Relazioni tra Usa e paesi europei negli anni della guerra fredda

Churchill Roosevelt e Stalin a Yalta nel 1945. Immagine tratta dal sito: keynes.scuole.bo.it

di Mario del Pero*

Nelle intenzioni statunitensi, l’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale doveva essere integrata economicamente in un sistema aperto di mercato e stabilizzata geopoliticamente attraverso un equilibrio bipolare tra le due potenze regionali vincitrici della guerra, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti, potenza superiore per mezzi e capacità egemonica, avrebbero così potuto delegare ai propri alleati il compito di preservare la pace e la stabilità sul continente europeo.
Prostrata dalla guerra, la Gran Bretagna non era però in grado di svolgere tale compito. Nell’Europa dell’immediato dopoguerra sembrò che l’Unione Sovietica non fosse bilanciata da nessun contrappeso. Gli Stati Uniti cominciarono a temere che si realizzasse una condizione geopolitica che avrebbe potuto minacciare la stessa sicurezza americana: il dominio da parte di una singola potenza di tutta l’Europa e delle sue straordinarie risorse.

Un’interdipendenza strategica ed economica
Per questa ragione gli Usa decisero di rimanere in Europa, assumendo loro il ruolo che era stato inizialmente assegnato alla Gran Bretagna. L’Europa fu divisa quindi in due sfere d’influenza: quella atlantica e filo-statunitense e quella orientale e filo-sovietica. L’Europa post-1945 divenne rapidamente un’Europa bipolare; e tale sarebbe rimasta fino al 1989 e alla caduta del blocco sovietico. Gli Stati Uniti furono costretti a relazionarsi in modo nuovo con le due parti di questa Europa: se l’Europa dell’Est, comunista e filo-sovietica, costituì a lungo un mondo separato, con il quale non era possibile alcun tipo d’interazione, l’Europa cosiddetta ‘occidentale’ o ‘atlantica’ si legò agli Stati Uniti in una rete di relazioni che non avevano precedenti, per profondità ed estensione.
Gli studiosi usano la categoria d’interdipendenza per spiegare il tipo di legame venutosi a determinare dopo il 1945 tra gli Usa e i loro partner europei. Una interdipendenza, questa, sia strategica sia economica. La prima fu istituzionalizzata con la creazione dell’alleanza atlantica, attraverso la quale i paesi membri - Stati Uniti, Canada e loro alleati europei - giunsero a una definizione comune della propria sicurezza e attivarono processi profondi di collaborazione e d’integrazione militare. La seconda, catalizzata prima di tutto dalla politica di aiuti economici statunitensi all’Europa occidentale - a partire dal Piano Marshall, annunciato nel 1947 -, determinò un’intensificazione delle relazioni e degli scambi, facilitò l’aumento degli investimenti statunitensi in Europa e stimolò il tentativo di coordinare le politiche commerciali o quanto meno di giungere ad accordi negoziati da tutte le parti.
Eppure, questa interdipendenza non catalizzò automaticamente consenso e assenza di conflitti. Dopo il 1945 si costruì una vera e propria comunità atlantica o euro-americana. Ma all’interno di questa comunità vi furono frequenti momenti di tensione, rotture e, anche, delle importanti defezioni.
Entrambe le dimensioni dell’interdipendenza euro-americana, quella strategica e quella economica, furono oggetto di discussione e di contrasti tra gli Usa e i loro alleati europei. Nel campo della sicurezza, gli Stati Uniti accusarono più volte l’Europa di non impegnarsi in modo sufficiente alla difesa comune, limitando gli investimenti militari e sfruttando la copertura – nucleare e convenzionale – garantita dalla protezione statunitense. Da parte europea, invece, si denunciò la tendenza statunitense a esasperare le tensioni internazionali, a relazionarsi in modo rigido e manicheo all’Unione Sovietica e al comunismo internazionale e a impedire lo sviluppo di un’autonoma capacità militare europea. In ambito commerciale, sia gli Stati Uniti sia i loro partner europei non esitarono a promuovere iniziative di protezione e tutela delle proprie imprese, assai stridenti con la retorica liberista che rappresentava il comune denominatore discorsivo dell’interdipendenza economica euro-americana.

Limiti e contraddizioni dell’interdipendenza
Spesso nascoste, queste tensioni esplosero talvolta in modo fragoroso, come quando la Francia decise di uscire dal comando integrato dell’Alleanza Atlantica nel 1966 o in occasione di vari negoziati commerciali tra gli Stati Uniti e i paesi della Comunità Economica Europea. Ma i rapporti euro-americani furono condizionati anche dall’evoluzione della guerra fredda e dell’antagonismo bipolare tra Unione Sovietica e Stati Uniti.
Il periodo 1945-1989/91 non fu caratterizzato sempre da conflitto e assenza di dialogo tra le due grandi potenze. In determinati momenti, le cosiddette fasi della distensione, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica cercarono di negoziare degli accordi per stabilizzare la situazione internazionale e prevenire il rischio di una guerra nucleare. Durante queste fasi, e in particolare in occasione della distensione di fine anni Sessanta/inizio anni Settanta, i limiti e le contraddizioni dell’interdipendenza euro-americana si manifestarono pienamente. Contraria a una posizione troppo rigida nei confronti dell’Urss e dei paesi del blocco comunista, l’Europa filo-statunitense guardò però spesso con preoccupazione all’apertura di un dialogo diretto Usa-Urss che avveniva senza coinvolgere gli europei, rischiava di limitare l’impegno statunitense alla difesa dell’Europa occidentale e perpetuava una divisione bipolare dell’Europa di cui molti, in particolare la Repubblica Federale Tedesca, auspicavano il superamento. Preoccupati da qualsiasi autonomo protagonismo europeo e privilegianti un dialogo diretto con l’Urss, gli Stati Uniti a loro volta osteggiavano iniziative indipendenti dell’Europa occidentale e sue aperture non concordate all’Unione Sovietica.
La storia delle relazioni euro-americane durante la guerra fredda è quindi una storia di rapporti intensi e di interdipendenze profonde: strategiche, politiche, economiche e finanche culturali. Ma è anche una storia di tensioni, incomprensioni e diffidenze reciproche. Non a caso la letteratura – di taglio storico e politologico – sulle crisi delle relazioni transatlantiche costituisce un genere il cui successo non è venuto meno nemmeno con la scomparsa dell’Urss e la fine della guerra fredda.

*Insegna storia degli Stati Uniti presso la Facoltà di Scienze Politiche Roberto Ruffilli di Forlì, Università di Bologna. È autore dei volumi Henry Kissinger e l'ascesa del neoconservatorismo, (Laterza, 2006), L'alleato scomodo. Gli Usa e la Dc negli anni del centrismo, (Carocci, 2002), La guerra fredda (Carocci, 2001) e La CIA. Storia dei servizi segreti statunitensi (Giunti, 2001).

Pubblicato il 9/05/2006

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