Il caso Braibanti: nel nome del plagio, processo all'omosessualità

Immagine tratta dal sito: www.lazio.net

di Maria Serena Palieri*

Il 14 luglio del 1968 Aldo Braibanti, artista, filosofo e mirmecologo, venne condannato a nove anni. La Corte riesumò un articolo del “Codice Rocco”: fu il primo e unico condannato nell’Italia repubblicana. Nel 1981 la Consulta abrogò il ‘plagio’ perché incostituzionale.

14 luglio 1968, una data che contiene una doppia eco di liberazione, tra la Bastiglia e il Maggio. Ma è proprio il 14 luglio 1968 che ad Aldo Braibanti viene comminata dalla Corte d’Assise di Roma quella che, alla luce di oggi, appare come la più illiberale delle condanne: nove anni di carcere per ‘plagio’. I nove anni vengono ridotti a sette per i trascorsi da partigiano di Braibanti, e un anno dopo, in Corte d’Appello, scendono a due. Cos’è il plagio? È un reato previsto dal fascista “Codice Rocco” e che, in quell’anno, ancora staziona nei codici della stessa Italia repubblicana che prevede sconti di pena per ‘meriti resistenziali’: l’articolo 603 del codice penale commina tra i cinque e i quindici anni di reclusione a chi sottoponga “una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione”. Nell’Italia democratica, Aldo Braibanti è il primo a essere condannato per plagio, e sarà l’ultimo, perché nel 1981 una sentenza della Corte Costituzionale cancellerà il reato dal nostro ordinamento. Ma chi è Braibanti? E cosa ha fatto per conseguire questo drammatico primato?

Partigiano e sceneggiatore
Aldo Braibanti è nato a Fiorenzuola d’Arda, in provincia di Piacenza, nel 1922. È laureato in filosofia teoretica, studioso di Spinoza, è un artista e un appassionato di mirmecologia, studia cioè la vita delle formiche. Il carcere l’ha sperimentato già due volte in gioventù, perché ‘sovversivo’ prima del 25 luglio, poi come partigiano, ed è stato torturato a Villa Triste dai nazifascisti della banda Carità. È stato un dirigente di primo piano del Pci nei primi anni della Repubblica, è stato tra gli organizzatori del Festival mondiale della gioventù, poi è uscito dal partito e si è dedicato ai suoi studi e all’arte: crea collages e ceramiche e tiene mostre in Italia e Norvegia, sceneggia film sperimentali come Pochi stracci di sole, Il pianeta di fronte e Colloqui con un chicco di riso, nel 1960 pubblica una raccolta in quattro volumi di saggi e versi, Il circo. Scrive testi radiofonici per la Rai. Accompagna la nascita della rivista della sinistra radicale Quaderni piacentini. Quando comincia il processo e diventa un mostro da sbattere in prima pagina, uno dei cliché usati dalla stampa è chiamarlo ‘il professore’: in realtà Braibanti non ha mai insegnato.
Il 12 ottobre 1964 Ippolito Sanfratello deposita presso la Procura di Roma la denuncia contro di lui, per aver assoggettato fisicamente e psichicamente uno dei suoi figli, Giovanni. Giovanni Sanfratello ha ventiquattro anni, in quel momento: è un cittadino italiano maggiorenne. Frequenta Braibanti da quando ne aveva diciannove, l’ha conosciuto nel laboratorio d’arte “Torrione Farnese”, che questi aveva aperto nel piacentino e, in rotta con la sua famiglia, borghese e cattolico-tradizionalista (suo fratello fonderà un movimento lefebvriano), si è stabilito a Roma a casa sua. È da quel momento che la famiglia ha cominciato a pensare di usare i sistemi forti per riportarlo all’ovile: dopo visite a Roma, finite regolarmente in un litigio, il padre va in Procura. Aldo Braibanti e Giovanni Sanfratello sono una coppia omosessuale: all’epoca la parola “gay” – insegna di un movimento di liberazione – non esiste.

