Gli Stati Uniti culla della protesta

Il grande raduno musicale di Woodstock, Usa 1969. Immagine tratta dal sito: www.genovamusica.altervista.org

di Ilaria Mori*

Non è un caso che siano stati proprio gli Stati Uniti, il paese più opulento dell’Occidente, la culla della protesta giovanile e studentesca.
Gli Stati Uniti seppero fornire un proprio ‘disegno originario’ di contestazione, del tutto peculiare, assolutamente nuovo e originale per l’epoca, l’esempio offerto era quello delle marce e dei sit-in del ‘movimento per i diritti civili’ che fu ampiamente imitato in tutto il mondo. Ciò fu possibile perchè avvenne in un momento in cui la televisione giungeva alla maggiore età, ma era ancora uno strumento nuovo tale da non essere del tutto controllato, distillato, impacchettato come oggi. Il 1968 fu un momento di emozionante modernismo ma anche di innocenza: con stupore ed entusiasmo gli studenti delle università di New York, di Parigi, di Praga, di Roma, di Città del Messico scoprivano che stavano vivendo le stesse esperienze!
Si è discusso a lungo su quanta influenza abbiano avuto, nella contestazione studentesca in Europa, i movimenti che si espressero negli States tra la fine degli anni ’50 e la prima metà del decennio successivo. Indubbiamente alcune direttrici, come la Beat Generation e gli Hippies, fecero larga breccia nel vecchio continente ma è opinione condivisa che ‘il Sessantotto’  in Europa ebbe una propria connotazione autonoma, tenuto conto delle diversità delle istituzioni politiche, sociali ed economiche e della maggiore maturità politica che, storicamente, caratterizzava le nuove generazioni in Europa rispetto a quelle oltreoceano. In Germania, in Francia e in Italia ‘la protesta’ ebbe contenuti più profondi, più radicali nelle analisi e nelle rivendicazioni, una più marcata impronta ideologica e politica rispetto a quella espressa negli Stati Uniti, che, eccetto rari contesti, è stata caratterizzata da un forte e diffuso ‘chiamarsi fuori’ dall’ordine costituito e da pochi tentativi di sviluppare una valutazione complessiva dei meccanismi di potere del sistema e delle modalità di opposizione a tali meccanismi. La lotta contro l’autoritarismo degli studenti americani non si tradusse nell’aspirazione a instaurare un sistema politico, economico e sociale alternativo a quello capitalistico-borghese.
In questo contesto, per motivi di spazi e di opportunità, non si parlerà del Black Power, di Martin Luther King (1929-1968), della Southerrn Christian Leadership Conference (SCLC) e la nascita dei sit-in e della Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), un’organizzazione multirazziale indipendente impegnata nella creazione di una società razzialmente integrata fondata nel 1960, che sarebbe stata per anni all’avanguardia del movimento e che mostrò notevole determinazione.
 


Il movimento studentesco e la New Left
Agli inizi degli anni ‘60 era nata la New Left una sinistra radicale, le cui origini possono essere ricondotte ad una lettera aperta scritta nel 1960 dal sociologo C. Wright Mills intitolata Letter to the new left. Mills argomentò su una nuova ideologia di sinistra focalizzata non sulle istanze riguardanti i problemi dei lavoratori come aveva fatto la vecchia sinistra ma su istanze più personali, sull’alienazione, sul disagio, sull’autoritarismo e sugli altri mali della società moderna. La Nuova Sinistra è stata a lungo identificata dalla storiografia con la rivolta giovanile e soprattutto con il movimento studentesco bianco. Questa tesi ha lasciato il posto a una posizione più pluralista che inserisce sotto tale etichetta una molteplicità di forme organizzative, di campagne e di mobilitazioni, guidate oltre che dagli afroamericani, anche da portoricani, natives, asiatici, donne, gay e lesbiche, poveri, pacifisti. Via,via che l’opposizione alla guerra in Vietnam cresceva, superò tutte le altre istanze a cui la New Left si era ispirata e verso la fine degli anni ‘60 si dissolse.
Negli anni ‘60 la società americana si trovò di fronte a un tipo di rivolta sconosciuta: quella dei ‘giovani’, per lo più figli del baby boom del dopoguerra, appartenenti alla classe media e con ampio accesso all’istruzione secondaria che rifiutarono i modelli convenzionali proposti dalla società creata dai loro genitori nel corso degli anni precedenti. La oontrocultura  giovanile nacque dal rifiuto degli elementi autoritari, conservatori, puritani, talvolta violenti della cultura tradizionale per dare spazio ai valori del pacifismo, dell’egualitarismo, della libertà sessuale, al soddisfacimento di bisogni autonomi rispetto a quelli indotti da una società incentrata sull’inesauribile ricerca del denaro e del successo. I suoi aderenti vedevano in una società fondata sulla natura piuttosto che sul progresso tecnologico la soluzione per un futuro non alienato. La musica, l’uso di droghe psichedeliche, la popolarità delle religioni orientali, i tentativi di vivere in comunità furono altrettanti modi per sfidare il mondo della razionalità che li circondava.
In questo contesto nacque e si sviluppò la Beat Generation, che viene considerata da più parti come il fenomeno più genuino e profondo del disagio e del rifiuto dei valori borghesi che la ‘Grande America’ ha saputo culturalmente produrre.
Gli studenti più politicizzati erano sempre più delusi dallo scarso impegno del governo nella risoluzione dei gravi problemi sociali e nei confronti del movimento per i diritti civili (tanto che molti vi si associarono) dalla retorica kennediana della ‘nuova frontiera’ che pure inizialmente aveva attratto molti di loro per il frequente appello alle nuove generazioni, dalla sostanziale indifferenza della società americana rispetto alla corsa agli armamenti atomici, dalle ripercussioni che burocrazia, carrierismo e conformismo imponevano alle università americane.

