di Giulio Ferroni*
Nell’opera di Francesco De Sanctis possiamo oggi riconoscere l’espressione letteraria più intensa, più conseguente e risolutiva del Risorgimento italiano e della realizzazione dell’unità d’Italia: nel suo lavoro critico e storico sembra come venire a compimento la forza unificante che la letteratura ha avuto nella lunga e travagliata storia del nostro Paese. In effetti, nei secoli della frantumazione politica e sociale e del dominio straniero, la letteratura si era sempre posta come un organismo unitario, in cui si confrontavano su un terreno comune modelli di linguaggio e di comportamento elaborati da gruppi intellettuali di diversi centri statali e regionali: una letteratura policentrica, ma 'italiana' fin dalla sua origine dantesca, e percepita come 'italiana' dalle culture europee che la ammiravano e ne ricavavano i generi e le forme del loro sviluppo 'moderno'.
L'impegno nello studio, nell'insegnamento e nella politica
In questo lungo passato letterario lo sguardo critico e storico di De Sanctis riconosce l’autobiografia dell’intero Paese, della sua coscienza civile, della sua anima profonda: e lo fa proprio mentre è in mezzo agli eventi che portano finalmente all’unità, che mettono in moto una nuova speranza di piena acquisizione della modernità. Già negli anni della sua prima scuola napoletana (tra il 1839 e il 1848) egli stimolava nei suoi allievi la coscienza del rilievo storico della letteratura, come mostra l’affermazione (che risale al 1847) del suo giovane allievo Luigi La Vista, secondo cui "una storia delle letteratura italiana sarebbe una storia d’Italia". La Vista morì colpito dai fucili borbonici nei moti del 1848, a cui partecipò anche il maestro, scontando per questo, dopo un soggiorno in Calabria, trentadue mesi di prigionia a Castel dell’Ovo. Presa poi la via dell’esilio, intrecciò strettamente l’impegno politico con l’attività critica e con l’insegnamento, prima a Torino, in seguito al Politecnico di Zurigo. Questo intreccio è un dato essenziale della sua personalità, di patriota, di politico, di scrittore, di uomo di scuola: ne sorge negli anni ’50 la sua vasta attività critica, che, sulla base di una cura per lo spessore linguistico dei testi (alimentata dagli studi fatti nell’adolescenza alla scuola del purista Basilio Puoti), mostra subito il sostegno di una forte coscienza storica, di un’apertura alla contemporanea letteratura europea, di una frequentazione della filosofia tedesca: tutto ciò entro un acuto senso della concretezza dell’esperienza, che cerca nella parola letteraria la 'situazione', la tensione verso l’ideale e l’evidenza del reale. Dopo i saggi e le lezioni degli anni ’50, con la realizzazione dell’unità, una fitta attività politica e istituzionale si accompagnò all’attività critica e all’insegnamento e a più riprese egli ebbe l’incarico di Ministro della Pubblica Istruzione (nel 1861-1862, proprio nel primo governo dello stato unitario, poi nel 1878 e nel 1879-1881), affrontando i molti problemi dati dall’impostazione della nuova scuola unitaria.
Il cammino della coscienza italiana attraverso la sua letteratura
Il suo discorso critico è sempre caratterizzato da una libera argomentazione 'saggistica': ci fa sentire autori e testi come qualcosa di vivo, che è direttamente in circolo con l’esperienza del presente, in un nesso di ragione e di passione. Ciò tocca il punto più alto nella Storia della letteratura italiana, che, destinata originariamente alla scuola, resta un capolavoro insuperato, rispetto a ogni altra storia letteraria della nostra e di altre nazioni: la sua stesura, tra il 1869 e il 1871, coincide perfettamente con il compimento del processo unitario, che si fissa al suo interno, nel capitolo su Machiavelli, in un esaltante richiamo alla presa di Roma (20 settembre 1870): "In questo momento che scrivo, le campane suonano a distesa, e annunziano l’entrata degl’Italiani a Roma. Il potere temporale crolla. E si grida il 'viva' all'unità d’Italia. Sia gloria al Machiavelli". Come tante volte è stato notato, qui le vicende della nostra letteratura ci vengono incontro come in un grande romanzo: il romanzo della coscienza italiana e delle sue contraddizioni, dell’accidentato e ricchissimo cammino che conduce al presente dello storico, che si interroga sul possibile aprirsi dell’intero Paese verso la più piena modernità. È il romanzo-dramma dell’Italia, del contrasto tra lo splendore della sua letteratura e della sua arte e il peso di immoralismo, indifferenza, cinismo, particolarismo, matrici di una decadenza che prende avvio già nel glorioso Rinascimento: di questo dramma sono attori gli autori e i testi, comunque ascoltati da vicino, illuminati con sintesi folgoranti anche nelle qualità e nei valori che vanno al di là del ruolo che giocano nel dramma di cui sono parte.
Quando la materia del mondo prende forma nella poesia
Oggi il cosiddetto 'paradigma desanctisiano' (con quella parabola di decadenza dello spirito italiano) non può essere accettato in tutta la sua estensione: e non tutti i giudizi del grande critico si possono condividere, anche perché disponiamo di tanti testi e di tanti dati storici che egli non poteva conoscere. Ma il riferimento a lui resta ancora essenziale, al di là di certe disinvolte liquidazioni che alcuni ne fanno. Pur tra correzioni e precisazioni, non possiamo prescindere da quell’attenzione al rilievo determinante che la letteratura ha assunto nella storia del nostro Paese: e siamo avvinti dalla disposizione esistenziale del critico, rivolta a toccare il corpo pulsante delle opere, il nesso ineludibile tra letteratura e vita. De Sanctis cerca nella grande poesia la tensione verso una 'vita' concreta, verso un modo di essere nel mondo e del mondo, che si pone in atto quando la materia del mondo, il 'contenuto' di vita, si addensa in una 'forma'. La sua salda coscienza filosofica, il suo senso vivo del destino della parola, la sua passione per una modernità civile e operosa, libera e aperta, la sua geniale identificazione tra prospettiva storica e presenza 'militante', ci insegnano ancor oggi che non si può separare lo studio del passato dal giudizio sulle forme contemporanee, sulla loro responsabilità morale e civile.
*Insegna Letteratura italiana presso l'Università ‘La Sapienza’ di Roma ed è autore di numerosi libri, tra cui l’ampia Storia della letteratura italiana (Einaudi, 1991). Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Commedia (Guida, 2011).
Pubblicato il 12/04/2011
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