Carducci democratico vs. Carducci reazionario

Copertina de La tribuna illustrata del 17 gennaio del 1897, nel centenario della Bandiera Tricolore Italiana. Immagine tratta dal sito: www.tricolore.it

di Giuseppe Iannaccone*

Quale interesse può suscitare ancora Carducci oggi nella scuola? L'autore individua nella parabola politica del poeta un significativo percorso didattico tra storia, politica e letteratura utile non solo a rivalutare la grandezza del poeta maremmano, ma anche a comprendere alcuni nodi essenziali della storia e della mentalità italiana prima e dopo l’Unità.

Uno specchio dell’Ottocento
Anche i detrattori della figura e dell’opera di Carducci non possono disconoscere quanto esse rappresentino, forse meglio di ogni altro documento, uno specchio prezioso del gusto, della mentalità e degli orientamenti di quel ribollente periodo storico che fu la seconda metà dell’Ottocento italiano. Nessuno riempì meglio quel tempo e, senza visioni mitizzanti, pur nella percezione della lontananza psicologica che oggi ci separa da lui, una ripresa carducciana anche nella scuola è possibile, anzi auspicabile. La parabola esistenziale e ideologica del poeta offre infatti la possibilità di indagare le contraddizioni e le evoluzioni di un’intera pagina della nostra storia nazionale, visto che la tensione politica presente nei suoi versi riveste una esemplarità emblematica per una cospicua parte di quella generazione repubblicana e garibaldina. La quale, dopo la delusione per la compromissoria e moderata conclusione del processo unitario, finì per sostenere le basi monarchiche della nuova Italia, approdando spesso a posizioni di aperto conservatorismo. Il percorso di uno statista come Crispi, passato dagli accesi vessilli della libertà alle utopie nazionalistiche e colonialistiche, rappresenta, ad esempio, un buon parallelo, che suggerisco ai docenti in una utile prospettiva storico-culturale.

Dio borghese. Il mito libertario di Satana
Anche se spesso sacrificata nel sempre più esiguo spazio concesso alla sua poesia, la produzione del giovane Carducci, radicale e polemico, evidenzia una concezione della letteratura come libero dispiegarsi di energie protese al progresso del popolo e di tutta l’umanità, avvilita invece dallo squallore del tempo presente e dai lacci del più bigotto e liberticida moralismo. La sua adesione al repubblicanesimo giacobino trova la testimonianza più celebre nell’Inno a Satana. È un’ode antologizzata in gran parte dei manuali scolastici oggi adottati e può rappresentare un significativo riferimento per comprendere le suggestioni e i risentimenti che infiammavano il braciere ideologico del primo Carducci. “Salute, o Satana, / o ribellione, / o forza vindice / de la ragione!”: Satana viene identificato con il progresso e le più elementari e viscerali istanze della rivolta: la tradizione, esaltata sia nella forma (l’ode ha una struttura classicheggiante) che nei contenuti (il paganesimo contro il cristianesimo), non è però utilizzata come sterile e nostalgica apologia di un passato sepolto, ma come veicolo di un nuovo, moderno e popolare realismo. L’uomo può finalmente liberarsi da ogni vincolo e pregiudizio e proclamare la libertà e la laicità del proprio pensiero muovendosi verso il sol dell’avvenire: un futuro simbolicamente incarnato, com’è noto, dall’immagine del treno “bello e orribile / mostro”.
Certo, impossibile che uno studente di oggi non trovi bizzarre le immagini anticlericali dell’inno: “Via l’aspersorio, / prete, e il tuo metro!” e al contempo indigesti gli aulicismi e i riferimenti eruditi di cui la poesia è infarcita. Lo stesso poeta, approdato alla maturità e a concezioni ideali e politiche di segno opposto, avrebbe più tardi definito una “chitarronata” la poesia recitata con scapigliato compiacimento ai suoi sodali “Amici pedanti” dopo ricche bevute in osteria. E va inoltre notato, come una eloquente contraddizione di tutto il testo ma anche della missione politica di chi l’ha scritto, lo stridente connubio di immagini popolari e linguaggio classicheggiante (che fece dire, non senza ragione, a un lettore mazziniano che quell’inno, a dispetto delle intenzioni, si rivelava almeno nella forma – il che non è poco – autenticamente “antidemocratico”). E tuttavia, l’esaltazione del progresso e la ribellione a ogni forma dogmatica o dispotica che limitasse l’arbitrio individuale hanno un valore documentario innegabile, in una fase storica dominata da un montante reazionarismo: nel 1864, la Chiesa – lo si ricordi – aveva abbracciato le posizioni più antimoderne con il Sillabo di Pio IX. Il motivo della locomotiva, assurta a simbolo della ragione e della forza, è poi tema tipicamente positivista, i cui risvolti possono ben essere recepiti pure dagli studenti di oggi.

