Il sistema elettorale: politica e rappresentanza

Torino 18 Febbraio 1861 Apertura del Primo Parlamento italiano - Dipinto di T. van Elven. Immagine tratta dal sito http://annalanzetta.blogspot.com

di Giulia Pezzella*

Il 18 febbraio 1861 Vittorio Emanuele II inaugurava i lavori del primo Parlamento italiano che il 17 marzo dichiarò la nascita del Regno d’Italia; il nuovo Stato ereditava dal Piemonte la forma istituzionale, la monarchia parlamentare, e lo Statuto Albertino che prevedeva una camera di nomina regia (il Senato) e una elettiva. Ancora prima della costituzione ufficiale del nuovo Regno, dunque, i cittadini furono chiamati a eleggere i loro rappresentanti alla Camera dei deputati.
Indubbiamente l’elemento più interessante delle leggi elettorali del Regno d’Italia, che determina ricadute importanti sui risultati, è, più del sistema, il reclutamento del corpo elettorale, un tema del resto centrale nel dibattito politico dell’epoca. Dopo il 1946, con l’estensione del diritto di voto ai cittadini maggiorenni di entrambi i sessi, il sistema elettorale divenne il protagonista dei cambiamenti legislativi.
L’elemento di continuità, dunque, nell’arco dei 150 anni di storia unitaria è stata l’elezione dei deputati e quindi l’attenzione si concentrerà su questa parte della normativa elettorale.

Le leggi elettorali politiche
Nel 1861, dunque, vennero fatte le prime elezioni per la Camera dei deputati seguendo le indicazioni della legge elettorale piemontese entrata in vigore due anni prima. Nei 443 collegi furono nominati altrettanti deputati con il sistema maggioritario a doppio turno da elettori selezionati sia per censo che per capacità, per un totale corrispondente a circa il 2% della popolazione.
Nel 1882 venne approvata una nuova legge che abbassò l’età degli elettori (da 25 a 21 anni), abbassò la soglia di reddito (da circa 40 lire a poco più di 19) e soprattutto stabilì che chi avesse frequentato i primi due anni della scuola elementare, indipendentemente dal censo, avrebbe avuto il diritto di voto. Si sperimentò il sistema del collegio multiplo con liste bloccate, che generò alleanze poco stabili e per questo nel 1891 si tornò al collegio uninominale.
I lunghi dibattiti sul suffragio universale, ma soprattutto la situazione politica, portò alla legge approvata nel 1912 che riconosceva il diritto di voto a tutti i cittadini maschi maggiori di 30 anni, oppure a quelli che, maggiori di 21, avessero un reddito di almeno 19,20 lire, oppure svolto il servizio militare o, ancora, avessero conseguito la licenza elementare.

Riflessioni preliminari
Affrontando il tema delle leggi elettorali, è bene puntualizzarne un aspetto banale ma non ininfluente nell’analisi della loro evoluzione.
Dal punto di vista politico le leggi elettorali rientravano (e dovrebbero rientrare) tra quelle “leggi-quadro” per le quali era considerata importante la condivisione tra maggioranza e opposizione dell’impostazione di base, cosa che spesso generava soluzioni di mediazione, ovvero norme destinate ad “accompagnare” eletti ed elettori verso un cambiamento più radicale; certo è che, naturalmente, i parlamentari (in generale) hanno cercato di approvare riforme che garantissero il più possibile la loro riconferma a Montecitorio…
Fermo restando questo presupposto, le leggi elettorali hanno influenzato la vita politica del paese; in particolare ogni cambiamento (di reclutamento dell’elettorato prima, del sistema elettorale poi) ha avuto dei riflessi significativi sul “modo” di fare politica e sul rapporto tra eletti ed elettori.

Più ricchi che colti
Con l’applicazione delle regole previste nella legge elettorale con cui si votò la prima Camera dei deputati del Regno d’Italia (il testo della legge del 20 novembre 1859 è consultabile alla pagina http://www.dircost.unito.it/root_subalp/docs/1859/1859-3778.htm) aveva diritto di voto il 2% della popolazione. Il primo criterio di selezione del corpo elettorale previsto dalla legge era quello relativo al censo (per votare bisognava pagare almeno 40 lire l’anno di imposte dirette), ed era quello che aveva la maggior parte di “iscritti”. Il secondo, invece, faceva riferimento alla cultura: avevano diritto di voto i professori delle università e delle accademie di belle arti, gli insegnanti delle scuole secondarie, normali e magistrali “approvati”; i procuratori di tribunali e corti di appello, i notai, i geometri, i farmacisti e i veterinari; funzionari civili e militari; rappresentanti delle accademie ma anche delle camere di commercio; tutti i laureati e anche alcuni decorati. Infine, si poteva avere diritto di voto per “censo presunto” (come i commercianti in rapporto al valore dei locali in cui svolgevano la loro attività o i direttori di opifici o stabilimenti industriali con almeno 30 operai).

