Il mito d'Europa

Metopa dal Tempio Y dell’Acropoli di Selinunte, 580-60 a.C

di Luisa Passerini*

Le prime tracce scritte del mito di Europa risalgono ai tempi di Omero ed Esiodo, intorno all’VIII secolo a.C. Nell’Iliade Zeus evoca, tra i suoi molti amori, quello con Europa, mentre nella Teogonia Esiodo accenna a un’Europa figlia di Teti, una delle divinità marine. Sappiamo che i miti, prima di essere scritti, vennero tramandati per lungo tempo in forma orale; infatti una tradizione situa gli eventi cui il mito allude tra il XIX e il XV secolo a.C.

Il racconto mitologico
Il mito narra della principessa Europa, figlia del re dei Fenici (il cui regno si estendeva sul territorio dell’attuale Libano e comprendeva le fiorenti città di Tiro e Sidone), che scesa al mare con le ancelle incontrò sulla spiaggia un toro bianco di grande bellezza e mitezza, tanto da indurla a cavalcarlo. Ma il toro si lanciò attraverso il mare trasportando la fanciulla fino all’isola di Creta, dove assunse le sembianze di Zeus e con lei generò tre figli, tra i quali Minosse, re di Creta, e Radamanto, giudice degli inferi.  Il mito continua col racconto sui fratelli di Europa, che partirono in varie direzioni per cercare la sorella: tra questi Cadmo che giunse nella Grecia continentale e qui fondò Tebe; a lui è attribuita la trasmissione dell’alfabeto dalla Fenicia alla Grecia.
In generale il mito rappresenta un movimento di civiltà da Oriente a Occidente e il nome Europa, dato ai territori occidentali, riflette questo spostamento. Secondo studi recenti, i culti dei bovini e della luna (le corna del toro hanno la stessa forma della falce di luna e i due simboli venivano collegati nei riti religiosi) adombrati nel mito di Europa furono trasmessi attraverso le migrazioni dal Medio Oriente e dall’Africa alla Grecia. Già secondo Erodoto (V secolo a.C.), il mito di Europa si riferiva al costume del rapimento di fanciulle a scopo di matrimonio forzato, di cui un altro esempio – in senso speculare – era la storia di Paride ed Elena.

Le rappresentazioni iconografiche
Nell’antichità si contano almeno duecento rappresentazioni iconografiche del mito d’Europa. Tra queste una delle più significative è la metopa del tempio Y di Selinunte, che risale al 580-560 a.C.

L'immagine in alto rispecchia alcuni tratti delle raffigurazioni tradizionali, quali i pesci sotto il toro a indicare il passaggio del mare, che ricompaiono anche in una raffigurazione molto più tarda, il mosaico della Casa d’Europa a Cos del III secolo d.C., che aggiunge anche un piccolo Eros con la fiaccola che accende le passioni.

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L’atteggiamento di Europa nella metopa è sereno e la donna sembra affidarsi al toro tenendosi aggrappata al corno dell’animale, senza tracce di sgomento per una violenza subita, come avviene in parte della tradizione poetica a partire dal I secolo d.C. Ugualmente nel mosaico la donna abbraccia amorosamente il toro ed entrambi sono trasportati dal vento impetuoso dell’attrazione reciproca. Anche il celebre brano di Ovidio va nella stessa direzione, sottolineando l’aspetto erotico e giocoso dell’incontro:

Deposto lo scettro solenne, proprio il padre e signore degli dei assume l’aspetto di toro. […] Il suo colore è quale neve non calpestata da orme di greve passo, né intrisa dall’Austro piovoso […] Nulla di minaccioso ha l’aspetto, né lo sguardo incute paura; l’espressione è foriera di pace. La figlia di Agenore si stupisce ch’esso sia così prosperoso, che non minacci nessun assalto; ma, sulle prime, essa esita nel toccarlo, nonostante la di lui mitezza. Ma poi gli si accosta e a quella testa così bianca offre fiori. Ne gioisce l’amante, e nell’attesa che giunga la sperata voluttà, alle mani di lei porge baci: a stento ormai, a stento differisce il resto. E ora si scapriccia e balza sull’erba verde, ora distende il niveo fianco sulla sabbia bionda; e a poco a poco, al cessar del ritegno, ora offre il petto da palpare alla fanciullesca mano, ora le corna da avvincere con nuove corone (Ovidio, Metamorfosi, II)

Tali versioni testimoniano di una visione armoniosa del rapporto tra umano, divino e animale, dove “ratto” non ha il significato di una violenza, ma di rapimento amoroso basato su un comune consenso. Questa visione è rovesciata nel prolungamento del mito, secondo il quale nella discendenza di Europa il retaggio dell’amore col toro divino degenerò nella nascita del Minotauro, figlio di Pasife moglie di Minosse: presa da folle passione per un toro, la regina di Creta generò con lui il mostro metà uomo e metà toro che richiedeva sacrifici umani. Qui l’ibrido è visto come mostruoso e pericoloso per la convivenza civile, mentre il rapporto con la natura ha il carattere di una sacralità terrificante.