La militanza sconfitta
Quelle del giovane Carducci, schieratosi a battaglia contro l’oscurantismo e strenuo difensore dei diritti del popolo, non erano posizioni isolate; al contrario, al clericalismo benpensante si opposero in anni di grande fervore politico e intellettuale legioni intere di laici e democratici, spesso intrisi di polemico paganesimo e votati come il battagliero poeta maremmano a celebrare il mito liberatore del progresso e della rivoluzione. L’impegno politico di Carducci, d’altronde, si era già esteso ben oltre la militanza poetica: le sue originarie idee repubblicane, ereditate dal padre (implicato, nel 1831, nei moti carbonari), erano state accolte con diffidenza dal governo granducale, che lo aveva sospeso dall’insegnamento ginnasiale nel 1858 e così anche dieci anni dopo, quando le sue prese di posizione giacobine e i legami coi circoli massonici furono il pretesto per la sospensione di due mesi dal ruolo di professore presso l’Università di Bologna.
Al pari di molti altri, Carducci sostenne il Risorgimento aderendo alle più accese e intransigenti idealità garibaldine, conoscendo poi una dolorosa delusione per gli esiti a cui approdò il processo unitario, sempre più lontano dagli iniziali orizzonti laici e libertari e avviato ormai a quel compromesso monarchico e moderato di cui fu interprete il governo della Destra storica. Questo disinganno è visibile soprattutto nel secondo libro dei Levia gravia, dove con risentita virulenza il poeta espresse la propria amarezza per il tradimento di quei valori, attinti dalla grande epopea della Rivoluzione francese, a cui avrebbe voluto ispirata anche la politica del nuovo Stato. In Dopo Aspromonte veniva celebrato il valore di Garibaldi, fermato dall’esercito regio nella sua marcia verso Roma, eroe di un’italianità vilipesa dalle nuove e meschine classi dirigenti (“Chi vinse te? Deh cessino / i vanti disonesti / te vinsero l’amor di patria / e nel cader vincesti”), piegatesi alla monarchia, che dopo aver ammainato la bandiera del coraggio e della libertà, ora troneggiava maneggiona e spregiudicata calpestando i diritti del popolo.

Una rivoluzione internazionale

Che cosa rimane di questi versi oggi che quella esperienza storica pare cancellata nell’immaginario collettivo e marginalizzata anche nell’insegnamento scolastico? Si può certo eccepire sulla modernità di quella poesia, ancorata a schemi e forme inattuali. Tuttavia, il suo valore storico resta imprescindibile. L’Italia di Cavour crescerà diversa, diversissima da quella auspicata dalla sinistra democratica che Carducci rappresenta nella cultura così come Garibaldi l’aveva incarnata negli umori, nelle aspettative e nell’azione. D’altra parte, l’analisi storica carducciana non si limita solo agli orizzonti nazionali, spaziando in tutto il panorama del suo tempo, come documentano i versi di Per la spedizione del Messico o di Per la rivoluzione di Grecia, nei quali la crudele alleanza reazionaria tra la Francia “ancella di ogni reo potere”, la “Spagna feroce” e l’ “Anglia mercantesca” sembra avere lo scopo di negare l’uguaglianza dei diritti ai popoli, sottomessi da un solo potere oppressivo, che sia quello degli Zar, degli Asburgo o degli altri signori d’Europa. E né da trascurare, in questo percorso carducciano, è la questione sociale, che in lui conobbe una lettura passionale, radicata alle speranze e alle energie delle rivoluzioni del 1830 e del 1848. Versi come quelli de Nel vigesimo anniversario dell’VIII agosto MDCCCXLVIII o de Per il LXXVIII anniversario della proclamazione della Repubblica Francese possono sembrare celebrativi o retorici (“carducciani”, direbbero i detrattori a oltranza), ma leggerli, almeno nei passaggi più eloquenti, consente, come ha scritto Raffale Sirri, “di ricostruire preistoria e storia di un orientamento politico-culturale” che non sarà secondario nel divario tra il paese reale e quello legale all’indomani dell’Unità. L’interpretazione risorgimentale data da Carducci si collega infatti a un orizzonte più ampio, che pur non immune da populismi, è figlio sia della lettura di scrittori, poeti e storici repubblicani e democratici come il Victor Hugo de I Miserabili, Heine e Michelet, sia di quella infatuazione socialista a cui furono sensibili ampi settori dell’opinione pubblica del tempo.