Qualche considerazione sul censo
Qualche numero può essere di aiuto: nelle liste elettorali del 1878 il 79,2% degli elettori del Regno era iscritto nelle liste per censo, il 2,5% per censo presunto e il 18,3% per capacità. Gli aventi diritto per motivi economici, dunque, erano decisamente la maggioranza; nell’immaginario collettivo dell’epoca la ricchezza (quella data dalla proprietà), comunque, “valeva” più della cultura e viene il dubbio, quindi, che quelli in possesso dei due requisiti preferissero il primo al secondo. Comunque è interessante la presenza, nel corpo elettorale, del mondo culturale di alto livello e dei funzionari pubblici, di quelli che – secondo la legge – erano “ammessi all’elettorato indipendentemente da ogni censo” (art. 3). È importante sottolineare che il “saper leggere e scrivere” era considerato un prerequisito (che non veniva verificato) e far notare che nel testo non si fa riferimento ai sessi: non ce n’era bisogno...!
Anche per accedere alla carica di deputato erano previste notevoli restrizioni, ma la norma più selettiva era quella indicata nell’art. 50 dello Statuto Albertino: “Le funzioni di Senatore e Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione od indennità”. Se da una parte questa norma può essere letta in chiave squisitamente classista, dall’altra è molto interessante tener conto – soprattutto nel ragionamento complessivo – della motivazione teorica: l’indipendenza economica dalla politica, si pensava, avrebbe garantito (o quanto meno favorito) l’assenza di corruzione.

La legge del 1882
Iniziano gli anni Ottanta dell’Ottocento. In quel periodo fu approvata una legge particolarmente interessante. Era il 1882 quando il testo elaborato da Zanardelli venne finalmente approvato: se nella legge precedente il principio fondamentale su cui veniva selezionato il corpo elettorale era il censo (peraltro molto alto), la riforma riconosceva un ruolo prioritario alla “capacità”, la competenza necessaria per seguire e comprendere il dibattito politico e quindi fondamentale per scegliere il proprio rappresentante. L’elemento più innovativo era collegare la legge elettorale a quella sull’istruzione elementare obbligatoria: l’evoluzione numerica dell’elettorato sarebbe stata, secondo la nuova legge, direttamente proporzionale all’aumento della popolazione alfabetizzata. Per evitare il suffragio universale, considerato “pericoloso” perché avrebbe aperto le porte, per esempio, alla grande quantità di contadini analfabeti (potenziale bacino di riferimento del mondo conservatore e clericale), il meccanismo studiato prevedeva la crescita esponenziale del corpo elettorale. Di obbligo scolastico si parlava già nella legge Casati (1859), ma la riforma Coppino (1876) ne aveva rafforzato il concetto, prevedendo delle sanzioni per la mancata frequenza; però forse l’aspetto più interessante, ai fini dell’analisi della legge elettorale Zanardelli, è l’introduzione dell’insegnamento dei doveri del cittadino nel corso del primo biennio.
I dati, invece, registrarono altro. Tenendo presente che il testo legislativo prevedeva, per i primi anni, la validità di una specie di “autocertificazione” sostitutiva del titolo di istruzione obbligatoria e che la soglia del censo fu dimezzata, l’elettorato passò dal 2% circa del primo ventennio unitario al 6,9%, dato che nell’arco di circa trenta anni non superò mai il 9,4%.
All’interno di questo dato il rapporto tra censo e capacità risultò invertito: nelle liste elettorali del 1882 il 34,7% degli iscritti aveva diritto di voto perché pagava almeno 19,80 lire di imposte dirette, mentre il 65,3% per “titoli”. Interessante notare che tra le “categorie culturali” aggiunte a quelle già previste, a fianco a quanti avevano “compiuto” la seconda elementare furono aggiunti coloro i quali avevano prestato servizio militare per almeno due anni frequentando con profitto la scuola reggimentale.

La legge del 1912
Trenta anni dopo la Camera votò una nuova legge elettorale. Il paese intanto era cambiato, come era cambiato il contesto internazionale. La legge del 1912 aprì le liste elettorali a tutti i maschi maggiori di 30 anni, oppure a quelli maggiori di 21 che rispondessero a uno dei requisiti previsti. Tra questi compare ancora il censo, ma soprattutto il servizio militare (che era obbligatorio), come dire che l’aver fatto il militare fosse un acceleratore di maturità, cosa ancor più evidente nella riforma successiva del 1919. Infatti, stabilito il suffragio universale maschile per i maggiori di 21 anni, nel 1919 si riconobbe il diritto di voto anche ai ragazzi che, pur non avendo ancora l’età stabilita per il voto, avevano partecipato alla Prima guerra mondiale: se avevano vissuto nelle trincee erano sicuramente pronti a votare. Con il 1946 si completò il percorso che portò tutti i cittadini italiani alle urne. Già nel 1912 con l’allargamento del corpo elettorale la politica fu costretta a porsi il problema degli analfabeti: se dopo il 1882 i socialisti si erano fatti promotori delle scuole rurali per reclutare nuovi elettori, trenta anni dopo un modo di risolvere il problema fu l’uso, per esempio, dei simboli di partito sulle schede elettorali.
La storia, è noto, non si fa con i “se”, ma viene spontaneo domandarsi come sarebbe stata la nostra storia se il diritto elettorale e il dovere della cultura avessero continuato a camminare fianco a fianco…

 
 
 
* Dottore in storia dei partiti e movimenti politici, specializzata in storia elettorale, collabora con la casa editrice Leonardo International.

 
 
Pubblicato il 24/2/2011

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