Sartre e l'insegnamento della libertà

J.P. Sartre e S. De Beauvoir. Immagine tratta da www.joelsmith.net

di Deborah Lucchetta*


Negli anni fra le due guerre mondiali, la figura di Jean-Paul Sartre divenne l’emblema dell’intellettuale, attivo e partecipe a tutte le più importanti controversie politiche e sociali del suo tempo, esponendosi in prima persona, in piena autonomia critica da qualsiasi modello autoritario.
Testimonianza di questo impegno civile è la sua produzione letteraria e filosofica. Una migliore comprensione delle tesi dell’autore può avvenire attraverso un approccio che mantenga il più possibile intrecciati il piano vissuto e quello filosofico-letterario cercando, in questo modo, di costituire un legame empatico tra l’autore e gli studenti.

Il primato della coscienza sulla realtà
Fra il 1933 e 1934 Sartre si recò a Berlino dove assistette alla presa del potere da parte dei nazisti e dove si accostò per la prima volta alle opere di Edmund Husserl, Martin Heidegger e Max Scheler. Alla fenomenologia di Husserl e all’esistenzialismo di Heidegger s’ispirerà, negli anni successivi, la sua intera opera filosofica; in particolare Sartre accoglie la tesi del primato della coscienza sulla realtà, per cui gli oggetti e il mondo sono il frutto di un atto della coscienza, soggettivo e intenzionale. La tesi di Husserl è solo il punto di partenza per Sartre che preferisce sottolineare l’impatto delle emozioni, degli stati emotivi della coscienza, i quali riconoscono la realtà e le danno un determinato significato più che mai soggettivo.

L’essere e il nulla
È emblematico il titolo della prima grande opera filosofica di Jean-Paul Sartre (1905-1980), uscita nel 1943: L'essere e il nulla. Una delle tesi principali del libro è che la libertà dell'uomo (la coscienza, che Sartre chiama il 'per-sé') si manifesta come trascendimento del dato, come negazione dell'essere che è presenza oggettiva (l''in-sé', che non ha coscienza, non è 'per sé'), contrapposta al soggetto. Dunque, c'è una differenza sostanziale tra l'essere che diviene fenomeno per la mia coscienza, e l'essere stesso della mia coscienza. Il primo è un essere in sé, il secondo è un essere per sé.
In quanto la coscienza, opponendosi all'essere in-sé che le sta di fronte, lo nega sia facendone un oggetto per sé, nella conoscenza, sia per andare oltre esso con i suoi progetti, essa è una potenza nullificante; ma poiché questa potenza non sta fuori dall'essere, l'essere va pensato come profondamente segnato dal nulla.
La coscienza, nullificando il suo in-sé, attua se stessa, e nullificando l'essere in-sé che sta fuori di essa, lo fa esistere. La nullificazione rappresenta dunque il legame originale fra l'essere del per-sé (coscienza) e l'essere dell'in-sé (l’essere contingente).
La coscienza non trova mai una conciliazione con l'in-sé; ogni volta che un progetto è realizzato esso diventa oggettività rigida, estranea a noi, qualcosa, di nuovo, che dobbiamo negare.

