Dieresi

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dïèrei s. f. [dal lat. tardo diaerĕsis, gr. διαίρεσις, propr. «divisione, separazione», der. di διαιρέω «disgiungere»]. –

1.

a. In fonetica, la divisione di un gruppo vocalico nel corpo di una stessa parola, in modo che le due vocali non formino dittongo ma appartengano a due sillabe diverse (per es., pa-ùra).

b. Il segno diacritico con cui in determinati casi si segna tale divisione, e che è formato di due punti disposti orizzontalmente sulla vocale più debole del gruppo: rëale, atrïo. In latino (nel tradizionale uso scolastico e tipografico) e in francese tale segno indica che ambedue le vocali mantengono il proprio suono: poëta, naïf (diversamente da poena, mai che si leggono ‹pèna›, ‹›). Lo stesso segno ricorre in tedesco, dove però serve a indicare l’Umlaut (v.), e nelle trascrizioni fonetiche di questo Vocabolario, dove ha valori diversi da vocale a vocale (ä, ë, ï, ö, ü), senza rapporto col fenomeno fonetico della dieresi.

2. Nella metrica classica, pausa del verso che si verifica quando la fine di un metro coincide con fine di parola; per es., nell’esametro dei poeti bucolici (più raramente nell’esametro classico) si trova spesso la dieresi (detta perciò «bucolica») fra il 4° metro (di regola un dattilo) e il 5°, sempre preceduta da una cesura.

3. In filosofia, secondo l’originario sign. greco del termine, l’operazione logica mediante la quale si divide un concetto generale in quelli più particolari che ne costituiscono l’estensione; in partic., nel sistema platonico, la divisione di ogni idea nelle due idee inferiori che la compongono, fino a giungere all’idea da definire.

4.

a. In medicina, soluzione di continuità di tessuti normalmente uniti; anche come secondo elemento di parole composte, per es. cheilodieresi.

b. In chirurgia, sezione, cruenta o incruenta, dei tessuti, praticata con strumenti taglienti nel primo caso (bisturi, forbici, ecc.), con strumenti smussi (sonde, pinze) oppure con il termocauterio e la diatermocoagulazione nel secondo.

5. In biologia, d. dei blastomeri, separazione artificiale dei primi blastomeri in cui si divide l’uovo. Con il sign. più generico di «separazione, divisione», è usato anche come 2° elemento compositivo di termini biologici (per es., cariodieresi, citodieresi).
Fonetica. – Nella pronuncia corretta dell’italiano, la dieresi si ha di norma nei gruppi a, e, o + vocale tonica (es. paura, beato, soave), senza eccezioni, e nel gruppo u + vocale tonica (es. zuavo), con le due eccezioni del dittongo (es. buono) e dei nessi con q o g velare (es. quando, guanto). Nel gruppo i + vocale tonica la dieresi si ha solo: 1) se anche la vocale tonica è un’i (es. echiinaeki-ìna›); 2) se la i è preceduta da qu o da uno dei gruppi p, b, t, d, c, g, f, v + l, r, oppure è preceduta da una consonante qualsiasi e seguita da -(u)òlo (es. quietekui-ète›, trionfotri-ónfo›, clientekli-ènte›, assi(u)oloassi-òlo, assi-òlo›); non però se la i fa parte del dittongo mobile , oppure d’un radicale o d’una desinenza o d’un suffisso in cui normalmente costituisce dittongo con la vocale che segue (es. Griecoġrèko›, besti(u)olabestiòla, bestòla›, industrialeindustràle›, destrierodestrèro›, annacquiamoannakkuàmo›); 3) se la i chiude un prefisso o un radicale o un elemento di parola composta dei quali, considerati isolatamente, costituisce la vocale tonica o la finale assoluta (es. rialzori-àlzo›, sciareši-àre›, spionespi-óne›, semi-assesemi-àsse›, piogenopi-òǧeno›); e così pure in molti casi che presentano analogie, sia pure illusorie, con quelli ora detti (es. diasprodi-àspro›, rioneri-óne›, nielloni-èllo›); 4) in poche parole in cui la dieresi è suggerita dalla somiglianza di parole in qualche modo affini (es. aliareali-àre›, carriaggiokarri-àǧǧo›, secondo il modello di aleggiare, carriola). Tutte queste regole valgono per le parole isolate; il ritmo della frase può suggerire o imporre, in alcuni casi, una sillabazione consapevolmente o no diversa. Quando poi tutt’e due le vocali sono atone, o è tonica la prima, è di norma la sineresi: le due vocali, cioè, costituiscono un dittongo (v. sineresi). In genere, però, nella pronuncia più lenta si può avere la dieresi in ogni caso in cui nella pronuncia corrente si dovrebbe avere un dittongo discendente (così, per es., piamente di quattro sillabe, aura e Paolo di tre). Inoltre, nel verso, come si uniscono talora in dittongo vocali che normalmente sono pronunciate staccate (v. sineresi), così si fa talora dieresi dove la pronuncia normale richiederebbe dittongo; per es., nel verso del Foscolo (Le Grazie, Inno II) «Lïuti e molle il flaüto si duole», oltre alla dieresi normale di Liuti si ha una dieresi metrica in flauto. I casi più notevoli in cui la dieresi non dovrebbe essere possibile, neanche nel verso, sono i seguenti: nei gruppi ie, uo continuazione di ĕ, ŏ latine (per es. piede lat. pĕdem, buono lat. bŏnum); nei gruppi i + vocale quando la i derivi dalla trasformazione di un gruppo consonantico latino (per es. chiesa lat. ecclesia, pianta lat. planta, gabbia lat. cavea, faggio lat. fageus); nei suffissi -iere, -iero, -iamo, -iate (per es. pensiero, pensiate); nei gruppi u + vocale, quando nella parola latina corrispondente la u aveva valore consonantico (acqua lat. aqua, uguale lat. aequalem) e nei gruppi gua, gue, gui iniziali (guasto, guerra, guida). ◆ In questo Vocabolario, il segno di dieresi viene posto, sulle parole italiane in esponente, nei soli casi in cui lo iato riguardi la vocale i o u seguita da vocale tonica: per es., vïale, bïòlogo, düèllo, annüire, distinti nella pronuncia da bianco, fiore, quello, acquisto, dove i e u sono semivocali e formano con la vocale che segue un dittongo ascendente; non viene indicata la dieresi in posizione atona: quindi avvïare ma avviaménto, rüina ma ruinare. Negli esponenti di voci non italiane, il segno di dieresi viene mantenuto con lo stesso valore che ha nell’uso delle lingue d’origine (e che viene di volta in volta rappresentato nella trascrizione fonetica).

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