Cosciènza

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cosciènza (letter. ant. consciènza, consciènzia) s. f. [dal lat. conscientia, der. di conscire; v. cosciente]. –

1.

a. Consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori: c. di sé, autocoscienza; contenuti di c., l’insieme dei dati presenti nella coscienza; con sign. estens.: ho c. di ciò che faccio; non ha c. di ciò che dice; popolo che ha c. dei proprî diritti e dei proprî doveri; prendere c. della propria forza o, in senso più ampio, della realtà, dei reali problemi del paese, della situazione politica, e sim., rendersene esattamente conto (con sign. analogo, è frequente nel linguaggio politico e giornalistico l’espressione presa di coscienza); posso affermare con piena c., con assoluta certezza. Anche, capacità di valutare le proprie doti e attitudini: avere c. dei proprî meriti, delle proprie forze; ho c. dei miei limiti; non ha c. di ciò che vale.

b. In senso più generico, conoscenza: fatto che è nella c. di tutti, che tutti conoscono; avere la vaga c. di qualche cosa, averne qualche sentore o sospetto; perdere la c., perdere i sensi, per uno svenimento o entrando in agonia; riacquistare la c., riaversi.

c. In psicologia, la conoscenza dei proprî atti attraverso la riflessione e l’analisi degli stati psichici. In psicopatologia, c. doppia, condizione morbosa caratterizzata dall’avvicendarsi nello stesso soggetto, per una durata più o meno protratta, di due diversi stati di coscienza, in ciascuno dei quali il soggetto appare immemore dei ricordi relativi all’altro stato.

d. Nel linguaggio della critica letteraria, flusso di coscienza (traduz. dell’ingl. stream of consciousness, tradotto anche talvolta, meno esattamente, corrente di c.), tecnica narrativa, peculiare soprattutto del romanzo inglese e americano del Novecento (J. Joyce, V. Woolf, W. Faulkner), che, ispirandosi alle linee della «confessione» psicanalitica, tenta di riprodurre oggettivamente, portando in primissimo piano un personaggio monologante, il libero, asintattico succedersi di pensieri, immagini, sensazioni, così come si forma e fluisce nella profonda intimità dell’individuo, ai limiti del subconscio, quando ancora debole o pressoché inesistente risulta l’azione delle facoltà riflessive e organizzative dell’intelletto razionale. L’espressione è talora usata, ma impropriamente, come sinon. di monologo interiore (v. monologo).

2.

a. Consapevolezza del valore morale del proprio operato, sentimento del bene e del male che si fa: avere, non avere c.; agire con c.; esame di c., esame riflesso delle proprie azioni per poter discernere il bene e il male compiuto, e quindi riconoscere le proprie eventuali colpe (soprattutto come atto preparatorio al sacramento della confessione). Anche come criterio supremo della moralità o, in modo più attenuato, come sensibilità morale: O dignitosa coscïenza e netta, Come t’è picciol fallo amaro morso! (Dante); la voce della c.; agire secondo c., secondo i dettami della c.; avere la c. elastica; venire a compromessi con la propria c.; mi rimorde la c., sento rimorso; i rimproveri della c.; avere scrupoli di c., scrupoli morali; per obbligo, per debito di c., per dovere morale; per scarico, per sgravio di c., per non avere rimorsi; sentirsi la c. tranquilla, essere certo di aver agito bene o di non aver fatto nulla di male; cattiva c., stato di chi ha rimorsi o dubbî sulla legittimità morale delle proprie azioni; mettersi la c. in pace, far tacere gli scrupoli o i rimorsi, rassegnarsi al fatto compiuto; caso di c., caso dubbio la cui soluzione sollecita il nostro impegno morale; matrimonio di c., matrimonio canonico, privo di effetti civili, che viene celebrato in segreto, di solito per regolare la posizione di due persone che non possono contrarre un matrimonio civilmente valido o che, pur potendolo, ne subirebbero un danno; obiettore di c., v. obiettore. Come locuz. avv., in coscienza, per intimo senso di responsabilità morale, o sulla base di una approfondita e obiettiva valutazione: mi sento obbligato in c. ad aiutarlo; in c., non credo di poterti approvare; anche come semplice espressione asseverativa: in c., credimi, è proprio come t’ho detto.

b. In molte frasi del linguaggio com., è intesa come il luogo riposto cui vengono riferite le nostre azioni e il giudizio su di esse: il fondo della c., la coscienza più intima; avere qualcosa, avere un peso sulla c., sentirsi colpevole; mettersi qualcosa sulla c., commettere un torto, una colpa; levarsi un peso dalla c., adempiere a un obbligo, riparare al mal fatto; avere la c. netta, pulita, non aver nulla da rimproverarsi (al contr., avere la c. sporca, non avere la c. pulita); prendere una cosa sopra la propria c., assumerne la responsabilità; si metta una mano sulla c., frase con cui si raccomanda a qualcuno di valutare bene le proprie responsabilità o lo si invita a esaminare le proprie azioni per scoprire se abbia delle colpe.

c. In qualche caso, indica genericam. impegno, cura, senso di responsabilità: operaio, artigiano che ha c. nel suo lavoro (anche: un operaio, un artigiano di coscienza, di molta c.); è un medico che cura i malati con molta c.; oppure probità, rettitudine, umanità, spec. nei rapporti col prossimo: è gente senza c.; agli speculatori non si può richiedere di avere c.; non c’è più c. nel mondo, oggi!

d. Con riferimento alla religione: libertà di coscienza, diritto di sentire e professare opinioni e fedi religiose senza alcuna restrizione, impedimento o coazione da parte dell’autorità politica ed ecclesiastica; e con senso quasi concreto, dirigere, guidare le c., avere cura delle c., avere funzione di guida spirituale, curare le anime.

3. estens. Consapevolezza e sensibilità di fronte a determinati fatti, problemi, esperienze di carattere non morale: avere, non avere una c. civica, patriottica; c. linguistica, c. giuridica; c. sportiva; anche, l’insieme dei sentimenti, delle concezioni, degli interessi che sono proprî di una società o di un gruppo sociale: c. sociale, c. collettiva, c. operaia; c. di classe, la piena consapevolezza che una categoria sociale, in partic. la classe lavoratrice, acquista relativamente ai proprî diritti e interessi.

4. In tipografia, uomo di c., operaio al quale è affidata la conservazione e l’ordinamento del materiale di composizione e in particolare la scomposizione delle forme e il ricollocamento delle lettere nei rispettivi cassettini delle casse.

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