L’Italia e il "biennio rosso"

Immagine tratta dal sito www.ungra.it

di Antonio Fanella*

La vittoria ottenuta dall’Italia nel primo conflitto mondiale, anziché produrre un clima di ottimismo e di fiducia, vede il Paese cadere in una spirale negativa provocata da irrisolti problemi politici, dall’inadeguatezza delle forze liberali, dell’opposizione socialista e dalla drammatica congiuntura economica. Ciò impedisce il verificarsi di una piena integrazione delle classi popolari nel giovane Stato italiano, aprendo la strada all’esperienza fascista e al suo programma di integrazione subalterna delle stesse.

Dalla vittoria alla crisi politico-sociale
Nel 1919 l’Italia con il cosiddetto "biennio rosso" entra in una prolungata fase di instabilità politica e sociale che in alcuni momenti sembra preludere a un esito rivoluzionario. La crisi economica e l’inflazione da essa provocata, la disoccupazione prodotta dalla smobilitazione, le irrisolte questioni relative ai trattati di pace e in particolare ai confini orientali, il lascito psicologico e culturale di quattro anni di guerra creano un coacervo di problemi a cui la classe dirigente liberale non riesce a dare risposte adeguate. Un indizio che la crisi è di "sistema" è dato dal fatto che né Orlando, il cui governo cade il 19 giugno 1919, né Nitti, al potere fino al 9 giugno 1920, né il redivivo Giolitti riescono a venire a capo della situazione che anzi, anche dopo la fine del "biennio rosso", vede la crisi dello Stato liberale aggravarsi fino alla "marcia su Roma" dell’ottobre 1922 e alla nascita del primo governo Mussolini. Tra la primavera e l’autunno 1919 ad agitare le piazze sembrano essere i problemi emersi dalla conferenza di pace di Parigi e in particolare quello delle frontiere orientali e di Fiume, ma a essi man mano si affiancano e poi si sostituiscono i disordini prodotti dal sempre più duro scontro politico-sociale tra le masse operaie e contadine che si riconoscono nelle organizzazioni socialiste, un padronato sempre più duro e determinato nel difendere i propri interessi ed una piccola borghesia che dopo essersi focalizzata sulla ‘vittoria mutilata’ e su "Fiume italiana" entra sempre più in rotta di collisione con le organizzazioni operaie e contadine. La gravità percepita della crisi dipese anche dal progressivo intensificarsi dei disordini nelle piazze a partire dal primo semestre del 1919 fino al duro scontro nelle campagne emiliane tra la Federterra e gli agrari (primavera-estate 1920) e all’occupazione delle fabbriche dell’agosto-settembre 1920. L’insieme degli eventi contribuì a generare l’idea, desiderata da alcuni, temuta da altri, di una rivoluzione sociale ormai alle porte.

La "democrazia incompiuta" di Giolitti e la fragilità del sistema liberale
Gli eventi del 1919-20 si verificano in una delicata fase della storia italiana, nella quale le conseguenze dei precedenti tentativi giolittiani di allargamento del consenso e di integrazione dei ceti popolari si incrociano con quelle prodotte nell'economia e nelle mentalità da quattro anni di guerra.
L’allargamento del suffragio voluto da Giolitti (1912), il tentativo, solo in parte riuscito, di integrare cattolici e socialisti nello stato liberale, si scontrano con la profonda frattura provocata dall’intervento in guerra che divide la società italiana in due blocchi contrapposti anche oltre la fine del conflitto. La crescita dei partiti di massa, già evidenziatasi nelle elezioni del 1913, logico prodotto della riforma elettorale, diffonde tra i lavoratori aspettative di redistribuzione delle terre, di aumenti salariali, di riduzione degli orari di lavoro. Una politica in grado di soddisfare almeno in parte tali aspettative avrebbe dovuto fondarsi, oltre che su una classe dirigente lungimirante e dalla volontà riformatrice, su un solido blocco politico-sociale liberale in grado di dialogare con una sinistra in grado di mettere il proprio peso politico e sindacale al servizio di una coerente strategia di condivisione/conquista del potere. Ma nel 1919 ambedue i requisiti risultano assenti. Le elezioni politiche del 1919, svoltesi con il sistema proporzionale, ebbero un esito apparentemente incoraggiante per chi intendeva uscire dalla crisi post-bellica ricercando nuovi equilibri politici. I socialisti ottennero 156 seggi su 508, i popolari 100, l’insieme dei liberali, dei riformisti, dei radicali che nelle elezioni del 1913 avevano collezionato 427 seggi, ne ottenne non più di 252. Ma l’ipotesi di ingresso nel governo venne rigettata dalla maggioranza del Partito socialista , in accordo con le deliberazioni prese nel Congresso di Bologna (ottobre 1919), fondate sulla certezza che la transizione alla rivoluzione fosse ormai avviata. L’esecutivo formato da Nitti si trovò quindi a dipendere dall’incerto e intermittente appoggio dei popolari, a fare i conti con la freddezza se non l’ostilità dei socialisti e l’avversione dei nazionalisti, ferocemente contrari alla sua politica estera "rinunciataria", solo temporaneamente indeboliti dai pessimi risultati delle elezioni.

