Tecnologie e abilità cognitive. Non solo cattive maestre

di Sebastiano Bagnara*

 

È ormai un luogo comune affermare che gli ultimi anni del secolo scorso, e, soprattutto, i primi di questo secolo, sono stati caratterizzati da una profonda rivoluzione economica, sociale, culturale. Innescata, favorita e diffusa dalla rivoluzione tecnologica. Prima con le tecnologie informatiche, che hanno consentito la rivoluzione produttiva attraverso l'automazione. Poi con quelle di comunicazione, che hanno decentralizzato la produzione e moltiplicato gli scambi comunicativi, con cambiamenti radicali nel divertimento, nell'uso del tempo libero, nella gestione della casa. Insomma, le tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno invaso e pervaso la vita delle persone. Questa rivoluzione ha condotto a molte riflessioni sulle sue conseguenze sociali, politiche, ed economiche. Non è invece molto diffusa la riflessione sul fatto che questa trasformazione ha prodotto, e sta producendo, dei cambiamenti anche nelle abilità cognitive. Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione di più largo uso fra i ragazzi (videogiochi, cellulari, web, ma anche la televisione, usata nella modalità zapping che anticipa la tv interattiva), stanno esaltando nelle nuove generazioni alcune capacità cognitive. Non si tratta di abilità del tutto nuove, piuttosto di facoltà prima disponibili ma non pienamente utilizzate. Per converso, sono venute meno altre capacità prima centrali, ora meno cruciali, ma sempre indispensabili per vivere in modo critico il presente.

Pensare per immagini
La prima abilità che sta alla base di una sempre più diffusa modalità di pensiero è il pensiero visivo, il lavorare mentalmente per immagini. È un cambiamento antropologico cognitivo straordinario, che porta per esempio gli studenti a prendere appunti per immagini, schemi, figure piuttosto che per parole: trasformano immediatamente concetti verbali in schemi e figure, che spesso descrivono in modo molto più pregnante quanto viene loro spiegato oralmente. Si osserva, insomma, un fenomeno straordinario: qualcosa di simile al passaggio dall'oralità alla scrittura. La prevalenza del pensiero visivo nei ragazzi sviluppa anche nuove possibilità di 'vedere' concetti, nella matematica e nella fisica, ma anche di simulare mentalmente esperimenti scientifici o di generare scenari. Certo, sembra che lo sviluppo del pensiero visivo si accompagni a un concomitante impoverimento delle capacità linguistiche, del pensiero verbale. Ma proprio l'aver ignorato lo sviluppo e la necessità di questa modalità di pensiero nell'ambiente dedicato all'apprendimento, la scuola, non ha permesso e non permette lo sviluppo bilanciato delle due abilità cognitive. Occorre raffinare e educare la capacità visiva di lettura, e contemporaneamente stimolare la capacità linguistica, che rischia sul serio di deteriorarsi per mancanza d'esercizio e stimoli.

Reagire all'inaspettato
Un'altra abilità cognitiva che sembra caratterizzare le nuove generazioni è la prontezza a cogliere e affrontare l'inaspettato. Basta osservare un ragazzo mentre s'impegna (è proprio la descrizione giusta) in un videogioco per vedere in azione questa straordinaria abilità, che non solo permette di rilevare immediatamente un evento inaspettato, ma soprattutto di rispondere fluidamente, e in modo adeguato. I videogiochi sviluppano entrambe queste abilità cognitive: accorgersi dell'inaspettato e rispondere ad esso non attraverso azioni stereotipate (riflessi), ma con azioni appropriate.
I videogiochi, specialmente, portano allo sviluppo delle abilità di controllo attentivo spaziale, e soprattutto dell'attenzione periferica e del monitoraggio ambientale, che permettono di vivere nella società dell'interruzione, come viene spesso definita la nostra società, e di affrontare eventi imprevedibili, frutto della complessità tecnologica e organizzativa. Noi siamo, infatti, spesso interrotti nell'attività corrente da intrusioni comunicative (mail in arrivo, cellulare che suona, persone che chiedono la nostra attenzione), e dal moltiplicarsi delle richieste e degli impegni: senza questa abilità che ci consente di essere sempre in attesa dell'inaspettato e senza lo sviluppo e il possesso di un ricco repertorio di risposte adeguate saremo travolti dalle continue interruzioni. E molti, quasi tutti gli adulti, hanno proprio questa sensazione. Non i ragazzi.

