Le guerre d’Indipendenza

Battaglia di Novara, 23 marzo 1849, l'esercito sardo viene duramente sconfitto. Dipinto di Giuseppe Ferrari, 1850, conservato presso il Museo nazionale del Risorgimento di Torino.  Immagine tratta dal sito: http://www.regione.piemonte.it

di Maurizio Cuccu*

Gli orizzonti delle guerre per l’Indipendenza o la giusta lotta dei popoli che aspirano alla libertà e alla giustizia.
Così considerata, la questione delle guerre d’Italia si definisce, non senza un’ombra ingombrante di retorica, come l’insieme delle operazioni militari che vennero intraprese per l’unificazione e la liberazione dallo straniero.
Come ricorda L. Villari nel suo recente Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento (Laterza, 2011), lo stesso Marx, nel marzo del ’48, scrive sulla Neue Rheinische Zeitung un indirizzo solidale – contro la soldataglia austriaca – affinché il popolo italiano sia messo nella posizione di poter pronunziare la propria volontà sovrana.
Cerchiamo, dunque, di tratteggiare i caratteri, le fasi e le anime di quel belligerare, focalizzando la nostra attenzione proprio sulla specificità (e sulla almeno apparente contraddittorietà) delle guerre della prima Italia.
È immediatamente evidente che già nello svolgimento delle vicende “militari” del processo di Indipendenza, comunque lo si giudichi, si mescolano, si confrontano – e si confondono a volte – le diverse anime del fiume risorgimentale.

Tutti insieme, o quasi: è primavera. La prima guerra
Se guardiamo ai primi eventi della “primavera d’Italia”, vediamo che la sollevazione fu di una inusitata ampiezza: da Milano alla Sicilia, alla Repubblica di San Marco, per citare solo gli estremi geografici. In queste giornate si fondono le istanze della borghesia moderata, della piccola borghesia repubblicana, dei ceti popolari, dove peraltro manca una vera e propria classe operaia.
Si mobilita così il fronte democratico, formatosi negli anni della Restaurazione, in contiguità con l’eredità giacobina, disseminata sulla penisola dall’avventura napoleonica e dalle iniziative di Buonarroti e dei movimenti legati al mazzinianesimo. Da ogni parte d’Italia giungono in Lombardia volontari per la guerra di liberazione nazionale, mentre Garibaldi, rientrato in tutta fretta dal Sud America, si mette a disposizione del governo provvisorio milanese.
Potevano restare fermi il fronte moderato, i circoli liberali e il re Carlo Alberto di Savoia?
Per calcolo dinastico (espandere l’influenza piemontese oltre il Ticino) e per calcolo politico (sottrarre ai democratici repubblicani il controllo del movimento rivoluzionario) il re dichiara guerra all’Austria, il 23 marzo del 1848. Anche i moderati, come D’Azeglio e Cavour, avevano premuto in tale direzione, per scongiurare il pericolo di vedere nascere Repubbliche ovunque, da Milano a Venezia, a Genova e forse anche a Torino.

Il federalismo giobertiano e il “papa liberale”: la caduta
In aiuto a Carlo Alberto si muovono anche truppe provenienti da diversi Stati italiani: sembra il momento magico del sogno federalista di Gioberti, che però si infrange ben presto: Carlo Alberto si impegna a fondo per imporre ai lombardi l’annessione plebiscitaria al Piemonte, mentre da Roma giunge la “scomunica” papale contro la guerra nazionale. Richiamate le truppe pontificie, vengono ritirate anche quelle di Leopoldo di Toscana e quelle di Ferdinando di Borbone, che si preparava a ritirare la costituzione.
La guerra entra così in una nuova fase: ridottasi a guerra “regia”, anche se non priva del contributo di significative forze volontarie, vede la pesante sconfitta contro gli Austriaci a Custoza, che porta all’armistizio di Salasco e al ritiro al di qua del Ticino delle truppe piemontesi. Fallimento dello schema federalista. Gli Austriaci rioccupano Milano e restaurano i vecchi principi nei ducati emiliani.