A Regina Coeli
Il procuratore Loiacono apre un’inchiesta che perseguirà per quattro anni, benché la legge preveda che, a quaranta giorni dall’apertura del fascicolo, il caso passi al giudice istruttore. E il 5 dicembre 1967 Aldo Braibanti entrerà, da imputato, a Regina Coeli. Intanto, il 1° novembre 1964, con l’aiuto dell’altro figlio Agostino e di altri familiari, Ippolito Sanfratello preleva il figlio Giovanni e lo porta nel manicomio di Verona. Giovanni ne uscirà nella primavera del 1966, dopo una serie impressionante di elettroshock (secondo alcuni quaranta, secondo la documentazione ospedaliera diciannove). La ‘terapia’ che accompagna la dismissione è a dir poco singolare: Giovanni Sanfratello torna nel consesso civile con l’obbligo di non leggere libri che abbiano meno di cento anni.
In sede di processo, nel 1968, Giovanni – benché ovviamente scosso – difenderà Braibanti e negherà di essere stato da lui plagiato. Ma l’argomento gli verrà rovesciato contro: dice di non essere plagiato perché lo è... Sarà un altro ragazzo, Piercarlo Toscani, col quale Braibanti aveva coltivato un breve rapporto nel 1960, ad accusarlo, invece. E a fornire, su richiesta di Loiacono, i particolari più intimi della relazione.
In quel 1968 il processo ad Aldo Braibanti viene letto, da chi lo contesta, secondo le sensibilità dell’epoca: è un processo ‘di destra’ e a celebrarlo è l’Italia conformista e autoritaria. Di destra perché la famiglia Sanfratello, che l’ha innescato con la sua denuncia, è culturalmente tale, e perché nelle cronache processuali tornano nomi che riportano all’ambiente: il primario del manicomio di Verona dove ‘curano’ Giovanni a scosse elettriche è il professor Trabucchi, fratello di un discusso ministro democristiano; il perito psichiatrico chiamato dalla Corte è Aldo Semerari, il cui nome più tardi ricorrerà nelle cronache del terrorismo nero. Lo celebra l’Italia autoritaria (e nostalgica), perché il reato viene dal “Codice Rocco” e perché in gioco c’è la libertà di pensiero. Nel 1969 esce per Bompiani, a difesa di Braibanti, un volume collettivo, Sotto il nome di plagio, cui contribuiscono Alberto Moravia, Umberto Eco, Adolfo Gatti, Mario Gozzano, Cesare Musatti e Ginevra Bompiani.

Il ‘cattivo maestro’
Ciò che la sensibilità dell’epoca non rileva è il fatto che il processo è un’istruttoria contro l’omosessualità. A Braibanti viene imputato d’essere un frustrato perché basso e ‘stortignaccolo’, d’essere un buono a nulla, perché artista, e in quanto artista un corruttore d’anime. Tra i testimoni chiamati in aula ci sono i piacentini Piergiorgio e Marco Bellocchio, e il musicista Sylvano Bussotti. È quest’ultimo che si sente chiedere dalla Corte: “Lei è omosessuale?”. Un giovane studioso, Gabriele Ferluga, nel 2003 pubblica con l’editore Silvio Zamorani la sua tesi di laurea sul caso, in cui rileva, appunto, come questo tema, all’epoca, fosse cassato con imbarazzo dall’intellettualità di sinistra che difendeva Aldo Braibanti, fatte eccezioni per Pasolini e per i radicali.
Alla luce di quanto sarebbe avvenuto una decina di anni dopo, poi, oggi possiamo vedere quello a Braibanti come un prototipo di processo a un ‘cattivo maestro’.
Scontata la pena, Aldo Braibanti ha ripreso il suo lavoro di scrittore e regista teatrale. Nel 2006 il governo Prodi, viste le sue condizioni economiche, gli ha concesso il vitalizio della legge Bacchelli. Un parziale riconoscimento per l’inferno subito a causa dell’imputazione per un reato – il plagio – che, nell’Italia democratica, è esistito solo per lui.

*Giornalista, scrive per il quotidiano “l’Unità”. Attualmente si occupa di narrativa italiana e internazionale e di mercato editoriale.

Pubblicato il 14/12/2007

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