di Domenico Massaro*
Nel segno dell’armonia
Gottfried Wilhelm Leibniz (nato a Lipsia nel 1646 e morto ad Hannover nel 1716) è una delle personalità più versatili e complesse della modernità, che coltivò interessi molteplici, dalla filosofia alla matematica, dalla storia alla logica, alla politica. In un’epoca segnata da crisi e lacerazioni, nutrì con tenacia il sogno della conciliazione tra le religioni e dell’unificazione dei popoli d’Europa sotto le insegne di un rinnovato impero universale di tipo medievale. Obiettivi impossibili da raggiungere, ma di un valore simbolico che trascende il momento storico in cui furono elaborati (tanto da risultare in gran parte ancora oggi suggestivi). E sempre sotto il segno dell’armonia si colloca l’altro grande disegno che impegnò il filosofo per tutta la vita: l’unificazione del meccanicismo proprio dell’età a lui contemporanea (la natura retta da rapporti di causa-effetto) con il finalismo degli Antichi (la natura ordinata da una Mente in vista del raggiungimento di un fine prestabilito: per es. il Sole creato apposta per consentire la vita).
Scienza ed empietà
Sin da giovane, Leibniz fu attratto dalla filosofia, che egli intende in modo pratico come difesa della fede in Dio e, più in generale, come maestra di vita. Un progetto che culminerà nella Teodicea, l’opera che sin dal titolo proclama l’intento di giustificare razionalmente la bontà di Dio e la libertà umana, due aspetti che molti intellettuali del tempo - come Pierre Bayle, autore del celebre Dizionario storico-critico - mettevano in discussione a causa della presenza del male, sia morale che fisico (ingiustizie, vizi e peccati; ma anche terremoti, alluvioni, disastri naturali). Una giustificazione che il filosofo ritiene tanto più necessaria dopo Cartesio. Quest’ultimo, infatti, con la nota distinzione tra res extensa e res cogitans, aveva assecondato, secondo Leibniz, la tendenza atea che si cela nella scienza moderna, dominata dalla pretesa di spiegare l’universo come una grande macchina in cui non c’è posto per Dio, ma solo per i corpi, le forme, le figure e il moto (caratteri geometrici, come aveva detto Galileo).
Una tendenza che non a caso sfociava nella negazione del finalismo, cioè dell’idea che anche il più piccolo degli esseri (un insetto) non fosse l’insignificante frutto del caso, ma avesse un valore derivante dal fatto che il Creatore lo aveva scelto e dotato di tutte le perfezioni necessarie alla propria vita e all’esistenza degli altri esseri, in un sistema integrato e armonico.
Empie sono, dunque, la scienza e la filosofia moderne agli occhi di Leibniz, come dimostrano gli esiti estremi raggiunti con Hobbes, secondo cui l’universo è popolato solo da corpi, e con Spinoza, che identifica Dio e Natura in una visione deterministica che non lascia spazio alcuno alla considerazione delle cause finali (v. B. Spinoza, Sul concetto di causa finale).
Ridare ‘la vita al mondo’
Leibniz, che pure accoglie tanti dei risultati empirici della scienza moderna, concepisce tuttavia il progetto di una ridefinizione dell’universo in controtendenza con la modernità. A tal fine interpreta la natura non sul modello quantitativo-geometrico propugnato dai novatores (da Galileo in poi), ma ex analogia hominis: l’organismo umano (la biologia) diviene il paradigma di conoscenza per la scienza fisica (v. G.W. Leibniz, L’autore intelligente della natura). Siamo davanti a una svolta che segnala, per la prima volta, quel senso d’insofferenza per la ragione geometrica e calcolatrice che nel Novecento si esprimerà con maggiore forza e vivacità (si pensi alla filosofia della complessità di Maturana e Varela).
Una svolta che avviene sotto il segno della rivalutazione delle cause finali e della ripresa di Platone, in particolare del Fedone, un dialogo che Leibniz considera "meravigliosamente conforme ai propri sentimenti", specie nel passaggio in cui Socrate (personaggio principale del dialogo) se la prende con Anassagora, accusandolo di naturalismo. Anassagora, infatti, dopo aver ammesso la presenza di una Mente che tutto ordina (il Nous), poi se ne dimentica e quando deve spiegare i fenomeni fisici torna a parlare di acqua o aria come loro unica causa: come a dire – nota ironicamente Leibniz – che costui, dopo aver ammesso che Socrate agiva sempre sulla base di motivazioni razionali, poi spiegava il suo stare in carcere come effetto dell’avere un paio di gambe in grado di muoversi!
Il migliore dei mondi possibili
La prospettiva finalista innerva tutto il sistema leibniziano, che si dispiega in opere di grande impegno teorico, quali il Discorso di Metafisica (1686), i Nuovi Saggi sull’intelletto umano (1705), la Teodicea (1710), la Monadologia (1714). Da essi si desume la tesi centrale di Leibniz, secondo cui il nostro è il migliore dei mondi possibili. Dal punto di vista logico, osserva il filosofo, è perfettamente legittimo pensare che il mondo in cui abitiamo non sia né unico né necessario e che perciò possa ritenersi uno dei tanti che Dio avrebbe potuto creare. Prima della creazione, nell’intelletto divino c’erano tutti i mondi logicamente possibili (non contraddittori). Tra di essi, Dio ha scelto di far venire all’esistenza il migliore. Il migliore, ma non il perfetto, cioè immune dal male, perché sarebbe stato identico a Dio stesso (impossibile).
Dio ha scelto il migliore secondo ragione, poiché la libertà divina non è arbitrio, ma razionalità, anche se noi spesso non riusciamo a scorgerla. Dio non fa nulla a caso, ma agisce razionalmente in vista di un fine (il bene, causa finale).
Contrariamente agli altri filosofi della modernità, Leibniz ritiene che se le cose esistono è perché hanno uno scopo, quello voluto dal Creatore. E, dunque, se vogliamo comprendere il mondo non possiamo dimenticare di ricercare la causa finale di ogni cosa. Quelle che la scienza definisce leggi di natura, secondo Leibniz, non sono altro che gli scopi assegnati da Dio alle cose e alla natura nel suo complesso. Una natura che, dunque, va intesa come forza viva (‘energia’), costituita da tanti centri di forza semplici, immateriali e autosufficienti (le ‘monadi’, unità energetiche).
Una nuova visione, che mentre esalta finalismo e libertà, non nega del tutto il meccanicismo, inteso come il metodo che consente agli scienziati di descrivere quello che è però soltanto l’aspetto superficiale delle cose e che, dunque, va subordinato e integrato con la prospettiva più profonda rappresentata dalle cause finali, vere forze motrici dell’universo.
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