La parabola della riscossa democratica
I contemporanei avvenimenti di Parigi alimentano le speranze dei democratici, che si impongono a Firenze (triumvirato Guerrazzi, Montanelli, Mazzoni), e a Roma, con la Repubblica romana di Armellini, Mazzini e Saffi, ma gli eventi vedranno la sconfitta di Novara, l’abdicazione di Carlo Alberto in favore di Vittorio Emanuele e la caduta della Repubblica romana attaccata dalle truppe di Napoleone III.
La rivoluzione, dunque, era fallita, anche se rimaneva il contenuto della Costituzione romana del ’49: la dichiarazione dei concetti di sovranità popolare, eguaglianza, libertà e fraternità, il carattere democratico della Repubblica, la libertà religiosa.
Spente le fiamme del ’48 è tempo di bilancio: per i democratici sono mancate le masse popolari, come ebbe a evidenziare Pisacane (“l’Italia trionferà quando il contadino cangerà volontariamente la marra con il fucile”) e come sostenne anche Cattaneo, che individuava nell’insufficiente partecipazione del popolo delle città e delle campagne le ragioni della sconfitta.

Un nuovo corso: l’estate del liberalismo
Conclusasi con una sconfitta la prima battaglia, l’universo risorgimentale italiano vede rimescolarsi le carte: l’iniziativa passa nelle mani della monarchia sabauda, della classe dirigente piemontese e in generale subalpina e nelle mani del ministro Cavour. Non il popolo, come aveva sognato Mazzini, ma la politica di annessione e le alleanze variabili con le potenze europee – e il placet inglese – avrebbero segnato il destino dell’Italia.
Si persero dunque le forze democratiche?
No, esse continuarono a iniettare vigore popolare ed entusiasmo, fino alla decisiva spedizione dei Mille, che sembrò (sembrò!) segnare il sopravvento del programma democratico.

Il programma moderato: Cavour
Cavour era convinto che vi fosse su un solo modo di preservare il paese dalle convulsioni rivoluzionarie: sottrarre forza popolare ai mazziniani negatori della proprietà prendendo decisamente la strada delle riforme politiche ed economiche dietro l'esempio inglese.
Mentre il Piemonte imboccava la via del liberalismo, negli altri Stati italiani infieriva più o meno violenta la reazione.
Il realismo politico suggeriva a Cavour che non c'era altro mezzo per battere la concorrenza dei democratici e risolvere il problema italiano se non quello di inserire il Piemonte e l'Italia nel gioco diplomatico delle grandi potenze europee; problema italiano che si limitava all’alta Italia, giacché l'unificazione della penisola esorbitava dalle aspirazioni tradizionali dei Savoia e dello stesso Cavour, che accettò nel 1854 di partecipare alla guerra di Crimea. Il successo riportato e il rafforzamento delle strutture militari piemontesi garantirono al Piemonte la funzione di guida nella lotta di liberazione nazionale, in alternativa alle agitazioni di stampo mazziniano, considerate velleitarie e inefficaci.

Dagli accordi di Plombières alla Seconda Guerra: la guerra “dinastica” e il contributo “volontario”
I fitti contatti diplomatici approdarono il 20 luglio del 1858 agli accordi segreti di Plombières: Napoleone III si impegnava a entrare in guerra al fianco del Piemonte se aggredito dall’Austria; in cambio i Savoia avrebbero ceduto alla Francia i possessi iniziali di Casa Savoia. Dopo la firma del trattato, dunque, Cavour si adoperò affinché le condizioni previste si realizzassero e nel giro di pochi mesi arrivò la dichiarazione di guerra dell’Austria e le truppe francesi valicarono le Alpi. Molte furono le tappe vittoriose dell'avanzata dei franco-piemontesi, efficacemente coadiuvati dai Cacciatori delle Alpi che, operando nella regione dei laghi, liberarono Varese, batterono gli austriaci a San Fermo e procedettero, dopo la liberazione di Bergamo e di Brescia, in direzione del Veneto.
Durante la guerra, infatti, la collaborazione fra le forze “regolari” dell’esercito piemontese e quelle “irregolari”, volontarie – come i Cacciatori delle Alpi e i moti popolari promossi dai democratici in Emilia e in Toscana – fu particolarmente fruttuosa, cosa che allarmò particolarmente Napoleone III, spingendolo a chiudere velocemente il conflitto con l’Austria (armistizio di Villafranca). La Lombardia passava così, per mano francese, ai Savoia e la Francia si impegnava a riportare l’ordine nell’Italia centrale. Ma ormai in quella parte della penisola italica si era innescato un meccanismo difficile da bloccare e i governi provvisori resistettero, costituendo una forza militare comune. La soluzione sarà frutto, ancora una volta, dell’abilità politica di Cavour che riuscì a cavalcare il processo nato su iniziativa democratica e popolare e a trovare un accordo con Napoleone III. I plebisciti dell’undici e dodici marzo 1860, accompagnati dalla scomunica del papa che sentiva “odor di bruciato” sulle sue terre, decretarono l’annessione dei Ducati di Modena e Parma, del Granducato di Toscana e delle Legazioni pontificie al Piemonte.

