abate

abate

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abate (o abbate) s. m. [lat. tardo abbas -atis, voce di origine aramaica; v. abba]. – 1. a. Superiore di un monastero autonomo (sui iuris), di cui regola e dirige tutta la vita materiale e spirituale; è ufficio e dignità ecclesiastica maggiore, propria dei benedettini (e loro ramificazioni), dei canonici regolari lateranensi, dei premostratensi e degli antoniani maroniti: l’a. di Montecassino; a. primate, a. superiore, a. locale, superiori maggiori, con qualche limitazione per i primi due, la cui posizione è regolata, quanto a nomina, potestà e giurisdizione, dalle costituzioni dell’ordine e dalle norme della S. Sede; a. territoriale, quello nominato, o almeno confermato, dal sommo pontefice con funzioni di vescovo nel suo territorio, staccato da qualsiasi diocesi. b. In origine, maestro e padre spirituale, venerando per età e santità, alla cui direzione si affidava chi intendeva dedicarsi a vita ascetica. 2. Con uso estens., per influsso francese, titolo onorifico conferito (spec. dal Settecento e nell’Italia settentr.) a semplici sacerdoti (l’a. Cesari, l’a. Parini), e persino a seminaristi (v. anche abatino) e a laici autorizzati a vestire l’abito ecclesiastico. 3. Nel medioevo, a. del popolo, a Genova e in altri comuni dell’Italia settentr. (sec. 13°-14°), ufficiale supremo popolare, capo e difensore del popolo. 4. A. della derisione o degli stolti: nel medioevo, colui che nei dieci giorni tra il Natale e l’Epifania o anche tra Ognissanti e la Candelora, e particolarmente il 28 dic. e il 1o genn., dirigeva le chiassose manifestazioni festive popolari; noto anche con altri nomi (re delle fave, vescovo dei pazzi, ecc.), è considerato da alcuni come successore, in epoca cristiana, dell’antico re dei saturnali.
◆ Dim. abatino; spreg. abatùccio, abatónzolo, abatùcolo; accr. abatóne.

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