Le leggi dei Romani. Proposte di lavoro sulle fonti

Marco Tullio Cicerone, immagine tratta dal sito www.homolaicus.it

di Emanuela Parisi*

Non mancano testimonianze sugli istituti giuridici romani, documentati fin dalla età arcaica. Senza pretese di esaustività, si richiameranno qui rapidamente alcuni riferimenti per chi volesse presentare la storia del diritto romano facendo ricorso alle fonti.
 
Cicerone e il diritto
Ogni manuale di letteratura latina riporta come primi esempi di lingua scritta il testo di provvedimenti legislativi o passi tratti dalle Leggi delle dodici tavole, punto di partenza e fondamento della legislazione romana.
Ineludibile è poi il richiamo al De re publica e ancor più al De legibus ciceroniani. Il De republica presenta nel primo libro la definizione del concetto di populus e di quello, al primo strettamente collegato, di res publica; Cicerone definisce il popolo come una comunità associata iuris consensu et utilitatis comunione, associata quindi nel diritto – un diritto al quale si consente - e nell’utilità comune. L’opera poi presenta (l I, l II) la celeberrima definizione ciceroniana dei tre regimi “puri” – la monarchia, l’aristocrazia, la democrazia – per arrivare quindi a descrivere il modello ideale della costituzione romana a carattere misto, modello che Cicerone, come è noto, riteneva pienamente realizzato alla fine del II secolo e al quale guardava con nostalgia, consapevole del fatto che l’epoca di transizione nella quale viveva ne rendeva impossibile la riproposizione. I passi tratti dal De re publica che presentano la costituzione romana vengono spesso affiancati alle considerazioni dello storico greco Polibio il quale, nel II secolo a. C., aveva ammirato le leggi che regolavano lo stato romano e identificato proprio nella capacità che esse avevano di garantire l’equilibrio tra le varie componenti della società il punto di forza di Roma.
Nei tre libri pervenutici del De legibus, Cicerone tratta la teoria stoica del diritto naturale, la legislazione delle Dodici tavole e, da ultimo, fa discutere i protagonisti del dialogo – l’amico Attico, suo fratello Quinto e lui stesso – sulla natura delle magistrature civili, spesso offrendo una ampia prospettiva diacronica.
Per stimolare riflessioni sulla struttura giuridica di Roma partendo dalle fonti il riferimento più ovvio sono dunque le opere “politiche” – o “politico filosofiche” – di Cicerone ma tali testi, che traggono la loro ispirazione da due dialoghi platonici che portano gli stessi titoli, potrebbero essere difficili da proporre, anche in traduzione, a studenti che non avessero familiarità con i principi filosofici che ne costituiscono il supporto teorico.