Pensare in parallelo
Un'ulteriore abilità cognitiva è poi venuta sviluppandosi grazie a quanto, di solito, viene più disprezzato da chi vede nella televisione solo una 'cattiva maestra': si tratta dei serial, e della pratica comportamentale dello zapping. Entrambi sviluppano l'abilità di pensiero parallelo. In Beautiful, per citare il serial di maggior successo e perciò più esecrato, sono presenti più storie, anche inverosimili, in parallelo, quasi contemporaneamente. Beautiful richiede la comprensione di storie parallele, che si sovrappongono, ma che, per essere capite, devono essere mantenute distinte.
Lo stesso succede nello zapping. Anni fa, quando venne introdotto il telecomando, tutti ci accorgemmo che, mentre gli adulti lo usavano come uno strumento di ricerca, i ragazzi lo adoperavano quasi da subito come una possibilità di seguire contemporaneamente più tras
missioni, più canali, più storie. La cosa stupefacente era (ed è) che riuscivano a parlarne con cognizione di causa, come se le avessero viste per davvero, e non per spizzichi.
Entrambi i casi segnalano un'abilità cognitiva, non nuova ma ora più usata, e oggi quasi indispensabile: per esempio quando si lavora alla stesura di un articolo in collaborazione a distanza; o quando si risponde al cellulare durante una riunione, o si fanno più lavori in parallelo. Certo, pensare in parallelo non aiuta la concentrazione: rende difficile l'approfondimento, si rischia anche, e spesso si pratica, la superficialità. Ancora una volta, occorre trovare un equilibrio fra due capacità cognitive, in questo caso, fra parallelismo e concentrazione, fra azioni sostanzialmente tratte da un repertorio noto e risposte innovative.

Una nuova socialità?
Infine, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione si sta sviluppando una nuova socialità, che richiede nuove capacità cognitive, emotive e sociali. Questa nuova socialità è ancora poco nota: è fatta di apparenti solitudini e improvvisi incontri, spesso di moltitudini. Ha valore affettivo, ma anche liberatorio, di sfogo. È rilevante anche nell'apprendimento cooperativo, nella generazione di contenuti orizzontale, peer-to-peer (cioè paritaria, senza gerarchie). E risulta ormai centrale nella formazione del consenso e delle aggregazioni politiche. Di questo sappiamo ancora troppo poco. Ma l'uso che ha fatto la campagna presidenziale di Barack Obama della rete e dei nuovi comportamenti sociali è lì a dimostrare che si può fare, soprattutto se convinciamo tanti che “noi possiamo”. Stavolta è andata per il verso giusto. Ma non è una garanzia per il futuro.

Educare al cambiamento
Tutte le nuove abilità cognitive, spesso imparate selvaggiamente, molte volte per diletto, videogiocando, o per necessità, nel lavoro, si rivelano ogni giorno di più utili, anzi indispensabili, per stare non solo nei mondi virtuali, ma soprattutto nel mondo materiale della quotidianità. Dobbiamo imparare a usarle in maniera critica e consapevole. Magari, prefigurando possibili rischi e relativa prevenzione. In altre parole, occorre educare alle 'nuove' abilità cognitive, lo scrivere e far di conto della società della conoscenza, e insieme impedire che se ne deteriorino altre, in primis la capacità di riflessione e quella linguistica, altrettanto cruciali per affrontare - cognitivamente attrezzati - un mondo davvero poco gentile, in verità piuttosto competitivo, per non dire aggressivo.


*Docente di Psicologia ed Ergonomia Cognitiva alla Facoltà Architettura della Università degli Studi di Sassari ad Alghero, dove presiede il Corso di Laurea in Design.

Pubblicato il 27/2/2009

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