La spedizione dei Mille: il fronte democratico rompe l’immobilismo
Il processo unitario all'indomani dei plebisciti appariva irreversibile ma la politica moderata cavouriana sembrava non essere in grado di farlo avanzare ulteriormente. Si ebbe perciò una ripresa rivoluzionaria da parte dei democratici e la loro attenzione tornò a volgersi verso il Mezzogiorno d'Italia, dove la morte di Ferdinando II aveva portato sul trono il giovane Francesco II.
Le vicende della spedizione sono assai note. La rivolta del 4 aprile 1860 a Palermo capeggiata da Francesco Riso, la sua propagazione nell’isola e la leadership di Rosolino Pilo, fino all’azione promotrice di Francesco Crispi che convinse Garibaldi ad assumere l’iniziativa.
Il generale pose come condizione che il programma fosse: Italia e Vittorio Emanuele. Vittorio Emanuele scorgeva nell'iniziativa di Garibaldi la possibilità di condurre a compimento il programma unitario verso il quale ormai inclinava. Era invece contrario Cavour, preoccupato per le ripercussioni internazionali e per il riproporsi della soluzione repubblicana.
L’avanzata delle camicie rosse fu possente e inarrestabile. Il fatto centrale, nel complesso, è che il fronte moderato, spiazzato da questa eterogenea e convulsa mobilitazione di masse e ceti popolari, temette di perdere il controllo: il prestigio dell'eroe, secondo Cavour, avrebbe fatto impallidire per sempre l'astro dei Savoia, mentre Mazzini – presente in Sicilia – insisteva sulla convocazione di un’assemblea costituente in una Roma liberata. La nazione sarebbe sorta per volontà di popolo non sarebbe più apparsa come risultato della conquista regia e delle trattative diplomatiche.

La controffensiva moderata
Cavour sembrava tagliato fuori dal gioco, ma la minaccia che si profilava su Roma gli consentì di riprendere l'iniziativa e di fare accettare Napoleone l'intervento dell'esercito piemontese nelle Marche, nell'Umbria e nelle terre pontificie per prevenire le mosse di Garibaldi.
Nel frattempo Garibaldi batté ancora una volta i borbonici attestati sulla linea del Volturno e si fece incontro al re a Teano, nei pressi di Caserta, consegnando nelle sue mani il Mezzogiorno d'Italia liberato (26 ottobre). Nei giorni precedenti, il 21 ottobre, gli elettori meridionali erano stati convocati per votare l'annessione al Piemonte. Il plebiscito si risolse trionfalmente con l'annessione al Piemonte e con il consolidamento delle strutture liberali moderate proprie del regno sabaudo. La maggior parte dei garibaldini furono congedati. Il sovrano non comparve neppure alla loro parata d'addio. A Garibaldi non restò che ritirarsi a meditare, nell'eventualità che l'Italia avesse ancora bisogno della sua opera.
Il 17 marzo 1861 il Parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele II "re d'Italia per grazia di dio e volontà della nazione". L'Italia era stata fatta e la casa Savoia si poneva come garante dell'ordine e della stabilità sociale. Dopo una serie di duri scontri in Parlamento nell'aprile del 1861 l'esercito garibaldino fu sciolto, mentre nel Mezzogiorno, sotto le insegne del brigantaggio, si scatenava la protesta popolare contro la nuova classe dirigente.