Ottobre 1964, una manifestazione studentesca. Immagine tratta dal sito www.berkeley.edu

La lettura come musa ispiratrice
Lo scrittore che esercitò la massima influenza sul movimento degli studenti delle università di Stanford, Harvard, Yale e Swarthmore fu Albert Camus, il suo romanzo La peste era letto come un’esortazione ad agire, a lottare contro ‘la peste’ che infestava la società e alcune parole del famoso discorso di Mario Savio del 1964 ricordano un passo del romanzo: “ci sono ore in questa città che non sento se non la mia rivolta”. Tom Hayden scrisse che la lettura di Camus era stata determinante nella sua decisione di lasciare il giornalismo per diventare un militante del movimento studentesco e Abbie Hoffman, per contribuire a spiegare il movimento Yippie! si richiamava ad alcune parole dello scrittore francese nei Taccuini: “La rivoluzione come mito è la rivoluzione definitiva”.
Un altro libro che esercitò una forte influenza sui movimenti studenteschi americani fu I Dannati della terra di Frantz Fanon uno dei testi più incandescenti dell’anticolonialismo dove l’autore, psichiatra nativo della Martinica, esamina dal punto di vista psicologico, non solo il colonialismo, ma anche il processo del suo rovesciamento e l’uomo nuovo per costruire una società postcoloniale. Fanon era divenuto un leader nella lotta per l’indipendenza dell’ Algeria, paese che era visto, al pari di Cuba, come un simbolo della resistenza all’ordine costituito.
Nel 1962 gli Students for a Democratic Society (SDS) pubblicarono la Dichiarazione di Port Huron, scritta da Tom Haiden in cui si denunciava l’iniquità sociale ed economica, si condannavano il senso di isolamento e l’estraneazione prodotta dalla società contemporanea, si richiedeva l’avvio di una democrazia più partecipativa basata sulla responsabilità individuale in opposizione al sistema che venne denominato Estabilishment .Tale documento conquistò in larga misura il pensiero,la sensibilità,le prospettive dei giovani di quegli anni e divenne il manifesto della New Left.

Tutto iniziò da Berkley
Il primo moto di ribellione si ebbe nel 1964 a Berkeley, in California, dove aveva insegnato Herbert Marcuse che divenne il punto di riferimento teorico del movimento studentesco americano e fu il filosofo che maggiormente influenzò il ‘68 in tutto il mondo. Proprio in quell’anno aveva pubblicato L’uomo a una dimensione in cui denunciava la società tecnologica come superficiale e conformista, caratterizzata dalla tendenza alla manipolazione dei bisogni degli individui, ammonendo che avrebbe imprigionato le persone in vite dozzinali da cui il pensiero creativo sarebbe stato bandito. L’incremento dei mezzi di comunicazione si accompagnava a una sempre minore varietà di idee, gli uomini appaiono ‘a una dimensione’ in quanto omogenei nei comportamenti e nei modi di pensare. Marcuse fu tra i primi marxisti a cessare di credere nel sistema sovietico, ma vedeva una condizione di ‘non libertà’ anche in Occidente e suggeriva spesso che l’unica via alla vera libertà fosse la rivoluzione.
L’agitazione iniziò nel settembre quando il giovane Jack Weinberg venne arrestato mentre distribuiva volantini politici, l’università fu occupata e venne fondato il Free Speech Movement (FSM), il Movimento per la libertà di parola, guidato da Mario Savio. In breve, l’agitazione si allargò a macchia d’olio nei campus di tutte le più grandi università degli Stati Uniti, in varie città del Nord l’SDS organizzò i bianchi poveri a difesa del welfare e per il miglioramento dell’edilizia pubblica mentre montava la protesta pacifista contro la guerra in Vietnam.
La guerra finì per simboleggiare tutto ciò che non andava nella società americana. Inizialmente gli studenti cercarono di fermare la guerra con metodi pacifisti, ma non ci fu mai un vero dialogo con i funzionari governativi invitati nelle università che continuarono a sostenere che l’intervento americano aveva il compito di salvaguardare libertà e democrazia. A partire dalla California gli studenti annunciarono nel 1966 la creazione di un movimento direnitenza alla leva: gli studenti bruciarono le cartoline precetto, predisposero piani per la disobbedienza civile e per escludere dai campus le aziende coinvolte nella guerra come la Dow che produceva il napalm impiegato in Vietnam contro i soldati, i civili e la vegetazione.
In seguito all’escalation compiuta dall’amministrazione guidata da L.B. Johnson (1963-1969), il movimento contro la guerra crebbe e tra il gennaio e il giugno 1968 centinaia di migliaia di studenti inscenarono manifestazioni in più di cento università, esortando i soldati a disertare, cosa che molti già facevano chiedendo asilo in Svezia, Francia e Canada. “Evitare il Vietnam divenne la preoccupazione di un’intera generazione”, affermano Baskir e Strass nel loro studio sulla leva militare.