Crisi economica e scontro sociale
Sullo sfondo del mancato incontro tra partiti popolari e forze liberal-borghesi c’era la drammaticità della situazione economica. Durante la guerra il sistema economico italiano se da un lato aveva gradualmente perduto i suoi tradizionali mercati di esportazione, dall’altro aveva potuto contare su ingenti finanziamenti da parte degli alleati e su regolari approvvigionamenti di risorse di vitale importanza per l’economia italiana, come per esempio il carbone. Con la fine del conflitto e con il rapido deterioramento della posizione politico-diplomatica italiana nei confronti degli alleati, sovvenzioni e forniture cessarono progressivamente, lasciando allo stato, già oberato da un altissimo debito pubblico (23.345 milioni nel 1918-19), l’onere di provvedere a necessità vitali per l’economia del Paese. Se prima della guerra l’Italia importava 900.000 tonnellate di carbone al mese, la media dei primi cinque mesi del 1919 fu di 484.000 tonnellate, la conseguenza fu un generale ridimensionamento della circolazione ferroviaria nel Paese. Anche in campo alimentare si dovette fare fronte a un improvviso calo della disponibilità di grano e delle altre derrate; ciò contribuì ad alimentare una forte fiammata inflazionistica, con la lira che passò dalla quota di 1/20 con la sterlina a 1/36 (maggio 1919), a 1/50 (gennaio 1920).

Il doppio fallimento del 1920
L’ondata di occupazione delle fabbriche dell’agosto-settembre 1920 segnò al contempo l’apogeo e il compimento del biennio rosso, disvelandone le contraddizioni. Concepite inizialmente come strumento di pressione e di lotta da parte della Cgl per spuntare migliori condizioni salariali e di lavoro, considerate dall’ala sinistra del Partito socialista come il primo grande esperimento di gestione operaia della produzione e degli impianti, vissute dal padronato come occasione di rivincita dopo le sconfitte degli anni precedenti, gestite con abilità dal redivivo Giolitti che puntò a logorare le forze operaie per poi rilanciare la sua tradizionale politica di mediazione/integrazione, esse si conclusero con il doppio fallimento sia della linea "rivoluzionaria" della maggioranza massimalista del Psi, incapace di dare uno sbocco politico a un movimento di vaste dimensioni, sia di quella "riformista" di una parte della Cgl, della "destra" socialista, dello stesso Giolitti, impossibilitati a riprendere la auspicata politica della mediazione e del dialogo a causa della crescente intransigenza del patronato. In definitiva ciò che fallì nel 1920 fu un processo di possibile redistribuzione dei redditi e del potere sociale e politico che, avviato tra mille contraddizioni nel decennio precedente, avrebbe potuto trasformare il Paese in una democrazia avanzata o quanto meno compiuta. Il fallimento di tale prospettiva aprì invece la strada al progetto di "integrazione subalterna" a opera del fascismo con il quale si cercò di portare avanti quella "nazionalizzazione delle masse" necessaria per rafforzare le basi del nuovo regime.

Bibliografia di riferimento
Angelo Tasca, Nascita ed avvento del fascismo, Firenze, La Nuova Italia, 1995.
Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi 1965.
Cristopher Seton-Watson: L’Italia dal liberalismo al fascismo, 1973, Bari, Laterza.
Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VIII, 1981, Milano, Feltrinelli.
Denis Mack Smith, Storia d’Italia 1861-1969, 1969, Bari, Laterza.
George Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, 1988, Bari, Laterza.
Axel Kuhn, Il sistema di potere fascista, 1975, Milano, Mondadori.
Valerio Castronovo, Renzo De Felice, Piero Scoppola, Storia d’Italia del XX secolo, Ist. Luce.
Fabio Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla guerra al Fascismo, 2009, Torino, UTET.





*Insegna Storia e Filosofia in un liceo romano.



Pubblicato il 30/03/2010

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