Le peculiarità del popolo romano
Obiettivo del percorso che qui si propone è invece quello di suscitare l’interesse degli allievi più giovani per le leggi di Roma partendo dalla acquisizione della consapevolezze del fatto che il diritto è considerato, ed è stato sentito per millenni, come elemento fondante e tratto distintivo della civiltà romana. Si propone quindi di fare ricorso a testi di natura diversa e di più facile lettura che lascino desumere quanto i Romani considerassero importante lo ius privatus e lo ius publicus che regolavano la loro vita come singoli individui e come popolo.
Ne sono un esempio passi in cui gli autori latini operano un confronto con gli altri popoli, in particolare i Greci. Un brano tratto da un’opera, ancora di Cicerone ma – sia in italiano sia in latino – di più facile fruibilità per le classi, offre un’occasione per riflettere su quanto i Romani avessero acquisito consapevolezza della propria peculiarità. All’inizio delle Tuscolanae disputationes, il dialogo in cinque libri sul tema della felicità, Cicerone propone al dedicatario Bruto un confronto tra i Romani e i Greci (I 2). L’arpinate si accinge a trattare per la prima volta in lingua latina un tema filosofico, aprendo quindi ai Romani un ambito che è stato, sino ad allora, appannaggio esclusivo dei Greci. I Romani, sostiene Cicerone, impareranno a occuparsi di filosofia e sapranno farlo bene, come hanno già imparato dagli altri a fare, migliorandole perfino, molte cose. Dopo aver ricordato agli allievi che i Romani, all’epoca della redazione del primo codice di leggi, vollero immaginare i principi alla base della redazione delle Dodici tavole ispirati alla sapienza dei Greci, li si inviterà a rilevare come invece Cicerone, dopo aver chiaramente rimarcato la superiorità del popolo romano nei costumi, nelle istituzioni, nell’amministrazione del patrimonio familiare, non esiti ad attribuire agli antenati il merito di aver saputo provvedere allo Stato con leggi senza dubbio migliori di quelle dei Greci (rem … publicam nostri maiores certe melioribus temperaverunt et institutis et legibus): i maiores quindi, non i Greci, crearono le istituzioni e le leggi che hanno fatto grande Roma.
Il tema della peculiarità del popolo romano ritorna ancora in un celebre passo del VI libro dell’Eneide (vv. 847-853). Virgilio vi propone un confronto tra i Romani e gli altri popoli:
“Forgeran con più arte spiranti bronzi altri popoli,
lo credo, e vivi dal marmo saprai trarre i volti,
diranno meglio le cause, le strade del cielo
misureranno a sestante, il sorger degli astri sapranno:
tu ricorda, o Romano, di governare le genti:
questa sarà l’arte tua, e dar costumanza di pace,
usar clemenza a chi cede, ma sgominare i superbi
Il regere imperio populos (v. 851) che Virgilio fa indicare da Anchise ai Romani come loro missione si basava, naturalmente, sull’inestimabile patrimonio di iura e leges che regolavano la loro società.

Chi sono gli homines?
Da ultimo si potrebbe proporre agli allievi un testo di poco successivo al precedente nel quale ancora una volta le caratteristiche che i Romani sentivano come proprie potranno essere desunte, anche se e negativo, da un confronto con un altro popolo. Il testo potrà facilmente essere collegato alla storia delle campagne romane in età augustea, ricordando la vicenda che ha per protagonista Publio Quintilio Varo, il quale, lasciato da Augusto al comando delle legioni stanziate nei territori della Germania tra il Reno e l’Elba, di recente conquistati, alla fine dell’estate del 9 d.C. subì una clamorosa sconfitta. Tradite da Arminio, un capo dei Cherusci che aveva promesso di garantire la loro sicurezza, le truppe romane furono attaccate nella selva di Teutoburgo: tre legioni furono completamente distrutte e Varo morì suicida per la vergogna. Nel secondo libro della sua Historia Romana Velleio Patercolo, come avrebbe fatto alcuni decenni dopo lo storico greco Dione Cassio, attribuisce a Varo errate valutazioni circa la natura dei Germani. Varo aveva sbagliato a credere che i Germani fossero homines, quando invece essi di umano non avevano nulla fuorché la voce e le membra; Varo aveva pensato di poter addolcire col diritto – iure mulceri – coloro che non si era potuto domare con la spada. Aveva trattato i Germani “da uomini”, esercitando tra loro la sua giurisdizione (iurisdictionibus agendo); aveva dunque creduto di essere, piuttosto che il comandante dell’esercito all’interno dei confini della Germania, un pretore urbano che si occupava di amministrare la giustizia nel Foro (in foro ius dicere). Uomini, secondo l’autore dell’Histroria Romana, sono dunque da definirsi coloro che hanno non soltanto l’aspetto umano, ma anche la capacità di comprendere e accettare le leggi.
Velleio, come è noto, non è un filosofo o un pensatore eccellente; egli anzi raccontare la storia senza originalità alcuna e le considerazioni che propone sono quindi banali e basate sul senso comune; il passo allora può facilmente essere utilizzato come testimonianza di un sentire davvero a tutti i Romani comune.

Tutti i testi qui menzionati sono reperibili in http://www.thelatinlibrary.com/, ad vocem; la traduzione citata dei versi virgiliani è quella, ormai “classica”, di Rosa Calzecchi Onesti (Einaudi).


* Ricercatrice, insegna latino e storia in un liceo romano.

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