La terza guerra d’Indipendenza: fra le pieghe delle guerra austro-prussiana
Dopo soli cinque anni, ancora una guerra fra le potenze continentali: nel 1866 Austria e Prussia giungono a conflitto. Questa volta l’incombenza è totalmente a carico dell’esercito dell’Italia appena unificata; mancanza di collegamenti con i prussiani e divergenze e disorganizzazioni interne fecero sì che la guerra fosse segnata da una serie di evidenti insuccessi, soprattutto a Custoza. L’acquisizione del Veneto non era in discussione, ma un successo militare avrebbe dovuto giustificarla e renderla plausibile. Ma così non fu: soltanto Garibaldi, a capo delle solite truppe volontarie, ottenne una vittoria a Bezzecca, però – come è noto – le vicende diplomatiche e i preliminari di pace fra Prussia e Austria fermarono la sua azione. E fu richiamato.
Risoltasi la guerra a Sadowa con la sconfitta degli Asburgo, l'Italia entrò in possesso del Veneto, nonostante le sconfitte di Custoza e di Lissa. Il Veneto fu ceduto non direttamente all'Italia ma a Napoleone che lo trasferì al governo italiano il 24 agosto 1866.

La soluzione della questione romana: fra le pieghe delle guerra franco-prussiana
Nel corso degli anni 1866-1867 la crisi economica si aggravò e il governo fece ricorso alla massiccia alienazione dei beni demaniali ed ecclesiastici. Garibaldi e i garibaldini tentarono una nuova impresa, che fallì però a Mentana e l’eroe tornò a Caprera.
Negli anni successivi le vicende che si conclusero con la liberazione della Capitale confermarono il sostanziale scacco del movimento popolare e il definitivo trasferimento della questione romana sul piano della diplomazia europea. Quando Napoleone III fu sconfitto a Sedan e in Francia crollò il secondo impero, il governo italiano presieduto da Giovanni Lanza si ritenne sciolto dagli impegni contratti con la convenzione di settembre. Il 20 settembre 1870 un corpo di bersaglieri dopo breve scontro aprì una breccia nelle mura della città presso Porta Pia ed entrò in Roma. Un plebiscito sanzionò formalmente l'annessione di Roma all'Italia: una legge speciale, detta delle Guarentigie, provvide a regolare i rapporti tra lo Stato e Chiesa.

Epilogo
Lo Stato liberale si trovò di fronte alla ferma opposizione dei cattolici che denunciavano il carattere individualistico del modello proposto, facendo leva anche sul malcontento delle masse rurali sfruttate dalla borghesia. Diverse voci di opposizione provenivano dal governo dalla vasta costellazione delle associazioni operaie laiche, che raccoglievano lavoratori di tutte le arti e di tutti i mestieri. Dopo l'unità, le correnti mazziniane si fecero avanti con rivendicazioni apertamente politiche, aprendo uno scontro evidente tra la linea liberale moderata e quella democratica. Mazzini proponendo ai lavoratori la lotta per il suffragio universale, per la democrazia e per la Repubblica cercò di fare delle società operaie e artigiane la base di massa del Partito d'Azione, uno strumento di agitazione contro il governo monarchico. Nel 1864 a Napoli strappò al congresso delle società operaie una vittoria di misura ma in quello stesso anno Marx rivolgeva un ben diverso messaggio l'associazione europea dei lavoratori, proponendo l'emancipazione economica come grande fine cui deve essere subordinato ogni movimento politico. Il mazzinianesimo si avviava al tramonto e si andava delineando l'avanzata di una nuova linea di protesta, quella capeggiata e propugnata dal russo Bakunin, massimo esponente dell'anarchismo internazionale.



*Docente di materie letterarie nella Scuola superiore a Genova. Membro del direttivo nazionale di Clio'92 e direttore del Centro Multimediale per la Didattica della Storia (CEMDIS). Ha pubblicato saggi di storia moderna e contemporanea e coordina progetti per la didattica della Storia.


Pubblicato il 16/03/2011

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