Arte e poesia per tramandare il mito
Il mito venne tramandato nei secoli attraverso l’arte, che annovera innumerevoli rappresentazioni della fanciulla sul toro, e attraverso la poesia. In particolare la trasmissione nel Medioevo fu affidata alle Metamorfosi di Ovidio, corredate da illustrazioni. Dal secolo XIV si diffuse la versione cristianizzata dell’Ovidio moralizzato, che attribuiva al mito un senso allegorico, secondo cui Europa è l’anima umana e il toro rappresenta il Cristo che la redime trasportandola dalla Terra al Paradiso.
Il mito d’Europa ha subìto molteplici variazioni nel corso del tempo, e l’impressione della continuità è soltanto apparente, mentre si accentua la sua versatilità e polivalenza. In certi periodi - come nel Sei-Settecento - sembrava talvolta svuotato di significati profondi, essendo utilizzato come elemento decorativo ripetuto all’infinito su tabacchiere, tappezzerie, portaoggetti. Ma contemporaneamente si hanno, dal Cinquecento in poi, le grandi rappresentazioni pittoriche che tramandano il tema in tutta la sua drammaticità. L’esempio di Tiziano Vecellio e Paul Rubens è uno dei più significativi, due immagini che mostrano uno straordinario misto di creatività e ripetizione tra due grandi maestri a distanza di settant’anni.

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Europa e la contemporaneità

Nell’epoca contemporanea il mito ha subito ulteriori metamorfosi, che riflettono i cambiamenti politici e culturali del continente. Nel periodo tra le due guerre il mito venne ad assumere il significato di denuncia dei fascismi e del loro tentativo di compiere un ratto d’Europa, inteso come conquista sanguinosa del continente ed espropriazione dei suoi simboli all’interno di un’interpretazione del mito di carattere ‘ariano’, esaltazione di un’Europa bianca di razza pura. A questo si contrapposero le rappresentazioni di artisti come Max Beckmann, che nel 1933 presentò un’Europa riversa su un toro, questa volta bruno come le camicie dei nazisti: lei è una giovane donna con i capelli corti propri dell’epoca e l’urlo della violenza sul volto, mentre l’animale è rappresentato in tutta l’arroganza e la potenza del nazismo. 

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Il 1933 era lo stesso anno della presa del potere in Germania da parte di Hitler, e ben presto Beckmann venne classificato come ‘artista degenerato’ e costretto a lasciare il posto di insegnante d’arte.
In tempi più recenti il mito ha rappresentato la nuova unità europea e la costruzione di un’Unione che riesca a integrare le parti orientali e occidentali del continente, separate dalla guerra fredda degli anni Cinquanta. Compaiono Europe che esibiscono il segno delle stelle disposte in circolo, proprio della bandiera dell’Unione europea, o si stagliano su uno sfondo che rappresenta molte nazioni e bandiere diverse.
Le grandi trasformazioni sociali e culturali nell’Europa di oggi hanno indotto raffigurazioni del mito in cui la figura femminile non è più vittima e nemmeno acquiescente, ma al contrario assume una posizione dominante. La pittrice tedesca Ursula ha ben espresso questo mutamento del costume e delle mentalità nel suo quadro del 1987, nel quale Europa campeggia trionfalmente nel centro del quadro. La sua acconciatura, così come il mantello del toro e le immagini sullo sfondo, evocano un mondo in cui l’esotico si è mescolato in modo globale e nello stesso tempo l’Europa non rappresenta più il centro del pianeta.

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Europa nell’incontro fra diverse culture
Allo stesso movimento culturale si può assegnare la tendenza a raffigurare il mito da parte di artisti di tradizioni diverse, dal Giappone all’America Latina. In tal modo il mito acquisisce un nuovo significato di universalità, non imposta con un segno europeo unico, ma liberamente rielaborata nel retaggio culturale di vari paesi, raggiungendo ibridi multiculturali di grande interesse per l’attualità. In un mondo attraversato da grandi migrazioni di popoli, spesso in direzione dell’Europa, così come in passato moltissimi lavoratori europei dovettero emigrare per trovare migliori condizioni di vita e di lavoro in altri continenti, il mito d’Europa assume particolare pregnanza. Europa è una viaggiatrice, che non ha timore ad abbandonare tutto per spostarsi da Oriente a Occidente, a scoprire nuovi mondi e a portarvi il contributo di un’altra cultura. Ci ricorda che i popoli hanno sempre trasmigrato e che tali movimenti di popolazioni portano importanti innovazioni culturali e sociali.
Il poeta e drammaturgo Derek Walcott, nato nel 1930 nelle Antille sotto dominio britannico, di discendenza afro-europea, ha espresso nella sua opera la coscienza del retaggio culturale ibrido, definendosi ‘mulatto di stili’. Walcott non vuole respingere nessuno dei due mondi culturali e dedica un poema a Europa che aggiorna il mito al presente, riprendendo il tema degli antichi culti della volta celeste collegati a quelli dei tori:

Chi ha mai visto le sue pallide braccia uncinargli le corna,

le cosce attanagliate nella robusta cavalcata,
guardato, nel sibilo della schiuma esaurita,
la carne bianca costellare in fosforescenza
mentre nell’oscurità salata la bestia e la donna vengono?
Null’altro c’è, come non c’è mai stato,
se non il cuneo di schiuma alla luce dell’orizzonte,
poi, sottile come un filo, l’armatura borchiata,
come gocce ancora tremanti sul pelo maculato,
gli zoccoli e le corna acute anagrammate in stelle.

Immagini tratte dal volume: Luisa Passerini, Il mito d’Europa. Radici antiche per nuovi simboli, Firenze, Giunti, 2002.

*Professore ordinario di Storia culturale, presso l’Università di Torino. Professore esterno di Storia contemporanea presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze.

Pubblicato il 23/3/2007

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