Il "tradimento del Risorgimento"

di Giuseppe Iannaccone*

Il ricorrente anniversario dell'Unità d'Italia non deve far dimenticare come buona parte della cultura letteraria italiana esprimesse forme di risentito disagio e aperta ribellione all'azione politica del ceto dirigente postunitario.
Nel contributo si ripercorrono forme e manifestazioni di questo stato d'animo, tanto più acceso e rabbioso in quanto figlio delle speranze di libertà e di giustizia alimentate dalla lotta risorgimentale.

 
Delusione, malcontento, rifiuto: chi si avventura nel mare magnum della produzione letteraria italiana, in versi e prosa, successiva all'Unità troverà una disarmante diffusione di tali stati d'animo. Cancellata dalla memoria nazionale (letteraria, ancor più che storica), si tratta di una ricchissima pagina di aperta ribellione all'operato del ceto politico che raccolse i frutti delle battaglie risorgimentali, ma rinnegandone idealità, speranze e passioni. Un mix di frustrazione e rabbia, che è la conseguenza del cosiddetto "tradimento del Risorgimento", matrice storica e psicologica di un serbatoio di sentimenti esacerbati, slogan e parole d'ordine in cui non si fa fatica a riconoscere l'eco un po' maldestra, ma viscerale delle fanfare garibaldine. Nel 1880, dopo quasi un ventennio di politica giudicata di basso cabotaggio, prosaica e priva di ideali, l'Eroe dei due mondi sigillava la propria rancorosa amarezza con uno scorato bilancio: "Altra Italia sognavo nella mia vita". La causa principale di tale sconforto era il disprezzo di un'Italia vile e bizantina, rappresentata da una cricca di trasformisti e burocrati, capace di far sfiorire precocemente i valori che avevano nobilitato l'epopea risorgimentale.
Tali recriminazioni non mettevano in ombra il processo che aveva portato all'Unità; al contrario, il confronto tra Paese ideale e Paese reale ne offriva, per così dire, già una retorica, amplificata idealizzazione. Non sorprende dunque che l'azione, tanto della Destra quanto della Sinistra storica, trovasse negli ambienti radicali legioni di oppositori: la "rivoluzione mancata", l'eclissi delle vecchie battaglie garibaldine, l'incapacità (e il disinteresse) delle élites liberali di creare un consenso più ampio causarono reazioni e proteste tra le masse, ma anche in Parlamento (le tribunizie intemperanze di un personaggio come Cavallotti, il cosiddetto "bardo della democrazia", recuperavano proprio in questo humus la ragione profonda del proprio malcontento, ma anche della propria propaganda). Molto più sorprendente è, invece, il contributo massiccio che diedero al conflitto i nostri letterati, poeti in primis.
 
La protesta dei poeti: un fenomeno censurato
La nostra cultura scolastica, non immune da un certo pompierismo celebrante la Nuova Italia, ha fatto tabula rasa di tutte le voci dissidenti. La rimozione nasce anche da un giudizio estetico: la gran parte di questi versi possono a giusta ragione essere definiti 'brutti'. Il sospetto è, però, che tale svalutazione tragga origine da un pregiudizio ex post: definire oratoria questa produzione (come faceva Gramsci, che la liquidava come infantile, teatrale e melodrammatica) significa non cogliere il milieu ideologico e culturale in cui essa maturò. La retorica della ribellione – che nella lotta politica si traduceva nelle gesta eclatanti e nelle pose istrioniche (ancora Cavallotti docet) – non poteva che esprimersi così: avremmo potuto aspettarci qualcosa – stilisticamente e formalmente – di diverso?
Solo davanti a Giosue Carducci, il vessillifero della libertà e della laicità, la censura ha tollerato inevitabili infrazioni. E allora nei manuali scolastici, ecco qualche rapido accenno alla stagione giovanile giacobina, ecco i giambi e gli epodi anticlericali, ecco l' "Inno a Satana", il vangelo di una generazione di materialisti: "Salute, o Satana, / o ribellione, / o forza vindice / de la ragione!". Nel braciere ideologico carducciano, Satana è identificato con il progresso e le più immediate istanze della rivolta: la tradizione, esaltata sia nella forma (l'ode ha una struttura classicheggiante) sia nei contenuti (il Paganesimo contro il Cristianesimo), non è però utilizzata come apologia di un passato sepolto, ma come mezzo per riaffermare la libertà di pensiero negata dalle retrive e dogmatiche posizioni ecclesiastiche espresse nel 1864 dal "Sillabo" di Pio IX.
Resta un fatto, tuttavia, che anche nel caso del futuro premio Nobel si conoscano, nella migliore delle ipotesi (Carducci è, nei programmi scolastici, da tempo poco più che un sopravvissuto), solo i versi, dolenti e malinconici, delle "Odi barbare" o delle "Rime nuove", dove si potrà rintracciare nel mare del suo classicismo qualche goccia di mortuaria sensibilità novecentesca. Il che impedisce di cogliere le ragioni profonde del suo magistero nella società italiana (non solo quella letteraria): l'essere stato, ben prima che il Vate della Terza Italia, il sacerdote della repubblica e il riferimento ideale e sentimentale del riscatto civile e morale della patria. Fu, infatti, Carducci a rappresentare con astiosa scontentezza la forma mentis di un'intera generazione di poeti nelle cui raccolte vibrano la nostalgia sconsolata del Risorgimento lontano e la deprecazione indignata della meschina età presente.
 