Carducci difensore dei poveri

Significativa fu poi la risposta del futuro premio Nobel al problema dell’ineguaglianza delle classi sociali, nel quale si riversano impostazioni materialistiche spesso trascurate o addirittura omesse nella descrizione di una personalità che molti manuali indicano come polverosa e attardata. Vale la pena dilungarsi un po’ sulla questione e citare come emblema di questo indirizzo ideologico una lettera che il poeta inviò all’amico Giuseppe Chiarini, nel 1868: “La civiltà de’ borghesi dice di aver assicurato la eguaglianza a tutti, perché tutti, anche lo spazzino, lavorando, studiando, ecc., possono venire a’ più alti gradi, esemplari: e cita non so che esempi. […] La civiltà borghese dice alla plebe: Bada, io sto quassù su questo monte: tu se’ padrona di venirci quando vuoi: io non manderò i miei valletti a respingerti a bastonate o a sassate. Non hai le gambe? Vieni: se no la colpa è tua, che sei poltrona. Lasciamo che all’occasione manda altro che valletti, anzi marcia ella stessa, a respingere la plebe se dà retta a quelle voci. Ma la plebe ha poi la catena e la palla del galeotto al piede, onde non si può muovere: è ancora attaccata alla gleba, com’era essa borghesia al tempo del feudalesimo. La eguaglianza (se volete, concediamolo) sarà sancita: ma ai più mancano i mezzi per essere uguali ai pochi. Ecco il bisogno d’una ripartizione dei mezzi per assicurare a tutti la libertà e l’uguaglianza; mezzi che sono tutti materiali”.
La speranza di Carducci fu che “la rivoluzione [che] mugge nell’aere, vasta, densa, terribile”, scoppiando su tutta l’Europa, travolgesse assetti politici e gerarchie sociali: a quest’attesa egli legò una parte cospicua della propria produzione. E lo fece – specie nei Giambi ed epodi – con un’aggressività e sincerità ideale che nella loro incandescenza, appaiono inusuali per la nostra spesso paludata e anodina letteratura. Impossibile non ricordare il j’accuse infervorato presente in Per Eduardo Corazzini, l’eroe ferito a Mentana, rivolto alla Francia, traditrice degli ideali rivoluzionari, diventata “masnadiera papale” e, nella stessa poesia, l’anatema lanciato al successore di Pietro: “Te […] io scomunico, o prete Te pontefice fosco del mistero vate di lutti e d'ire io sacerdote de l'augusto vero, vate dell'avvenire” (vv. 166-172).

La conversione: l’amore al posto dell’odio
Al docente non manca insomma (tanti altri possono essere gli esempi attinti dai versi di Carducci) la possibilità di muoversi in questo gran campionario di livori e invettive, sia contro la tirannide papale sia contro la vile e corrotta Italietta immemore del suo glorioso passato. Come lui, garibaldini, anticlericali e democratici assisteranno anno dopo anno al tramonto delle loro rivendicazioni e la febbrile epopea risorgimentale parve ai loro occhi disincantati uno stanco e grigio ménage scandito dai trasformismi e dalle corruzioni parlamentari. La Sinistra, giunta al potere nel 1876, si rivelò infatti incapace di dare corpo a quelle speranze e finì anzi per alimentare, oltre che la disillusione, il fascino di una politica autoritaria, magari ispirata a uomini forti che agitassero col nazionalismo un valido e suggestivo specchietto per le allodole. Carducci si convinse che, per dare unità e prestigio a un paese debole e diviso come il nostro, non fosse più tempo di dirigere le vecchie fanfare garibaldine e socialiste. Occorreva invece riporre astiosità e polemiche e, superata la questione romana, riconciliarsi con la monarchia e con il papa. Nel 1880 avrebbe scritto addirittura un’ode dedicata Alla regina d’Italia, ma già negli anni precedenti la sua conversione, al pari di quella di molti altri democratici e massoni, sembrò ai coerenti duri e puri della rivoluzione un’indegna e spettacolare manifestazione di trasformismo.
Il suo patriottismo prese via via le tinte del nazionalismo e il sostegno alla politica autoritaria e coloniale di Crispi divenne quasi naturale. La “plebe contadina e cafona muore di fame, o imbestia di pellagra e di superstizione o emigra. […] Oh mandatela almeno a morire di gloria contro i cannoni dell’Austria e della Francia o del diavolo che vi porti”, scriverà nel 1882. E anche il suo leggendario anticristianesimo, pur se mai sconfessato da una conversione pubblica, si annacquò sull’altare della realpolitik. Così, l’ex mangiapreti poteva scrivere nel 1878 in versi celebri “Oggi co’l papa mi concilierei”, invitando il prima detestato Pio IX a bere insieme a lui un bicchiere alla salute della libertà (“Vieni: a la libertà brindisi io faccio: / cittadino Mastai, bevi un bicchier”). Era la chiusa del Canto dell’amore. Dall’altra parte, sulle barricate della poesia e dell’impegno civile, uno scapigliato ancora animato dal sacro furore della rivoluzione, Ferdinando Fontana, rispose all’apostata del giacobinismo, trasformatosi nell’auspice della fine dei conflitti sociali, scrivendo in poche ore una poesia di tutt’altro tenore. Si intitolava – è tutto dire – Canto dell’odio.

*Docente di italiano e latino presso il Liceo “Federigo Enriques” di Roma e docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Roma Tre.

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