contadine, tumulti annonari, occupazioni delle fabbriche, e compresa fra l’armistizio e le elezioni amministrative del 1920, cui fece seguito l’ascesa dello squadrismo.

1919: pace, pane, terra
L’intreccio di mobilitazioni del 1919 ruotò intorno a tre grandi temi: il mantenimento della promessa di distribuzione della terra ai contadini, con invasioni di latifondi, scioperi dei braccianti, rivendicazioni per la revisione dei contratti di mezzadria; il prezzo del pane, il controllo dei mercati e delle politiche commerciali, con i moti contro il caroviveri che attraversarono tumultuosamente tutto il Paese; la questione della pace e della fine di ogni ambizione espansionista del Paese, con lo sciopero internazionale contro le spedizioni militari ai danni della Russia sovietica e dell’Ungheria consiliare.
Le mobilitazioni dell’anno di Nitti – talvolta preparate, e in altre occasioni seguite a ruota dalla Cgl e altri sindacati – portarono a successi parziali, come il Decreto Visocchi, il ripristino di controlli sui prezzi e una riorganizzazione dei mercati urbani, il ritiro delle truppe dalla Russia, in un’annata chiusa dal successo dei socialisti e dei popolari alle elezioni politiche.

1920: dalle fabbriche ai Comuni
Il 1920 fu l’anno di nuove mobilitazioni contadine e di lotte operaie considerate epocali, di un grande sviluppo del movimento cooperativo, associativo e sindacale, di un pionieristico tentativo di rinnovamento delle amministrazioni comunali e del loro rapporto con la cittadinanza. Fu segnato da lotte e mobilitazioni altrettanto diffuse, ma più violente e disperate di quelle dell’anno precedente. La reazione degli agrari spinse a nuove agitazioni, quasi sempre volte a far rispettare le conquiste sindacali e morali già ottenute. Motivi parzialmente simili portarono all’occupazione delle fabbriche, un episodio chiuso dall’abile mediazione di Giolitti che segnò la fine della stagione di lotte.
Le elezioni amministrative dell’autunno, con la conquista di molti Municipi e Provincie da parte di socialisti o popolari, sembrarono tradurre sul piano istituzionale le domande di rinnovamento emerse con la fine della guerra. Ma, sotto l’incalzare dell’offensiva fascista, i nuovi Comuni non ebbero tempo per mettersi alla prova.


*Ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Firenze, è autore di diverse pubblicazioni, tra cui Pace, pane, terra. Il 1919 in Italia, Roma, Odradek, 2006.


Pubblicato il 30/03/2010

 

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