Tra scapigliati, carducciani e veristi: la geografia della ribellione in versi
Certo, l'esistenza vitale e chiassosa di una letteratura d'opposizione non è inedita nella storia italiana. Sebbene emarginata dall'autorevolezza della cultura ufficiale cortigiana e accademica, una tradizione di protesta civile è sempre esistita, ma mai ha assunto caratteri tanto estesi come è accaduto all'indomani dell'Unificazione. Questa controcultura chiamava a raccolta verseggiatori improvvisati, operai e contadini con la passione della penna, vecchi epigoni della Scapigliatura più battagliera, anarchici e spostati, bohémiens e outsiders della letteratura, pronti da cenacoli, associazioni o dalle redazioni dei giornali d'assalto a lanciare il guanto di sfida alla compagine affarista che aveva annientato speranze e utopie democratiche.
I loro nomi, oggi, sono sconosciuti o quasi, anche se nell'affollato regesto dei poeti ribelli non mancano firme allora famosissime. Le raccolte poetiche di Olindo Guerrini, intrise di scandaloso e libertino erotismo e venate di graffiante polemica contro i governi postunitari, divennero veri e propri best seller. L'editoria impegnata sfornava i resoconti realistici di letterati, improvvisatisi palombari sociali, alle prese con le scabrose perlustrazioni dei bassifondi dove verminava un sottoproletariato affamato e derelitto. I fogliettoni di un nuovo genere di consumo, il cosiddetto 'romanzo parlamentare', facevano luce sugli intrighi e il malaffare di una classe politica, a cui presto sarebbe toccato il discredito per l'epocale scandalo della Banca Romana. Poeti anarchici e socialisti (e tra questi, personalità come Pietro Gori e Filippo Turati) invocavano il sole dell'avvenire, l'epoca nuova di pace e di eguaglianza che prima o poi avrebbe soppiantato la società borghese e capitalista. C'era spazio anche per le voci femminili che pronosticavano l'imminente vendetta dei reietti: è il caso di Ada Negri, la "poetessa del Quarto Stato", la maestrina di Lodi che furoreggiava nelle officine e tra i campi molto tempo prima di finire, unica donna, nell'Accademia mussoliniana. Altri ancora inauguravano una crociata contro la Chiesa, celebrando il messaggio di Cristo, rovesciato da papi e prelati corrotti e adorato come il "primo martire del socialismo".
Sacrificata sull'altare dei più cogenti motivi della lotta, la cura formale del verso andava spesso a farsi benedire: poco male, contava più il messaggio dinamitardo contenuto in anatemi che preconizzavano la redenzione della plebe. E non a caso si intitola "La morte del ricco" uno dei testi più significativi di questa collezione di livorose promesse in rima. L'autore è un insospettabile: Giovanni Pascoli, ancora nei panni del rivoluzionario (siamo nel 1878), ben prima che tre mesi di galera per attività sovversiva gli suggerissero più miti consigli.
A fronte di comprensibili astrattezze e pur coi suoi confusi auspici palingenetici, questa produzione poetica propone un'immagine del Risorgimento lontana anni luce dalle retoriche celebrazioni e dalla monumentale proliferazione di cippi e statue equestri erette dal cantiere nazionale, senza per questo minarne le ispirazioni, anzi, accentuandone il carattere liberatorio e popolare. Carducci, e con lui buona parte della cultura italiana del tempo, coltivarono la speranza che la rivoluzione scoppiasse in tutta Europa, travolgendo assetti politici e gerarchie consolidate. Molti videro nella Comune parigina l'occasione tanto attesa: e furono celebrati "il petrolio e l'assenzio", rispettivamente l'arma usata dai rivoluzionari contro le roccaforti nemiche e il mitico liquore verde a cui i poeti maledetti francesi avevano affidato le proprie febbrili esistenze. In Italia, l'auspicata epoca nuova non arriverà, definitivamente archiviata dai cannoni di Bava Beccaris, ma il mito della giustizia sociale e le poetiche rivendicazioni coltivate da legioni di poeti d'opposizione si estesero fin quasi all'alba del nuovo secolo, quando l'estetismo dannunziano inaugurò un nuovo glossario poetico, insieme a un rinnovato repertorio di mode e sensibilità.
 
 
*Insegna letteratura italiana all'Università "La Sapienza" di Roma. Ha recentemente pubblicato un'antologia sui poeti ribelli del Secondo Ottocento (Petrolio e assenzio, Salerno editrice).
 
 
Pubblicato il 12/4/2011

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