Un punto informazione dello Students for a Democratic Society. Immagine tratta dal sito www.abc.net.au

Il movimento pacifista
Il movimento di protesta contro la guerra non fu una vera organizzazione, quanto piuttosto una coalizione sfaccettata, formata da individui e associazioni con visioni politiche disparate, poco coesa su analisi e strategie, anarchica nelle sue forme; il movimento era composto per lo più da bianchi di classe media e alta mentre i combattenti erano per lo più di estrazione bassa e operaia.
La protesta assunse varie forme: dai teach-in nelle università, al rifiuto del poeta Robert Lowell di partecipare a un festival delle arti alla Casa Bianca, al rogo delle cartoline precetto, alla rivolta estrema di Helga Alice Herz, una delle fondatrici della women strike for peace che nel 1965 si dette fuoco a Detroit. Tra la fine del ‘67 e gli inizi del ‘68 le manifestazioni contro la guerra furono sempre più imponenti e sostenute da intellettuali e professori delle più prestigiose università tra cui il linguista e filosofo Noam Chomsky. Il pediatra Benjamin Spock fu incarcerato per ostruzionismo alla leva; molti conservatori imputavano al suo approccio educativo troppo permissivo l’emergere di quella generazione viziata e riottosa.
La scarsa coesione del movimento non facilitò la sua incisività nei riguardi della politica governativa, si distinguevano gruppi moderati a cui aderì Martin Luther King, gruppi radicali che cercarono di costruire una coalizione con il movimento per i diritti civili, con quello delle donne e con gli studenti dello SDS. Il movimento contro la guerra non era gradito al cittadino americano ‘medio’, sprezzante nei confronti degli studenti e degli hippies che sembravano averlo egemonizzato, il Congresso accusò il movimento di essere niente altro che un complotto comunista.
Se i media non sempre avevano sostenuto il movimento di protesta, avevano, però svolto un ruolo critico rispetto alla guerra e fu proprio nel 1968, grazie alla televisione e alla fotografia che il mondo scoprì nei dettagli come era davvero il conflitto in Vietnam. Le prime grandi occasioni mediatiche furono costituite dall’offensiva del Tet (30/01/68) e dalla strage nel villaggio di My Lai. Nell’aprile del ’68, secondo un sondaggio Gallup, il 42% degli americani era divenuto oppositore alla guerra. Molti di coloro che si dichiaravano contrari alla guerra erano semplicemente giunti alla conclusione che non fosse possibile vincerla e che gli Stati Uniti dovessero limitare le loro perdite e abbandonare il campo: l’opposizione quindi era più su basi pragmatiche che morali.
Gli effetti della guerra sulla cultura americana non furono immediati ma è sicuramente vero che l’esperienza del Vietnam rafforzò alcuni temi della ‘controcultura’ degli anni ‘60 e molti furono sollecitati a riconsiderare i presupposti della società a cui appartenevano: i suoi principi morali, il suo ruolo storico le sue basi sostanzialmente maschili, la legittimità del suo sistema politico.
Entrò in crisi l’idea che tutte le guerre degli americani fossero giuste e che per questo motivo dovessero essere vittoriose.
Quando le forze comuniste entrarono a Saigon nell’aprile 1975, gli Stati Uniti non reagirono, come scrive lo storico D. Chalmers “ il secolo americano” era finito a 10.000 miglia di distanza!

*Docente di italiano e storia

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