La poesia futurista

Una delle cosiddette 'tavole parolibere', "Palombaro" di Corrado Govoni

di Mauro Novelli*

Dal verso libero alle parole in libertà, nate nel 1912 dall'ingegno multiforme di Filippo Tommaso Marinetti. Una riflessione sulle tecniche, gli esiti e il successo planetario della poesia futurista.


L'irruzione di Marinetti
Sul versante della poesia, all'inizio del Novecento si incontra un panorama complesso e accidentato, in vetta al quale continuava a stagliarsi la figura di Giosue Carducci, che nel 1906 – poco prima della morte – conseguì il Premio Nobel. Ancor giovani e nel pieno dell'attività erano allora Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio, come testimoniano i Canti di Castelvecchio, i Poemetti, l'Alcyone: capolavori inarrivabili, dove tuttavia si poteva cogliere solo in controluce la consapevolezza della crisi, evidente nelle coeve opere sortite dalla temperie crepuscolare.
L'obiettivo lasciato fisso su marine e campagne, inoltre, lasciava fuori quadro i processi di modernizzazione e il tumultuoso sviluppo delle città. Precisamente questi furono gli ambiti su cui si concentrò il versatile ingegno di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), giunto a Milano dopo avere trascorso l'infanzia in Egitto e lunghi periodi nella capitale del XIX secolo, Parigi, dove nel 1909 fece pubblicare sul "Figaro" il Manifesto del futurismo, primo di una sterminata serie di proclami indirizzati a tutte le arti, gastronomia compresa.
In campo poetico Marinetti figurava tra i più accesi sostenitori del verso libero, nella scia delle teorie sviluppate in Francia da Gustave Kahn: alla questione aveva anzi dedicato un'importante Inchiesta internazionale, pubblicata nel 1905 su "Poesia", la rivista da lui fondata. Ai versi liberi fecero dunque ricorso i poeti che aderirono al movimento futurista, sfruttandoli come veicolo di una febbrile, entusiasta (e non di rado ingenua) esaltazione delle nuove tecnologie: motori, elettricità, aerei e quant'altro servisse a celebrare il trionfo della velocità, da restituire in modo 'simultaneo', attraverso intuizioni fulminanti.
È facile cogliere tali intenti sfogliando l'antologia nella quale trovarono posto nel 1912 I poeti futuristi, tra i quali vale la pena di ricordare Aldo Palazzeschi, Paolo Buzzi, Enrico Cavacchioli, Luciano Folgore, Corrado Govoni, oltre naturalmente a Marinetti, il quale antepose al volume un Manifesto tecnico della letteratura futurista, teso a propugnare l'adozione di un nuovo, rivoluzionario procedimento: le "parole in libertà".

Immaginazione senza fili
Per superare la fase del verso libero, e con essa la vetusta distinzione tra prosa e poesia, il Manifesto tecnico enuncia una serie di precetti suggestivi, da applicarsi per giungere a una compiuta "immaginazione senza fili".
Mentre sfreccia in aereo sopra i comignoli di Milano, Marinetti finge di raccogliere la voce di una "elica turbinante", che lo invita – in sintesi – a "distruggere la sintassi, disponendo i sostantivi a caso"; e ad abolire aggettivi, avverbi e punteggiatura (da sostituirsi con segni matematici e notazioni musicali), perché le sfumature riportano a un lirismo tradizionale, incompatibile col dinamismo futurista, animato dal desiderio di "Distruggere nella letteratura l''io', cioè tutta la psicologia", a vantaggio di un vitalismo immediato, fondato sulla resa coinvolgente delle esperienze sensoriali, in grado di restituire "il rumore, peso e l'odore degli oggetti". A questo scopo occorre usare il verbo all'infinito e imbastire catene di analogie fulminee, legando tramite lineetta aggettivo e sostantivo (uomo-torpediniera, donna-golfo, piazza-imbuto, ecc.).
La maniera futurista si risolve dunque in una sorta di estremizzazione dell'impressionismo simbolista, dando luogo a una congerie di percezioni e associazioni mentali, secondo modalità assimilabili a quelle del flusso di coscienza. È ciò che accade nella prima composizione obbediente ai nuovi criteri proposta da Marinetti, Battaglia Peso Odore, reportage di un combattimento cui assistette in Libia, notevole per l'uso espressivo dei grassetti e dei bianchi tipografici. Lungo questa strada si arriverà alle cosiddette 'tavole parolibere', in cui l'enfasi sul visivo consente l'ingresso di svariati elementi iconografici, a opera di pittori veri e propri (come Carlo Carrà) o poeti (come il celebre Palombaro tratteggiato da Govoni, v. figura in alto).

Serate memorabili
Dai principi sopra enunciati si comprende come il paroliberismo si presti meglio all'esecuzione orale che alla lettura silenziosa: lo dimostrano le declamazioni che punteggiavano le serate futuriste, spesso concluse tra schiamazzi, lanci di ortaggi e tafferugli, nei quali era solito distinguersi il nerboruto poeta Armando Mazza. Occorre tuttavia precisare che in questi happening teatrali, varati nel 1910, il gruppo non soltanto si spendeva a illustrazione e sostegno delle proprie posizioni letterarie, ma rivendicava un nazionalismo intransigente e provocatorio.
Tanto a esso quanto alle parole in libertà rimase estraneo il poeta più dotato tra quanti fecero parte del movimento, ovvero Aldo Palazzeschi, che nelle Edizioni Futuriste di "Poesia" pubblicò nel 1910 una raccolta straordinaria, L'Incendiario (dedicata "A F. T. Marinetti / anima della nostra fiamma
"), nella quale si leggono alcuni capolavori come il pezzo eponimo, Le beghine, E lasciatemi divertire.
Con la Grande Guerra si chiuse l'età dell'oro del movimento, per quanto durante il ventennio Marinetti, cooptato negli apparati culturali del regime fascista, non mancasse di promuovere nuove schiere di poeti futuristi. Più che l'ulteriore antologia data alle stampe nel 1925, i tentativi di diffondere l'aeropoesia tramite la radio, o gli ultimi versi, di natura celebrativa (basti a proposito un titolo come Canto eroi e macchine della guerra mussoliniana, 1942), in conclusione importa insistere sulla forza, la vastità e la durata dell'influsso esercitato dal futurismo, che oltrepassa di gran lunga i lasciti reperibili nei poeti italiani attivi nel primo Novecento (paradigmatico il caso di Clemente Rebora) per investire avanguardie sbocciate in Russia, Inghilterra, Brasile, Ungheria, in mille angoli del pianeta. Piaccia o meno, tra i pochissimi fenomeni culturali esportati dall'Italia dopo il Rinascimento il futurismo occupa un posto in prima fila.

Sul tema vedi anche: il dossier Futurismo a cura di Susanna Muston e la Galleria di immagini


*Docente di Letteratura italiana contemporanea presso l'Università Statale di Milano



Pubblicato il 21/4/2009

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