L'esistenzialismo come libertà di scelta
Il nodo centrale dell’opera riguarda l’analisi-confronto di due termini fondamentali: l’essenza e l’esistenza. Al fine di una migliore comprensione dello stretto legame tra i due concetti può essere utile stimolare un dibattito partendo dalla rivoluzione operata dall’esistenzialismo.
In termini filosofici, ogni oggetto ha un'essenza, un assieme costante di proprietà e un'esistenza, una certa presenza effettiva nel mondo. Chiedendo agli studenti quale delle due preceda l’altra, una delle loro probabili risposte rispecchierà la convinzione comune che l'essenza venga prima dell'esistenza. Questa risposta trova la sua origine, per Sartre, nel pensiero religioso per cui Dio ha creato gli uomini a sua immagine e somiglianza. Ma anche i non credenti hanno conservato l'opinione tradizionale secondo cui l'oggetto non esiste mai se non in conformità alla sua essenza.
L'esistenzialismo reputa, al contrario, che nell'uomo, e solo nell'uomo, l'esistenza precede l'essenza. Ciò significa semplicemente che l'uomo anzitutto è e che poi è questo o quello. L'uomo deve crearsi la propria essenza.
L'essenza che l'uomo si crea non è un'essenza universale; egli si crea quei caratteri specifici della sua individualità e li crea attraverso la sua libera scelta, una scelta totalmente condizionata dalla classe sociale di appartenenza, dalla natura del lavoro, dai sentimenti che si provano.
Essere liberi è un peso da sopportare. Tant'è vero che molti mascherano o rifiutano la propria libertà, in quanto la libertà rende la scelta sempre angosciosa in quanto la continua instabilità dell'uomo, la non definitività delle scelte e delle decisioni sono per l'uomo fonte di angoscia.
L'angoscia rivela alla coscienza la libertà personale e testimonia la costante modificabilità del progetto iniziale. La conflittualità coinvolge anche il rapporto con gli altri poiché gli altri sono, certo miei simili, dotati di coscienza come me; ma in quanto in-sé sono radicalmente estranei a me, sono 'oggetti' come le cose.
L'esistenza dell'altro dunque mi crea il malessere, mi getta nella vergogna di esser caduto al ruolo di cosa utilizzabile. Dunque, con l'altro non si condivide se non questa colpa, questo peccato, questa maledizione; e null'altro: non gioie né dolori, non progetti né sentimenti.
L’introduzione del concetto di angoscia permette un excursus filosofico in riferimento a come l’hanno concepito e sviluppato alcuni pensatori, quali Kierkegaard, Schopenhauer, Feuerbach, Nietzsche, Freud; su di essi è possibile tracciare una complessa interpretazione di questo concetto al fine di riflettere su uno stato emotivo che coinvolge l’uomo in ogni momento della sua vita (e che sicuramente può riguardare da vicino gli studenti come un possibile problema esistenziale).
Inoltre si potrebbe fare un raccordo con la storia dell’arte introducendo l’opera di Munch L’urlo e tracciando quelle che sono le linee guida dell’Espressionismo, simbolo di tutte le avanguardie artistiche del primo Novecento che, sebbene diverse tra loro, rivendicano tutte la libertà dell'artista contro le convenzioni e la passività della pura 'rappresentazione' della realtà.

L’esistenzialismo è un umanismo
Il saggio del 1946 L’esistenzialismo è un umanismo è la versione leggermente modificata della conferenza che Sartre aveva tenuto nell’ottobre del 1945 davanti al pubblico parigino del Club Maintenant. La conferenza aveva anzitutto lo scopo di reagire alle accuse e ai fraintendimenti più grossolani che circolavano, sia negli ambienti marxisti che in quelli cattolici. Nel saggio Sartre corregge in parte il suo pessimismo e promuove l’atteggiamento esistenzialista a speranza.
L’uomo, innanzitutto, esiste, si trova, sorge nel mondo, e si definisce dopo. L’uomo non è altro che ciò che si fa. Questo è il principio primo dell’esistenzialismo. Ciò che l’uomo sceglie di essere lo diventa passando inevitabilmente attraverso l’angoscia (legata alla solitudine in cui si trova l’uomo quando deve prendere una decisione), l’abbandono (quel qualcosa di cui può cogliere appieno il senso e la ragione se si parte dall’assunto che Dio non esiste e allora tutto è permesso come scrisse Dostoevskij) e ladisperazione (quel sentimento che l’uomo prova quando prende atto che egli non può controllare tutte le possibilità che una situazione gli offre).
Per un esistenzialista la negazione di Dio è il primo passo da compiere per affermare la libertà e la dignità dell’uomo, perché solo se Dio non esiste l’uomo è totalmente responsabile di fronte alla vita. L’uomo è ciò che progetta di fare di se stesso attraverso l’azione. Egli ha un suo progetto fondamentale, liberamente scelto, secondo valori che non hanno alcun fondamento metafisico, ma sono costruiti dall’uomo.

*Insegna Filosofia e storia presso il Liceo scientifico ‘Primo Levi’ di Montebelluna (Treviso). Ha collaborato alla stesura di Filosofie nel Tempo, opera diretta da Giorgio Penzo, a cura di Paolo Salandini e Roberto Lolli, Roma, SpazioTre, 2000-2006.



Pubblicato il 21/10/2008

 

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